Wu Ming Giap! Tre anni di narrazioni e movimenti A cura di Tommaso De Lorenzis Introduzione «Un giorno (più di vent'anni fa) un allievo di prima media, accompagnato da due o tre compagni, andò a porre timidamente, alla fine di un corso, la seguente domanda al professore di Francese: bisogna, quando si legge un libro (un romanzo), ricordare, oltre alla storia, il nome dell'autore?». ABDELFATTAH KILITO, 1985 «Creare universi in cui ambientare romanzi sempre nuovi è il mio lavoro. E devo costruirli in modo tale che non cadano a pezzi dopo due giorni. Perlomeno, questa è la speranza dei miei editori. Comunque, voglio svelarvi un segreto: a me piace costruire universi che cadono a pezzi. Mi piace osservarne lo scollamento, e vedere come i personaggi dei romanzi affrontano il problema». PHILIP K. DICK, 1978 La vecchia foto in bianco e nero immortala un orientale in uniforme. Posa marziale. Espressione decisa. Occhi tranquilli. Nonostante le atrocità. Nonostante gli orrori della guerra e le insidie mortali della giungla che ricopre in lungo e in largo l'Indocina. Occhi che hanno visto oppressioni secolari, massacri inenarrabili, ma anche vittorie imprevedibili, la disfatta degli eserciti nemici, la liberazione di un popolo. Occhi che hanno visto cadere Dien Bien Phu. Il volto del leggendario Vô Nguyen Giap è stato un'icona per i rivoluzionari di mezzo mondo. All'inverso, uno spauracchio per le centrali imperialistiche dell'Occidente. Si narra che un nevrotico Barry Goldwater volesse «defoliare» la foresta vietnamita con le bombe nucleari. Un modo come un altro per risolvere il problema di una vegetazione rigogliosa. Altri luoghi e altri tempi. Altre storie e altri miti, verrebbe da dire. Soprattutto viene da chiedersi fino a quando le storie e i miti possono dirsi tali. Prima di trasformarsi in canoni usurati. Nel caso in questione, in polverosi cimeli di una vetusta mistica guerrigliera. Secondo gli autori di quest'antologia, le storie e i miti non tramonteranno mai. E questo è un libro per coloro che amano le narrazioni, per quanti sono ancora disposti a trascorre una notte ascoltando mille leggende, per chi si rifiuta di credere che «tutto sia già stato raccontato» e per chi, pur pensandolo, ritiene che tutto possa essere favoleggiato nuovamente. C'era una volta è un buon modo di vedere le cose. Alla metà degli anni Novanta, un bizzarro personaggio fa irruzione sulla scena del Bel Paese. Compare improvvisamente, come il protagonista senza nome di certi western all'italiana. E forse, proprio per questo a Tonino Valerii è venuto in mente uno dei più bei titoli del genere: Il mio nome è Nessuno. Nessuno è anche la sagace risposta che Odisseo dà al Ciclope accecato. Non c'è giornalista che riesca a strappargli un'intervista esclusiva, né fotografo free lance che ottenga di ritrarlo, magari per un unico fuggevole scatto. Cosa ben più assurda, nessuno lo incontra. Anche solo per caso. All'inizio di questa storia, Luther Blissett è un nome ignoto ai più. Fanno eccezione i frequentatori della curva sud dello stadio Giuseppe Meazza, Milano, San Siro. Ancora oggi, a sentirlo nominare, sono scossi da un brivido di puro terrore. Già, perché dalle parti di piazzale Lotto Luther Blissett è fin troppo conosciuto, trattandosi di uno di quei flop, inspiegabili, che fanno dannare i tifosi più accaniti. E il vecchio Luther, centravanti di origine giamaicana, è stato una croce per i fan milanisti. Non croce e delizia, alla George Best per intenderci, bensì un'essenziale e crudelissima croce. Senza delizia alcuna. Eppure, Blissett assurge presto agli onori della cronaca. Per meriti extracalcistici. Per alcune memorabili patacche rifilate al sistema dell'informazione. Notizie di fasulli riti satanici catalizzano nel giro di pochi mesi l'attenzione, seriosa e isterica, di numerosi giornali e telegiornali. La denuncia della scomparsa di un famoso illusionista londinese mobilita, per mezza Europa, la redazione della trasmissione Chi l'ha visto? Ovviamente? Tutto falso. Quando un quotidiano locale rese pubblica la confessione di una prostituta, che ammetteva di aver diffuso intenzionalmente il virus dell'Hiv, la città di Bologna conobbe un momento di panico collettivo. Luther, intanto, se la rideva nell'ombra, dal momento che le iniziali della perfida untrice erano, guarda caso, L. B. Vale la pena ricordare che, negli anni Ottanta, circolava una leggenda metropolitana. Qualcuno aveva raccontato a qualcun altro, che poi si era confidato con un terzo, che un tipo aveva rimorchiato una donna. In un bar, in una discoteca, all'uscita di un cinema, non faceva differenza. Dopo averci passato la notte, il malcapitato si risvegliava da solo, come in certi romanzi gialli. Ma al posto dell'immancabile, e a questo punto auspicabile, cadavere, trovava una scritta tracciata col rossetto su uno specchio: «Benvenuto nel fantastico mondo dell'Aids». Quello che si dice un brutto risveglio. Nessuno può dire se Mr. Blissett fosse al corrente del racconto. Ma la leggenda, in un modo o nell'altro, è ritornata(1). Amen. Le stangate organizzate da Luther crearono un black out nell'apparentemente indiscutibile concetto di verità. Se dietro ogni notizia poteva celarsi una beffa, diventava impossibile, in linea di principio, distinguere l'autentico dal suo contrario. Nello specchio di incontenibili e smodate brame, i media fissavano ipnotizzati la loro immagine riflessa. Per troppo tempo avevano diffuso menzogne sotto forma di verità e finalmente smettevano di allenarsi con un inadeguato sparring partner. Con le meritorie, ma inefficaci, campagne di controinformazione. Cominciava l'incontro, ed ecco che si presentava, come nella commedia di Plauto, il gemello indesiderato. Il doppio in senso letterale, che può farti fare una gran bella figura di merda. Colui che, assumendo la cinica sovrapposizione tra vero e falso, spacciava il falso nella forma del vero e sul vero gettava un dubbio. Sempre ragionevole. Sempre fondato. Luther Blissett non è mai esistito. O meglio, non è mai esistito nella maniera con cui comunemente si riferisce un nome a un'identità, certa e definita. Luther Blissett è stato un nome multiplo, adottabile da chiunque, senza distinzioni di sorta. Luther il Condividuo, che ha acquisito il nome di un epico calciatore rossonero. Il collante di pratiche diverse, in grado di varcare i confini tra individuo e collettività, capace di consacrare, nella sfera dei miti, le azioni di resistenza ludica al funzionamento della macelleria neoliberista. Spazio privilegiato di intervento? L'informazione, la comunicazione in senso lato, l'arte e la cultura(2). I covi? Disseminati ovunque nelle oscure plaghe del corpo sociale, dove abita il mucchio selvaggio dell'intelligenza collettiva e una boutade, detta a caso, si muta spesso in un'idea. Un poco strana, certamente, ma in fondo brillante. Dopo ogni truffa, il ritornello era immancabilmente lo stesso. «Chi è stato?» si gridava in coro. E i media abbacinati sempre lì a rispondere: «È stato Luther Blissett», che è come dire Nessuno. Un'altra storia che ritorna. Nel 1999, una cellula che operava nella colonna bolognese del Luther Blissett Project siglò, col nome del celebre Condividuo, un romanzo a intreccio storico, un grandioso western teologico ambientato nei primi trent'anni della Riforma protestante. Attraverso le vicende di un eretico dai molti nomi e del suo antagonista, la fidata creatura del cardinale Carafa, l'intreccio dà voce a folte schiere di umiliati e offesi. A coloro che, per realizzare il paradiso in Terra, ingaggiarono una guerra contro tutti i poteri e contro tutti i padroni. Contro gli esponenti del Vaticano, i nuovi despoti luterani e gli emergenti banchieri. Uno dei tanti fuochi della guerriglia comunicativa di fine Novecento stava optando unilateralmente per un cambio di strategia. Dopo interminabili appostamenti ai convogli delle notizie, memorabili truffe a danno dei media, dopo la diffusione negli spazi cavernosi dell'underground di una letteratura blissettiana, fatta di fanzine ma anche di pubblicazioni ben meditate, l'assalto alla cultura puntava deciso sul mainstream. Si trattava di infiltrarsi nella roccaforte dell'industria culturale e da lì ripensare le tecniche della sovversione semiologica. «Dalla foresta di Sherwood al castello di Nottingham», dichiarò Blissett, rimestando nel fondo tenebroso dei secoli alla ricerca dell'album di famiglia. Per indugiare affettuosamente, dopo averlo trovato, sulla pagina dedicata all'antenato sassone: Robin Hood. Q fu il segnale che tanti irregolari aspettavano per dare battaglia in campo aperto. L'operazione prese il nome di Dien Bien Q, sintesi ironica tra il titolo del romanzo e la mitica battaglia, che il popolo vietnamita condusse vittoriosamente, sotto la guida del generale Giap, contro la piazzaforte di Dien Bien Phu. S'intravedevano sconosciute possibilità di sperimentazione all'incrocio tra i sentieri battuti dal generale Luther e la strada maestra delle grandi narrazioni. Il primo gennaio del 2000, alcune soggettività del Luther Blissett Project formalizzarono l'avvenuta metamorfosi. La forma scelta fu quella del seppuku, l'abbandono di sé in voga presso la cultura nipponica. «Il suicidio è la dimostrazione pratica della rinuncia di Blissett alla sopravvivenza come logica identitaria e territoriale. Il suicidio è l'ultimo, estremo, radicale darsi alla macchia di un eroe», scriveva il Multiplo nel suo testamento. Una morte, anch'essa ludica e giocosa, che non ha mai preteso di concludere circolarmente l'esperienza del multiple name, piuttosto di dispiegare nuove opportunità di conflitto(3). Un passaggio dettato dalla preoccupazione di non risultare inopportuni e tediosi, perché come diceva l'ineguagliabile Cary Grant: «Meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati». Comincia così l'avventura dell'atelier narrativo Wu Ming, che in cinese mandarino significa «Senza nome». I dati anagrafici dei cinque componenti del laboratorio di design letterario sono noti, ma per esplicita ammissione degli stessi contano molto poco. L'idea era di promuovere la centralità delle storie e l'importanza delle narrazioni, di scrivere, in altre parole, dei buoni romanzi, rifiutando la notorietà imbalsamata del Divo. La scelta di ricorrere al marchio Wu Ming risponde all'esigenza di praticare un anonimato ambivalente, inteso come presenza continua presso le comunità di lettori, trasparenza nei confronti delle reti sociali e al tempo stesso rigetto delle logiche dell'Apparizione. Anonimato atipico, che si configura come alternativa credibile a un atteggiamento ritirato e autorecluso, a un Occulto narrativo caro a certi scrittori d'oltreoceano. Ai tanti Thomas Pynchon, J. D. Salinger, Horace Jacob Little, J. T. Leroy… Tuttavia, come insegna Philip K. Dick, lo scrittore misterioso, che ci si immagina barricato in una fortezza tetra e inespugnabile, risiede in un'allegra casetta «a un solo piano decorata a stucco, con molti cespugli tutt'intorno e un bel giardino composto prevalentemente da rose rampicanti»(4). È una persona squisita, affabile e cortese, se non gli stai troppo addosso, e al quale fa piacere, come a chiunque altro, bere un buon bicchiere di whisky. Questo libro propone una parte del materiale redatto dal collettivo Wu Ming nel corso degli ultimi tre anni. Si tratta in prevalenza, anche se non esclusivamente, di brani selezionati da «Giap», la rivista telematica dell'atelier, nata nei primi giorni del gennaio 2000. Ideata come bollettino virtuale a sostegno della nuova campagna di letteratura-guerriglia, «Giap» eccedette ben presto la funzione di strumento informativo e si ridefinì come vettore di socializzazione stilistica. Potente amplificatore di tecniche, pratiche e moduli di intervento sui linguaggi. Il coro, emerso dalla progressiva aggregazione dei giapsters, è amministrato con estrema cura, mediante un criterio che coniuga agilità della comunicazione e qualità degli interventi. Una pratica più affine alla buona attività redazionale su carta che alla presunta orizzontalità comunicativa di molte mailing-list, anche di movimento, ridotte, troppo spesso, a ingestibili sfogatoi. Rilievi stilistici, libere interpretazioni, contestazioni, apprezzamenti, aperte prese di posizione costituiscono il prezioso patrimonio portato in dote dai giapster. Niente è stato posto al riparo da un intensissimo feedback sulla forma e la sostanza della scrittura, e su niente l'autore Senza nome ha fatto valere un giudizio insindacabile. Molte parole sono state spese, e un rilevante deposito di riflessioni, resoconti, reportage, risposte a domande e ulteriori domande che aspettano risposte, è andato costituendosi. Proporne una selezione significa rimettersi in marcia sulla via del racconto. Consapevoli che la scelta di un criterio non può fare a meno di implicare approcci e obiettivi particolari e che di criteri se ne possono trovare tanti. Tutti legittimi, tutti determinanti, tutti perfettamente complementari(5). La narrazione risultante assume con serenità e sostiene con convinzione l'usura subita dagli abituali attori del palcoscenico letterario, presupponendo che il ruolo dell'Autore, il mistero della creazione artistica e la lettura, devota e trasognata, hanno perso fascino e sensualità. L'anonimato, il cui valore metaforico chiede di essere misurato rispetto a un discorso complessivo, non pesato sulla bilancia truccata di coerenze cialtronesche e parolaie, si rende condizione ideale al fine di narrare le vicissitudini di un Io multiplo, industrioso e quadrofenico, per dirla con gli indimenticabili Who. Anonimato che riflette l'indefinibile e sfuggente essenza dei miti, della fantasia popolare, del tribalismo sottoculturale metropolitano, delle saghe pop, del lavoro intellettuale massificato. Possiamo aggiungere del movimento di resistenza alla globalizzazione dei capitali, esploso nel 1999 con la battaglia di Seattle. Nelle pagine che seguono è possibile ricostruire fedelmente la partecipazione del collettivo Wu Ming al movimento dei movimenti. Intima adesione che va rintracciata in uno sforzo costante volto alla produzione di miti di emancipazione, eroiche cronache di lotta e archetipiche immagini di ribellione. Mentre l'intellighenzia affoga nell'oceano dell'intellettualità di massa e il genio dell'Artista si dilegua nel competente sapere dell'artigiano, si torna tutti a bottega… per copiare, assemblare, perfezionare, restaurare, ritoccare. Ogni tanto anche per contraffare impunemente. E proprio nelle vesti di abili artigiani gli scrittori senza nome hanno contribuito a incrementare il repertorio mitologico dell'opposizione globale. Dagli Stati Uniti all'Europa, dal Chiapas all'incendio di Genova, dallo Zocalo di Città del Messico a piazza San Venceslao, registriamo un'impressionante formulazione di simboli: Seattle, dove tutto è cominciato, e il seguito delle nuove Brigate Internazionali mobilitate contro vertici e summit; il passamontagna zapatista e gli apologhi del Subcomandante Insurgente Marcos, scanditi dalla consueta anafora dice Durito; la tuta bianca e un altro mondo è possibile; la fotografia di un ragazzo, ucciso dai carabinieri in un rovente pomeriggio d'estate, e piazza Carlo Giuliani. Robuste campagne di comunicazione hanno introdotto, amplificato e sviluppato le manifestazioni del movimento, consegnando l'intrapresa politica all'epoca della sua matura riproducibilità simbolica. Qualcosa di molto importante e di molto diverso dall'ordinaria e noiosa propaganda. In occasione della Marcia della dignità indigena, nel marzo 2001, Marcos produce un'accurata favola allegorica, incentrata sul valore magico e taumaturgico del numero sette: vengono fornite sette chiavi interpretative in sette comunicati, gira sette volte intorno alla montagna, bagnati sette volte nel fiume. «La settima chiave siete voi» grida Marcos, il 12 marzo, a un milione di persone raccolte nella piazza principale di Città del Messico. «Voi G8, noi 6 miliardi» era lo slogan delle giornate genovesi, rilanciato iconograficamente grazie all'immagine che ritrae l'accerchiamento di otto uomini stilizzati. E nessun conflitto sarà combattuto nel nome di quanti hanno attraversato le città di Firenze e Roma durante le più imponenti manifestazioni che mai si siano viste sotto i cieli d'Occidente. Not in our name. I membri del collettivo Wu Ming hanno partecipato a molti degli eventi menzionati, vivendoli sulla loro pelle e narrandoli successivamente. Il racconto che segue è, prima di ogni altra cosa, la storia di questi fatti. La storia di un viaggio intorno al mondo, che comincia a Praga, il 24 settembre del 2000, per l'assedio al vertice del Fondo monetario internazionale, e arriva in piazza San Giovanni a Roma, il 15 febbraio 2003. Ma la storia è lunga, come il cammino, del resto. E c'è il tempo, in una gelida notte di fine inverno, di incontrare il Subcomandante Marcos nei pressi di un caseggiato del paesino di Nurio. In Messico. Che cosa avranno da dirsi un romanziere senza nome giunto dall'Italia e l'emblema del riscatto indigeno? Seguendo il filo del racconto ci si bagna nel Mediterraneo, attraversando, in un'estate cocente, le strade di Genova. Ma non è un bel vedere. In via Tolemaide si respira il fumo acre dei lacrimogeni, e poco più in là, in piazza Alimonda, risuonano i colpi delle pistole d'ordinanza. I registri della narrazione si alternano freneticamente, seguendo il ritmo sincopato di un improvvisare insistente. Variazione virtuosa che dimezza il tempo, non risparmiando alcuna ottava. A cominciare dalla più bassa, quella che suona la grottesca brutalità esibita dalla polizia israeliana nei confronti di un gruppo di pacifisti italiani. Era la mattina del 4 aprile del 2002. Aeroporto di Tel Aviv. A Ramallah, intanto, gli obiettivi telescopici dei cecchini inquadravano corpi inermi… Poi il discorso sale repentinamente di tono. Fino a lambire le inevitabili note di una poetica sollevazione. Dalla rabbia alla vittoria. Dalla paura al delirio. Dall'angoscia al tripudio… Per quanto incisivo possa risultare il linguaggio, utilizzato in un'accezione strettamente descrittiva, emergono, al di là dell'opposizione fabbrichista tra teoria e prassi, nuove modalità di impiego. La lingua della letteratura si fa strumento di intervento politico, grimaldello che scardina le motivazioni e le vedute più scontate. Le rocambolesche avventure del protagonista di Q, dell'eretico chiamato Gert dal Pozzo, Tiziano l'Anabattista e chissà in quale altro modo - i nomi, lo sappiamo bene, possono s-fuggire - si offrono come specchio sul quale osservare i riflessi cinquecenteschi della tarda modernità: la centralità della comunicazione, il lento dissolvimento dell'identità innanzi al sopraggiungere delle moltitudini, la genesi del capitale finanziario, l'importanza di rappresentazioni allusive. Le metafore aggrediscono la Storia. Curvano circolarmente il tempo, introducendo significative variazioni(6). Questo dispositivo di intervento è efficacemente illustrato dall'apporto che il collettivo Wu Ming ha offerto per l'allestimento della contestazione genovese. Nella primavera del 2001, una mobilitazione inattesa scuote il Paese e «Giap» fa la sua parte. Sul numero dedicato al lancio dell'appuntamento, una singolarissima Internazionale di ribelli e guerriglieri, di agitatori e sediziosi, prende parola contro il collegio cardinalizio degli arcipotenti della Terra. Pubblichiamo i loro interventi, ma ci teniamo a chiarire che a questa temibile associazione sovversiva erano affiliati Gert dal Pozzo, il generale Giuseppe Garibaldi e Vitaliano Ravagli. I protagonisti di due romanzi balzano fuori dalle pagine che ne eternano le gesta. Con una piccola e insignificante differenza: il primo è un personaggio di pura fantasia, nel senso che dà corpo alle millenarie fantasie dell'estro popolare; il secondo, registrato all'anagrafe come Ravagli Vitaliano, abita dalle parti di Imola ed è una persona in carne e ossa, nel senso che può capitare di incontrarlo per strada. Nei primi anni Cinquanta, Vitaliano decide di partecipare ad una spedizione nel Sudest asiatico, e nel profondo della selva laotiana aderisce, anima e corpo, alla guerriglia combattuta dalle popolazioni indocinesi contro i colonialisti occidentali. Asce di guerra è la sua storia. Un altro capitolo di quel racconto cui parteciperanno, sul versante vietnamita, Ho Chi Min e Vô Nguyen Giap. Come tomahawk disseppelliti dal centro dell'accampamento, le storie riemergono. Si intrecciano. Verità e artificio si confondono. Accadeva anche nelle azioni di Luther Blissett e questo è il terzo déjà vu che si presenta in poche pagine. È interessante notare come il dibattito a proposito dei temi sollevati durante le presentazioni di Asce di guerra abbia assunto su «Giap» i connotati di una riflessione polifonica intorno ai modi della politica. Che cosa esprime la singolare biografia di Ravagli? Una celebrazione della militanza novecentesca? Un enfatico recupero del fango e dell'acciaio del comunismo di guerra? Oppure la legittima ed estrema adesione di un uomo ai propri ideali? La querelle, di cui diamo ampiamente conto nelle pagine che seguono, viene dibattuta, tra il febbraio e il marzo del 2001, con una veemenza di toni e un'articolazione di contenuti, che giustificano pienamente la fortunata espressione, coniata da Paco Ignacio Taibo II e adattata alla comunità giapster, di Repubblica democratica dei lettori. In un contagioso e imprevedibile gioco sul tempo, i personaggi della galassia narrativa del collettivo Wu Ming sono stati assunti come prospettive archetipiche, come maschere in grado di viaggiare attraverso le epoche e di superare le labili frontiere tra fiction e realtà. Dalle colonne virtuali di «Giap» la voce di Gert si era diffusa nel continuum per incitare gli indecisi della selva Europa. Al suo avversario, al Rochefort del cardinale Carafa, toccava il medesimo destino. Come accade in certi plot fantascientifici, in cui il buono e il cattivo sono trasportati in un'età differente da quella iniziale e lì continuano l'antico scontro, così Q segue Gert nel pellegrinaggio attraverso il tempo. All'alba del terzo millennio le scelte non cambiano. L'Eretico si schiera a fianco del movimento, la Spia diventa segugio dei moderni inquisitori. Ieri con il Vaticano, al servizio di un cardinale. Oggi con il Fmi, il Wto, la Banca Mondiale, al servizio dei padroni. Col nome di Qoèlet, divenuto una sigla multipla, vengono firmati, nel giro di un paio di mesi, due testi anomali. Il primo, diffuso nel forum tutebianche.org poi ripreso su «Giap», è inoltrato a ridosso del G8. Il secondo, pubblicato su un settimanale emiliano, viene redatto pochi giorni dopo i tragici eventi genovesi. Entrambi gli scritti chiariscono con indubbia efficacia, attraverso il punto di vista del confidente per eccellenza, della Spia, dell'Infiltrato, i dispositivi di costruzione dei nemici dello stato(7), le tattiche di controllo preventivo dei conflitti sociali e le linee guida della repressione. Estensione delle originarie finalità interne al testo, forza di una narrativa capace di accordare robustezza degli intrecci e collettivizzazione dei mezzi di espressione. Le cose si ripresentano e non è sempre detto che ciò avvenga nelle forme della farsa. John Mallory, il dinamitardo di Giù la testa, ne sa qualcosa. Sulle note di un popolare motivo di Ennio Morricone scorrono i flashback che avvicinano l'Irlanda dell'Ira al Messico della rivolta contadina, e sovrappongono il viso del dottor Villega, il traditore che muore da martire, all'espressione desolata di un vecchio amico. Le cose ritornano, ma se un brigante peone può diventare un grande e glorioso eroe della rivoluzione messicana, allora, nel tempo circolare delle metafore, si producono significative mutazioni. «Noi e voi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre», recita l'incipit del proclama Alle moltitudini d'Europa, l'esempio, forse più intenso, della rincorsa mitopoietica presa dal collettivo Wu Ming in vista delle giornate di Genova. «Siamo quelli di sempre», una frase, mutuata dal Subcomandante Marcos, che vale una dichiarazione di poetica e che tradisce, con notevole intensità perturbante, l'idea simbolica del fluire temporale(8). E si sa che nei simboli ricordo e scoperta coincidono: «Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo»(9). Nel presente della sollevazione planetaria ricordiamo il passato di altre insurrezioni. Ciò nonostante, la nuova epopea della moltitudine non somiglia per nulla a Les misérables, e solo osservatori malevoli possono dire di rintracciare in tutto questo il piacere masochistico della marginalità. Il connubio, tra il grumo di bisogni e desideri degli uomini senza nome e la sfera dei grandi miti, consente di agire nuovamente in senso egemonico sull'immaginario. Permette l'elezione delle comparse al rango di protagonisti e inversamente restituisce i miti alla loro prima dimensione subcultural, riarticolando il pop, contro una certa estraneazione proiettiva, su basi di partecipazione diretta. Quest'intuizione sostiene la trama di 54, l'ultimo romanzo degli autori di Q. Il milieu dello spettacolo e l'universo della grande politica si confondono col mondo degli ultimi, dei dissidenti inascoltati, dei manovali della mala, di coloro che tirano avanti strisciando nel fango della Storia. Il pantano e l'Olimpo. Così capita di incontrare, nell'aprile del 1954, il divino Cary Grant a fianco del giovane Pierre Capponi, inquieto comunista emiliano. L'archetipo e l'ammiratore impegnati in un serrato ed esilarante confronto. Un'altra metafora per dire che è possibile assaltare il firmamento dei miti e prendersi le stelle. «Nell'affresco sono una delle figure di sfondo», è scritto all'inizio di Q. Sulle gambe dei diseredati cammina la Storia, nelle memorie degli ignoti si ricompongono importanti frammenti di epoche, dai dettagli, apparentemente insignificanti, si riconosce lo stile. Si dànno storie, mitologie, narrazioni e simboli in collisione con il cemento ideologico del neoliberismo e quest'insieme di immagini e racconti può legittimamente competere con le rappresentazioni dominanti. Siamo quelli di sempre, è vero, ma the times they are a-changin'… Un caleidoscopico universo di maschere anima il racconto di una ribellione che ha il globo come posta e il tempo, da evocare e prefigurare, come alleato. Subdoli infiltrati, irriducibili eretici, improbabili vietcong romagnoli, celebri generali indocinesi, guerriglieri che si muovono tra le fronde della selva e valorosi combattenti indigeni intersecano vorticosamente i loro percorsi. Sembra un'altra versione di quella fragorosa esplosione di storie, innescata da Noel Breckenridge III in un racconto scritto da Robert Silverberg nel 1973, di cui si offre, all'inizio dell'antologia, un brillante e attualissimo commento. Nel labirinto delle narrazioni ci guida il filo dei millenari miti di emancipazione, dei grandi paradigmi di lotta insiti nell'ancestrale memoria dei popoli. Fissando il volto di Vô Nguyen Giap intuiamo il profilo sconosciuto di Robin Hood, lo stesso che ritroviamo nei tratti collettivi di Luther Blissett(10). Tra banditi ci s'intende, potrebbe commentare qualcuno, ignorando che il mito del brigante sociale, di colui che ruba ai ricchi per donare ai poveri, è una radicata manifestazione dell'immaginazione pop. Maschera senza nome, paladino dai molti nomi: Jano?ik, Diego Corrientes, Nicola Šuhaj, Angelo «Angiolillo» Duca. E il raffinato rapinatore bolognese Horst Fantazzini? Certo, anche lui a modo suo. E Pietro Cavallero? E Paolo Casaroli, morto pittore? Anche loro. Dopo che è finito bandito Ettore, il commovente partigiano di La paga del Sabato di Fenoglio, tutto può accadere. Volendo vedere le cose dal punto di vista opposto, la medesima idea suona così: «Anche il famoso Pancho Villa, il più grande bandito che c'era al mondo, s'è messo nella Rivoluzione. Ha cominciato come bandito, poi com'è finito? Niente! Generale… Be', per conto mio è finito a merda »(11). Tiziano l'Anabattista ha stampato e diffuso clandestinamente Il Beneficio di Cristo, libro di frontiera tra cattolici e riformati. Ma non c'è da scandalizzarsi. La lotta impone di ricorrere a sottili stratagemmi e le regole delle aurorali narrazioni sul malizioso imbroglione sono ben note. Lo hanno chiamato trickster, riferendosi a colui che strappa impegni, scivola astutamente tra le fazioni in lotta, scompone i fronti contrapposti, sabota i poteri da cui finge di dipendere, li beffa impietosamente, ne produce la crisi, chiosando il tutto con una gustosa, crassa e irridente risata. Prometeo fu il più antico dei trickster, e nel deserto Breckenridge racconta, tra le altre cose, il mito di Prometeo. Del mito si dice nelle prime due sezioni di questo volume, laddove è condotta una flessibile ricognizione sui territori delle storie ed è fissato il nesso tra mitopoiesi (produzione di miti) e movimenti. I miti, oltre a essere ripresentati con scarti minimi ma determinanti, oltre a essere riutilizzati su differenti supporti simbolici, non necessariamente arcaici e premoderni - Luther Blissett è stato trickster, guerrillero e brigante alla fine del Secolo XX e lo è ancora oggi - sono suscettibili di sfacciate adulterazioni. Di variazioni condotte non in nome di un ribaltamento critico del passato sul presente, bensì secondo le maniere di inattesi détournement. L'effetto coincide con quello di una mordace ironia. La scelta iconografica del sito wumingfoundation.com fiancheggia organicamente il procedimento che agisce sul materiale mitico con una vigorosa tensione spiazzante. Il viso di Antonio Gramsci montato sul corpo di un santone induista, il volto barbuto di Marx associato alla muscolatura di uno skinhead, Guevara con una lunga kaffiya palestinese sono alcuni esempi che illustrano la pratica. Sarcastico contenimento di un'ortodossa iconomania. Questa forma di mitopoiesi opera attraverso imprevedibili sincretismi, si riferisce a tempi diversi, rappresenta, con una punta di sano associazionismo neosurrealista, l'idea che tanti altri mondi sono stati e sono possibili. Fantascienza o rivoluzione sociale? Il petroliere sceicco Osama bin Laden, nelle vesti di un improbabile zio Sam, invita il popolo americano a bombardare l'Iraq(12). David Bowie fu l'icona di un comunismo alternativo e anticastrista dal rock umano(13). Il Bartleby di Melville è riemerso dai sotterranei di the Tombs, l'infame prigione di Manhattan, e se ne va in giro predicando il rifiuto del lavoro(14). Scoperto l'elisir di eterna giovinezza, Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi, è giunto in Argentina, su un cargo uruguaiano, per partecipare ai moti del cacerolazo. Ed è certo che una subdola dittatura mistico-operaista, alla metà del XXI secolo, eserciterà il suo dominio pervasivo, capillare e telepatico(15). Se fossimo più saggi, ne prenderemmo coscienza e cercheremmo di porvi rimedio. Purtroppo non lo siamo. Passato, presente, futuro, realtà, folli ucronie, finzione, altre dimensioni e universi alternativi… Chi ha detto che la potente creatività delle moltitudini debba rispettare convenzionalità logiche e linearità crono-logiche? Così, Vô Nguyen Giap porta tranquillamente a battesimo, nei lavacri telematici del III millennio, un'inedita comunità di lettori, autori e riproduttori di storie, che condivide, insieme a molti altri esseri umani, una centralità iniquamente disconosciuta nei processi della produzione sociale. Perché no? Tanto, come diceva il poeta, non si sfugge alla selva, né ieri, né oggi, né mai. L'immagine, virata a tinte cupe, immortala cinque sagome vestite di tutto punto. Posa marziale, se è vero che avere stile equivale a conoscere un'arte marziale. L'espressione dei volti sfugge. Gli occhi non si distinguono, confusi dal grigio che cancella i lineamenti. Una scritta lapidaria chiosa l'immagine: «This revolution is faceless». È inutile aggiungere altro. Bologna, gennaio 2003 GIAP A Howard Fost (1914-2003) Prima parte La storia delle storie. Il materiale di La storia delle storie è stato assemblato e utilizzato per un'esposizione collettiva, tenuta al Festivaletteratura di Mantova - di cui si dice, con copiosa dovizia di particolari, nell'ultima sezione di quest'antologia, dove è proposto un graffiante resoconto di quelle giornate lombarde. Successivamente rivisti, i tre interventi sono diventati altrettante collaborazioni per il quotidiano «l'Unità». Benché apparsi come contributi autonomi, rappresentano le schegge di una riflessione corale che indugia sul senso delle narrazioni e sulla loro eccedente irriducibilità ai meccanismi dello scambio economico. Viene introdotto, in tal modo, il tema della libera circolazione delle conoscenze, argomento ripreso sistematicamente alla fine del volume. Attraverso una spregiudicata esplorazione, che scivola tra un racconto fantascientifico di Robert Silverberg e le pagine di Lewis Carroll, tra la letteratura eterodossa del Cinquecento e la toponomastica, La storia delle storie raccoglie una fluida dichiarazione di poetica. Del resto, quale migliore enunciazione d'intenti di quella che rimane depositata sulla pagina dopo una violenta mareggiata di storie? Breckenridge e il continuum Wu Ming 1 Serendipità: l'essere disposti a trovare ciò che non si stava cercando, a valutare correttamente l'imprevisto. Noel Breckenridge III, uomo d'affari nella New York del XX secolo, tutto famiglia e Wall Street, amicizie strumentali e relazioni vacue, è da tempo stanco della vita e si domanda che senso abbia la sua presenza sulla Terra. Una sera, a casa di amici, Breckenridge incontra un famoso antropologo, che gli parla dell'importanza dei miti: i miti rendono tutto possibile, trasformano il passato e il futuro in presente, offrono «un barlume di eternità», come diceva Michelet della Rivoluzione francese. Durante la cena, Breckenridge è preda di violente allucinazioni, vede un deserto, quattro figure incappucciate... L'antropologo cita Franz Boas, studioso delle culture native americane: «Sembrerebbe che i mondi mitologici siano stati edificati solo per essere fatti di nuovo a pezzi, e che nuovi mondi siano stati costruiti con quei frammenti». Qualche tempo dopo, Breckenridge si reca in Israele per un viaggio di lavoro. La sua angoscia è ormai giunta al culmine: talora le allucinazioni lo portano in un paesaggio preistorico, talora fantastica di risvegliarsi nella post-Storia, «nell'anno duemiliardesimo, zap!, giusto al di là dell'intero continuum». Zap! Breckenridge si risveglia in un deserto sconosciuto. Intuisce di trovarsi in un futuro remoto, anzi, un futuro anteriore, dove tutto sembra già essere successo: guerre totali, catastrofi, congiunzioni astrali, estinzioni e rinascite di civiltà, nuove catastrofi, mutazioni della specie umana (che non ricorda nulla delle proprie origini). L'anno duemiliardesimo. La rappresentazione tangibile della vita come «condizione senza senso». Giunge una spedizione di quattro archeologi, che sembrano muoversi a caso e non sanno cosa stanno cercando. Breckenridge, l'uomo che viene dall'alba dei tempi, si unisce a loro e assume il ruolo di fabulatore, di aedo. Ogni sera, intorno al fuoco, cerca di far rinascere i miti classici, di rendere significativa la vita per mezzo della narrazione, ma domina l'entropia, i ricordi sono confusi, le storie si intrecciano e i personaggi si sovrappongono: Edipo è figlio di Euridice e la ama al posto di Orfeo, la uccide e fugge dalla Terra dei Ladri spiccando il volo con un paio di ali di cera, ma vola troppo alto e fa la fine di Icaro. Anche la leggenda di Faust e quella di Prometeo si confondono al di là di ogni comprensibilità. I compagni di viaggio non sanno cosa pensare, addirittura litigano sulle interpretazioni, contestano il narratore: ...una massa di frammenti che fluttuano a caso... Vedo l'apparenza del mito ma non la verità interiore... Niente dramma, niente intensità, soltanto un nudo abbozzo di avvenimenti. Ho sentito cose migliori da te altre sere: Sheherazade e i Quaranta giganti, Don Chisciotte e la Fontana della giovinezza... Dopo quaranta giorni nel deserto (esperienza iniziatica presente nei miti di diverse culture), la spedizione giunge alle porte di una città dalle dimensioni annichilenti, megalopoli antichissima - ma meno antica del tempo da cui proviene Breckenridge - che parrebbe abbandonata, non fosse per alcune ombre, figure avvistate in lontananza. Gradualmente, i pochi abitanti della città trovano il coraggio di avvicinarsi e fraternizzare. Un nuovo pubblico per le storie di Breckenridge. Un giorno, i cinque scoprono nei sotterranei della città milioni di uomini e donne in animazione sospesa, chiusi dentro bozzoli tecnologici, in attesa di un risveglio dalle cause imperscrutabili. I pochi rimasti in stato di veglia sono i custodi dei «morti» e delle macchine. Il suicidio di una civiltà. Lo stesso nihilismo di Breckenridge, che vagheggiava di scavalcare il tempo per superare il mal di vivere. Di fronte a una condizione che riflette la sua come in un immenso specchio deformante, Breckenridge intuisce in quale direzione muoversi per risolvere l'enigma (della vita, della città, del racconto di cui è protagonista): produrre un'esplosione di storie, narrare come mai si è fatto prima, evocare le storie, portarle alla luce, «estrarre la vita dalla morte». Per giorni e giorni Breckenridge racconta, racconta, racconta: la storia di Sansone e Odisseo, le origini dell'umanità, l'Ebreo errante, l'Età dell'oro e quella del ferro, l'Età dell'uranio, come l'uomo conobbe «le acque e i venti e le stagioni e i mesi e il giorno e la notte», e infine, come nacque l'arte: Da un buco nello spazio scaturí un torrente di pura forza vitale. Molti uomini e molte donne tentarono di catturarne il flusso, ma furono ridotti in cenere dalla sua intensità. Alla fine, tuttavia, un uomo escogitò un mezzo. Scavò se stesso finché dentro di lui non vi fu nulla e si fece trascinare da un cane fedele fino al luogo in cui il torrente di energia scendeva dai cieli. Allora la forza vitale entrò in lui e lo riempì e invece di distruggerlo prese possesso di lui e gli ridiede la vita. Ma la forza straripò dentro di lui, traboccando, e il solo modo di risolvere la faccenda fu produrre racconti e sculture e canzoni, perché altrimenti la forza lo avrebbe inghiottito e lo avrebbe annegato. Il suo nome era Gilgamesh e fu il primo degli artisti dell'umanità. (Corsivo mio). I miti sono sincretici ma non piú confusi. Breckenridge ritrova il significato e la funzione dei miti: permettere al singolo e all'umanità di attraversare la perdita del senso, verso la catarsi che darà inizio a un nuovo ciclo. È la «unità nucleare» del mito, descritta da Joseph Campbell nel suo L'eroe dai mille volti (1946), basata sulla palingenesi (la «nascita continua») e sullo schema «separazione dal mondo, penetrazione sino a qualche forma di potere, e ritorno apportatore di vita», cui segue «un trionfo di portata storica e universale». L'eroe risponde a una chiamata, si muove in un paesaggio simbolico e archetipale, attraversa l'ignoto (il deserto, il regno della notte, il ventre della balena), supera prove che rappresentano la necessità di «morire al mondo», staccarsi dalle forme che già conosce, affrontare una metaforica «non-esistenza» (il buco scavato in se stessi) che rende possibile l'azione creativa. L'ultima prova è l'apoteosi, affrontare il guardiano della soglia di un'altra dimensione. Recando con sé il dono dell'accesso a un nuovo tempo, l'eroe tornerà alla sua comunità. Apoteosi: attraverso una galleria, Breckenridge giunge alla sala comandi del sistema di ibernazione. Mentre cerca di capire come risvegliare i dormienti, un gigantesco scorpione lo afferra e gli chiede quale sia il suo scopo. Breckenridge risponde che è giunto il tempo di svegliare i dormienti, e chiede allo scorpione quale sia l'ultima prova da superare: una prova di forza? Una corvée? Un indovinello da risolvere? Lo scorpione chiede a Breckenridge di risolvere... l'indovinello della Sfinge a Edipo. Breckenridge ricorda la risposta e risolve l'enigma. Lo scorpione lo lascia andare, Breckenridge aziona i comandi e resuscita un'intera civiltà. Quando i risvegliati accorrono per sentire i suoi racconti, egli conclude: - Alba dopo alba, il semplice fatto di essere vivo, di essere parte di tutte le cose, di essere parte della danza cosmica della vita, questo è il significato, la ragione d'essere. Ritorno: Breckenridge si risveglia all'aeroporto Jfk di New York, intenzionato a cambiare vita. Essere serendipici, conquistare l'attitudine che ti fa gioire delle deviazioni, dei lavori in corso, delle strade maestre bloccate, perché l'esperienza di lasciare la carreggiata e battere altri sentieri ci farà trovare qualcosa. Senza quest'attitudine, non si può capire come una vecchia rivista di fantascienza trovata su una bancarella possa contenere e rivelarci la storia delle storie, farci comprendere di quali narrazioni abbiamo bisogno. Breckenridge e il continuum è un racconto di Robert Silverberg scritto nel 1973, pubblicato nel 1978 su un numero di «Robot». Tra gli scopi della rivista vi era abbattere lo steccato tra science fiction e cultura di sinistra, impresa cui si dedicavano diversi gruppi, tra cui il collettivo Un'ambigua utopia. All'epoca molti compagni ritenevano la s-f (e tutta la «paraletteratura») reazionaria o, nella migliore delle ipotesi, «poco seria». In quel modo si tenevano lontani da un formidabile patrimonio di immaginazione a un tempo sovversiva e costituente. La pubblicazione della short story di Silverberg suona allora come una fiera dichiarazione d'intenti. In mezzo c'è stato il cyberpunk e molto altro, abbiamo guadagnato terreno, tuttavia la battaglia è ancora in corso e anzi, le difficoltà di allora rischiano di riprodursi a un livello piú alto. Quando i nuovi movimenti parlano di «miti» e di «mitopoiesi» (creazione di miti) non intendono, come molti sembrano credere, proporre una versione «piú a sinistra» del pensiero reazionario e «sapienziale», che vede nel mito (al singolare) la narrazione statica di un tempo che sta sopra il nostro, tempo di un ordine ancestrale, «puro», «autentico», che la nostra civiltà avrebbe abbandonato e alle cui immagini dovrebbe riattingere (evitando di modificarle) per trarne lezioni univoche. Per la destra culturale (da Eliade a Guénon) il mito è una dimensione in cui tutto è già stato narrato. Al contrario, noi crediamo che i miti (al plurale) siano narrazioni dinamiche e spurie, racconti che ci permettono di superare la quarantesima notte nell'ignoto (il deserto, le fasi di incertezza del conflitto sociale). La mitopoiesi consiste nel manipolare i miti, nel «farli a pezzi» e ricostruirli, per estrarre la consapevolezza dall'entropia, senza rinunciare alla ragione (come nell'uso strumentale del materiale mitologico da parte del nazismo) né all'emozione (cioè limitandosi ad analizzare). L'approccio giusto possiamo trovarlo solo raccontando. Per questo, siamo tutti Breckenridge. «l'Unità», sabato 14 settembre 2002, sezione Orizzonti. Homo fabulans Wu Ming 2 e Wu Ming 4 Ogni singolo individuo, ogni comunità umana complessa, ha un insopprimibile bisogno di raccontare storie e di sentirsele narrare. Chi volesse confutare quest'affermazione, si troverebbe presto nei pasticci, poiché tale bisogno è parte integrante della nostra concezione di essere umano e di comunità: faremmo fatica a immaginare un cervello di homo sapiens che non ospitasse diversi tipi di storie e forse non avremmo niente di simile a ciò che siamo soliti considerare un cervello umano se i nostri antenati non si fossero divertiti a narrare e a ri-produrre fiabe e leggende. Le storie, al pari della manualità, hanno plasmato il nostro organo pensante, cosí come lo conosciamo, e lo stesso dovrebbe potersi dire per le grandi aggregazioni di individui. Centinaia di antichissimi miti di popolazioni diverse e lontane hanno raccontato, a modo loro, questa verità, descrivendo la creazione del mondo come atto narrativo di un dio poeta che attraverso il racconto ha dato vita all'intero universo. Allo stesso modo, i famosi canti degli aborigeni australiani descrivono e tengono in vita il mondo, che smetterebbe di esistere, se si smettesse di cantarli, mentre l'individuo non potrebbe attraversare con serenità la morte se scordasse i canti che lo riguardano e gli permettono di tornare indietro, verso il luogo dove sta sepolta la sua anima. Osservando la questione da un'altra angolatura, tuttavia, si potrebbe dire che sono le storie stesse ad aver bisogno di essere raccontate. Se si smette di raccontarle, infatti, di stamparle, di leggerle, rischiano l'estinzione. Ed esse invece sembrano seguire un vero e proprio istinto, una forza vitale che le spinge a eccedere sempre rispetto ai vincoli imposti, quasi non accettassero i limiti naturali di un singolo habitat (sia esso organico, come il cervello, o inorganico, come un libro). Dal punto di vista delle storie, infatti, gli esseri umani sono soltanto un habitat molto favorevole per permettere alla specie di mantenersi viva. Esse hanno bisogno di comunità che le tramandino, di menti in cui riprodursi, di un terreno di coltura che permetta loro di evolversi. Forse anche per questo, arrivati agli ultimi anni di vita, molti anziani sentono il bisogno di raccontare vicende antiche o dolorose: le storie premono dentro di loro con urgenza e combattono per non morire. Non a caso, il più delle volte, un vecchio che racconta sceglie un uditorio piú giovane di lui, per consegnare le storie a menti/individui dotati di buona memoria, energie, tempo e relazioni sociali. Il luogo piú ambito, la Terra promessa che tutte le storie vogliono raggiungere, è il cervello umano. La competizione è grande, poiché il nostro cervello è l'unico luogo in cui una storia può finalmente nutrirsi, crescere, riprodursi, realizzando cosí molti dei suoi compiti principali, comuni ad altre forme di vita: leoni, petunie o sequenze di Dna. Per fortuna, la nostra mente non è, allo stesso tempo, l'unico ambiente in cui una storia può vivere. Esistono supporti piú duraturi, dove esse possono riposare, quasi in letargo, in attesa di raggiungere il paradiso riproduttivo: libri di carta, nastri magnetici, compact disc, circuiti stampati. A loro volta, questi ricettacoli di storie servono da trampolino per contattare quanti piú cervelli possibile. Ma non è facile: un libro può finire sepolto in una biblioteca e non essere mai piú ristampato, mentre si estinguono i cervelli che l'avevano letto, e lo stesso può accadere a tutti gli altri supporti, senza contare il loro inevitabile deterioramento. Perciò le storie non si affidano soltanto a questo genere di veicoli: cercano di liofilizzarsi, di condensarsi il piú possibile per salire su zattere molto piú strette e pericolanti. Le lapidi sparse nei centri storici delle città europee alludono a centinaia di storie, spesso note, altre volte nascoste chissà dove. Altrettanto i nomi di certe strade. Via Centotrecento è già una promessa. Lo stesso per il simbolo @ degli indirizzi e-mail, che grazie alla curiosità di Giorgio Stabile ha potuto raccontare la sua storia, da antichi mercanti veneziani a ingegneri americani. A sua volta, ogni storia ne trasporta mille altre, sotto forma di accenni, personaggi secondari, potenziali prequel e sequel, eccedenze congenite, giochi di rimando. E molti altri stratagemmi, affinati dall'evoluzione, per affrontare un ambiente ostile e competitivo. Secondo Richard Dawkins, autore di Il gene egoista, applicare alle storie (e piú in generale alle idee) la teoria dell'evoluzione non serve soltanto come analogia descrittiva, ma ci mette in grado di spiegarne il comportamento. Qualunque evoluzione, biologica o culturale che sia, presenta tre aspetti. 1. Variazione: cioè molti soggetti differenti che popolano un ambiente. 2. Eredità: i soggetti sono in grado di riprodursi, di creare molte repliche di se stessi. 3. Adattamento: l'ambiente circostante, interagendo con le caratteristiche dei soggetti, ne influenza il numero. È indubbio che questo modello possa applicarsi alla situazione appena descritta. Ma come spesso accade, le conseguenze di una teoria sono molto piú importanti, per la sua accettazione, della teoria stessa. Descrivere le storie come forme di vita, dotate in un qualche modo di una loro autonomia e guidate dal principio evoluzionistico della lotta per la sopravvivenza della specie, può essere molto affascinante, ma significa essere disposti a diverse rinunce. Innanzi tutto l'Autore, il genio creativo, l'artista in contatto con dimensioni superiori dell'essere, caro alla visione romantica borghese, si ritrova molto ridimensionato. Il narratore non è un analogo di quel dio che diede vita al mondo attraverso le sue storie, piuttosto è un comodo veicolo attraverso il quale la «biblioteca» di una comunità cerca di replicare se stessa. Chi si assume il compito di raccontare storie è un «riduttore creativo di complessità». Come Elias Lönnrot, il compositore del Kalevala, la grande saga epica dei finlandesi. Questo Omero contemporaneo, nella prima metà dell'Ottocento, raccolse e registrò dalla viva voce dei cantori una grande massa di racconti epici, per riscriverli, ristrutturarli, lavorare di taglia e incolla, inventarsi passaggi di raccordo e dar vita a un poema unitario di straordinaria bellezza, comportandosi piú o meno come gli stessi runoia, che spesso cercavano di mettere ordine nei canti che conoscevano, intrecciandoli e rielaborandoli continuamente, poiché come ogni forma di vita, anche le storie, nel replicarsi, si modificano senza sosta. D'altra parte, Lönnrot fece qualcosa che nessuno dei runoia avrebbe saputo fare: aveva dalla sua la lingua scritta, che molti di loro non conoscevano, per far sí che certe storie non dovessero affidare la loro sopravvivenza ai cervelli di uomini spesso molto anziani, poi si servi dei suoi studi di folklore e della conoscenza di altri poemi epici, per guidare la selezione, ottenere un amalgama che potesse infettare le menti dei lettori contemporanei, gente nata e cresciuta in città, lontana dalle steppe dei cantori. Fece un lavoro prezioso, inestimabile, importantissimo per la comunità e sicuramente creativo. La sua importanza come narratore non risulta in alcun modo intaccata dal fatto che le storie che raccontò non fossero «uscite», per la prima volta, dal suo cervello. Il 28 febbraio, giorno della prima pubblicazione del Kalevala, in Finlandia è festa nazionale. La seconda rinuncia è quella ad apporre alle storie un vincolo di proprietà esclusiva. Le storie sono di tutti. Appartengono alla collettività, ed è grazie ai cervelli di molte persone che possono mantenersi sane ed efficienti nella riproduzione. Chi si appropria di una storia e vuole tenerla solo per sé, commette un furto. Il narratore che vive del suo lavoro, non lo fa vendendo storie che sono sue, ma raccontando storie che sono anche sue, attraverso performance o grazie a oggetti particolari, i libri, che vengono venduti come qualsiasi altro prodotto. Il contenuto della narrazione, invece, può soltanto essere restituito alla comunità, che deve potersene servire liberamente. Infine, le storie hanno bisogno di circolare e di replicarsi con tutti i mezzi possibili. Qualsiasi provvedimento cerchi di limitarle sotto questo aspetto è un attentato contro l'evoluzione della cultura e quindi, poiché le comunità e gli individui hanno, a loro volta, bisogno di storie, si tratta di un vero e proprio crimine contro l'umanità. Queste implicazioni sono estreme soltanto in apparenza. Tutto sommato, l'idea di proprietà privata intellettuale appartiene a un periodo assolutamente breve e recente della Storia e ogni giorno che passa appare sempre piú come il tentativo di vincolare e ridurre una delle attività umane piú naturali, collettive e irrinunciabili: raccontare il mondo attraverso le storie. «l'Unità», mercoledí 18 settembre 2002, sezione Orizzonti. Diritto all'eccedenza Wu Ming 3 e Wu Ming 2 Il sentiero finora percorso dentro le storie, dalla fascinazione che ne subiamo alle loro necessità biologiche, ci spinge a evidenziarne il carattere eccedente, infinitamente riproduttivo, incontenibile e capace di descrivere traiettorie vertiginose, fuori da qualsiasi prevedibilità, nello spazio-tempo. Disegniamone una tra milioni. Un libro controverso e inquisito, maledetto e di attribuzioni dubbie e plurime, un «best seller» proibito (nel senso pieno del termine, migliaia di copie, traduzioni in molte lingue), apparso negli anni Quaranta del XVI secolo: Il Beneficio di Cristo. Negli anni successivi alla sua apparizione, il testo - attribuito da alcuni a un frate domenicano, Benedetto Fontanini da Mantova - fu al centro di vicende incredibili, prima e dopo il suo inserimento nell'Indice pubblicato nel 1549 dalla rinnovata Inquisizione, diretta dal cardinale Gianpietro Carafa, futuro papa Paolo IV. Eppure, sul piano teologico, non contiene nulla di cosí rilevante o scabroso. Libro passato per varie mani, illustri e volgari, artigiane e intellettuali; poi raro e pericoloso come il morso di un serpente: veleno da espellere subito oppure letale. Libro di frontiera, ponte di dialogo tra cattolici e riformati o esca lanciata da menti astutissime e cospirative dentro le faide politico-religiose dell'epoca? Non è importante rispondere qui. Piuttosto conta seguirne la parabola. Dopo i fasti e le disavventure dell'Inquisizione, che ne fanno il libro «nero» ed eretico per antonomasia, Il Beneficio di Cristo in qualche decennio si inabissa, prima nella circolazione, clandestina e sempre piú rara, poi nella memoria collettiva e religiosa (se non in quella blindata degli archivi vaticani), per riemergere blandamente qualche secolo dopo, nelle discussioni dottrinali e teologiche di pastori e intellettuali protestanti. E questo filo, tenue e ambiguo, ciò che giunge a due storici e ricercatori - e siamo arrivati agli anni Settanta del XX secolo - Adriano Prosperi e Carlo Ginzburg, che fanno del Beneficio di Cristo l'oggetto di un seminario aperto di ricerca coi propri studenti e di una pubblicazione, Giochi di pazienza (Einaudi, 1975). Quel saggio svela tutte le caratteristiche da thriller storico-teologico raggrumate intorno a quella ormai perduta pubblicazione. Gli autori lo fanno con il rigore degli storici e senza licenze, ma con la passione e il tratto che aprono squarci su vicende appassionanti e figure, personaggi solo apparentemente secondari, ignoti, che però attraversano in maniera bizzarra e cruciale eventi di portata storica. Infine, e siamo ormai «a casa», Il Beneficio di Cristo e le complesse trame che ruotano intorno a esso diventano uno degli architravi narrativi di un romanzo, Q (Einaudi, 1999), firmato da un collettivo di scrittori con lo pseudonimo aperto Luther Blissett. Il romanzo incontra una buona fortuna commerciale e di critica, viene tradotto in molti Paesi, e in alcuni casi riapre e riaccende il dibattito sia di ordine storico sia teologico su quelle questioni. Attraverso un testo di diffusione di «massa», Il Beneficio di Cristo torna a essere un libro «popolare». Singolare, no? Dove, quando e sotto quali spoglie avverranno le future «emersioni»? Questa eccedenza, la natura traboccante delle storie, il riversarsi continuo della conoscenza in corsi e rivoli successivi e imprevedibili, ci spinge a confutare il disilluso e cinico adagio: «Tutto è stato già raccontato». Non è mai stato raccontato tutto. Se anche fosse vero, tutto potrebbe essere raccontato di nuovo, da altre prospettive, illuminando angoli oscuri, sviluppando nuove connessioni. Ma forse possiamo capire la ragione per cui alcuni nutrono sospetto e diffidenza verso le storie e le modalità della loro trasmissione, fino a spingerli a decretarne la fine. E quel tratto irriducibile e fieramente antieconomico che il Dna riproduttivo delle storie conserva. O meglio, quel loro alludere a un altro sistema di relazioni, capace di valorizzare ciò che è infinitamente riproducibile, basato sul dono, la gratuità, la condivisione, la cooperazione. Già, perché di storie, come abbiamo visto, non c'è mai penuria, né carestia o recessione. Inoltre, sfuggono a ogni criterio contabile della partita doppia: chi «riceve» le storie è senz'altro piú ricco, ma chi le «cede-racconta» non è affatto piú povero. Tutt'altro. Oggi però viviamo l'epoca del monologo incessante dell'economia come unico motore e performatore della realtà e delle relazioni all'interno della specie umana. E il fondamento concettuale e pratico, il pilastro discorsivo che sostiene l'economia, padrona incontrastata delle nostre vite, è il concetto di Scarsità. L'economia è, per definizione da manuale, il governo dei beni e delle risorse scarse. È facile allora capire perché l'economia, e il suo discorso, e i suoi incessanti cantori, non amano le eccedenze. Anzi, le contrastano. E con successo. In poco piú di un secolo, per rendere effettivo e cogente il proprio dominio, il famoso «primato dell'economia», è riuscita a far diventare scarse, e perciò appetibili a fini di profitto, quasi tutte le risorse del pianeta. Siamo la prima generazione della Storia dell'umanità a sancire che nel nostro ecosistema non c'è aria, terra, acqua sufficiente per tutti. Le risorse primarie diventano cosí territorio di caccia e sfruttamento per i rapaci della finanza globale, delle oligarchie militari e delle élite produttive di un pugno di Paesi. Ciò che per millenni gli esseri umani hanno considerato «eccedente» per definizione, il cielo sopra la nostra testa, l'aria che respiriamo, l'acqua di cui siamo composti e che ci circonda ovunque, la terra sotto i nostri piedi, oggi diventano terreno di contesa per potentati aggressivi e spregiudicati, con il destino di orde di disperati già tragicamente segnato. Come si arriva a tutto questo? Oltre all'indispensabile ferocia necessaria a imporre politiche devastanti, anche le parole hanno un peso rilevante, altrettanto necessario. E dietro apparenti sottigliezze semantiche possono nascondersi strategie assassine. Già da qualche anno, ad esempio, nei documenti della Banca mondiale come dell'Onu, l'acqua appare descritta come «bisogno» e non «diritto» umano. Successivi documenti del Wto o del Nafta cominciano ad associare all'acqua termini come «merce», «investimento», «servizio». Come è ovvio e noto, mentre i diritti sono (o dovrebbero essere) inalienabili, i bisogni sono negoziabili, quindi acquistabili. Gli organismi transnazionali proseguono poi l'opera aprendo la via e finanziando i colossi dell'industria globale dell'acqua: Vivendi, Suez, Nestlè, Coca-Cola eccetera. Oggi, mentre due miliardi di persone muoiono di sete, ci dicono: date un prezzo all'acqua, poi il mercato farà il resto. Cosí già ora l'industria globale dell'acqua fattura piú di quella farmaceutica, altro colosso della finanza planetaria. Quel «sottile» cambio lessicale ci annunciava la causa di molte delle guerre a venire. Ma torniamo alle storie, anche se questa dell'acqua è una di quelle che da oggi in avanti dovranno essere raccontate in ogni dettaglio. Come dicevamo, anche l'eccedenza che è loro propria viene contrastata, insieme alla dimensione gratuita e orizzontale dentro cui la conoscenza si sviluppa, e con essa la comunità che la produce, in un reticolo di comunicazione, narrazioni, formazione dal «basso» di saperi e tecniche. Il serbatoio potenzialmente inesauribile dei saperi e della cooperazione va essiccato, reso scarso, e successivamente colonizzato, messo al lavoro, a profitto. «Se non c'è rendita, non c'è innovazione», dice Schumpeter, l'inventore della «distruzione creativa» che regola il capitalismo e il mercato. La rendita, eccola l'ossessione paranoica e monopolista, il dogma che presiede l'inflessibile dittatura del pensiero unico nazional-liberista. È grazie a questo dogma che gli stessi concetti di proprietà intellettuale, o di copyright, possono esistere. Le leggi attuali, Paese dopo Paese, che regolano la cosiddetta proprietà intellettuale, rappresentano la camicia di forza, repressiva e anacronistica, paradossale e inefficace, alla produzione di intelligenza, alla cooperazione e allo scambio di risorse e saperi come open source, sorgente aperta e a disposizione dello sviluppo della comunità. Esemplare, a questo proposito, l'ultima avventura di Alice nel paese delle meraviglie. Una storia a tutti gli effetti «di pubblico dominio»: i diritti d'autore di Lewis Carroll sono decaduti da un pezzo. L'anno scorso, la Adobe Systems, grande produttrice di programmi per computer, ha tentato di lanciarsi nel mercato degli e-book, i «libri elettronici». Per pubblicizzare il software Glassbook Reader, ha realizzato una versione digitale della prima edizione inglese di Alice, con disegni dell'autore e caratteri tipografici perfettamente riprodotti. Poi ha reso disponibile il file attraverso il suo sito. Una volta scaricato il libro sul computer, il cyber-lettore entra davvero nel paese delle meraviglie. Basta che legga, sulla pagina di presentazione, la lista delle permissions: Nessuna selezione del testo può essere copiata negli Appunti. Non è permessa la stampa del libro. Non si può prestare o regalare il libro a qualcuno. Il libro non può essere letto ad alta voce. Un delirio. In particolare l'ultima affermazione, degna del Cappellaio matto. Cos'è successo? La Adobe, nel tentativo di riprodurre le caratteristiche di un libro in carta e inchiostro su un supporto digitale, ha ideato diverse funzioni: il computer può leggere il testo, si può decidere di prestare il file a qualcuno, nel qual caso non lo si può utilizzare finché non viene restituito, oppure lo si può regalare, cedendo ad altri la chiave per accedervi. Copia e stampa del volume funzionano come per qualsiasi altro documento. Da questo punto di vista, la Adobe ha intrapreso una strada interessante: aprire, attraverso il software, una serie di possibilità che nel mondo digitale non sono affatto scontate e vengono spesso inibite direttamente dall'hardware (Cd-Rom protetti da copia e altre nefandezze). Perché allora non ha abilitato queste funzioni per Alice? Perché non le ha rese una caratteristica fissa dei suoi e-book? Semplice: le case editrici si sono preoccupate. Hanno chiesto di poter scegliere volta per volta se un e-book possa o meno essere regalato, copiato, letto ad alta voce dal computer (i diritti audio potrebbero già essere stati venduti). Il fatto che nel mondo reale i libri si possano prestare non è affatto conveniente: meglio non importare questa caratteristica scomoda anche nel «nuovo» mondo digitale. Tuttavia, grazie alle proteste di molti, la versione piú recente di Alice ha fatto qualche passo avanti. Stavolta, si può leggere e stampare. Su questa nota positiva, ci piace concludere i nostri tre brevi appuntamenti. Abbiamo deciso di occuparci di storie, e forse a qualcuno sarà sembrato un argomento un po' futile, a fianco di dichiarazioni di guerra, commemorazioni di stragi, appelli per la giustizia. Speriamo di aver mostrato che il Mondo fantastico non è un facile rifugio, ma condivide con l'intero Pianeta, e con lo Spazio virtuale, la necessità di proteggere beni e risorse collettivi, di lottare perché diritti «scontati» non divengano concessioni e impedire che, al pari di piante e semi, anche le storie finiscano sotto padrone, geneticamente modificate, incapaci di nutrire le comunità future. «l'Unità», mercoledí 25 settembre 2002, sezione Orizzonti. Seconda parte Miti fondativi e nuove narrazioni In che modo le storie e i miti intersecano il piano dell'azione politica? Risposta di movimento ai quesiti sollevati in La storia delle storie, Miti fondativi e nuove narrazioni illustra il funzionamento dei dispositivi mitopoietici. Tute bianche. La prassi della mitopoiesi in tempi di catastrofe è la traduzione ed elaborazione degli appunti per un intervento, poi saltato, che Wu Ming 1 avrebbe dovuto tenere a Monaco di Baviera nell'ottobre 2001 in occasione del festival «make-world o=yes». Il testo traccia, a partire dalla metà degli anni Novanta, l'interpretazione di alcuni vettori simbolici del conflitto: dal Luther Blissett Project all'esperienza delle Tute bianche, passando per l'immaginario dell'Ezln. Gli astronauti di chi?, redatto per «Giap» nel febbraio del 2002, fa il punto sullo stato del movimento dopo le drammatiche vicende dell'anno precedente, dopo la «mattanza» di Genova e il mattatoio alle Twin Towers. Con 20 luglio 2002. Un piccolo miracolo laico, pubblicato su diversi periodici ma proposto in anteprima su «Giap», si ritorna in piazza Alimonda. Trecentosessantacinque giorni dopo i fatti del G8. L'occasione rappresenta il concreto pretesto per un viaggio nella memoria, per un pensoso vagabondaggio attraverso il tempo e lo spazio. Che cosa lega l'inquietante ombra del Treptower, memoriale stalinista di Berlino est, a un tranquillo poggio del basso Appennino emiliano? E che cosa accomuna una notte del 1944 al doloroso ricordo del 20 luglio 2001? Il flashback si interrompe bruscamente quando una voce sillaba un funebre slogan di vendetta dal marcato stile anni Settanta. Gli astronauti di chi? Immaginazione e moltitudine in Italia nei giorni del cacerolazo globale Wu Ming È vero che in Italia e nel resto del pianeta il «movimento dei movimenti», benché duramente provato, è sopravvissuto alle «mattanze» del 2001 (Göteborg, Genova eccetera) ed è ripartito nonostante il tentativo di spazzarlo via manu militari. È vero che nemmeno il post 11 settembre, l'intruppamento ideologico da Quinto Reich (parlare del Quarto è ormai un anacronismo), è riuscito a fermare la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, che anzi, hanno trovato nell'opposizione alla enduring war planetaria una ragione in piú per scendere in piazza e organizzarsi. È vero che milioni di profughi della sinistra ex «storica» premono ai confini tratteggiati di questo nuovo movimento, variegato e multiforme, con una domanda di argomentazione e partecipazione, di idee, gesti e parole che restituiscano loro la dignità dell'opposizione allo stato di cose presente, ma anche un principio-speranza per immaginarne il superamento. Proprio per questo è sotto gli occhi di tutti un primo problema che potremmo scrivere con la maiuscola e definire, appunto, come il Problema dell'immaginario. O meglio: del rapporto tra l'immaginario e l'immaginazione di questo movimento, rappresentazione di sé e dell'altro mondo possibile cui si vuole alludere. Finora è stata principalmente la spinta etica, psicologica, morale (in certi casi specificatamente religiosa), a serrare le file del dialogo e della condivisione delle lotte. E proprio a causa dei diversissimi punti di partenza delle varie anime del movimento e per la sua connotazione realmente globale. Ma dato che il movimento è sorto in risposta alla concretissima materialità dei problemi provocati dal capitalismo, è impossibile non porsi il problema del superamento della spinta etica, e dell'approdo a una critica materialistica diffusa. Ciò non implica alcun «tirare le somme», ridurre quella molteplicità argomentativa che costituisce la sua ricchezza e novità, ma sicuramente occorre interrogarsi su come rappresentare e comunicare, in primis a noi stessi, la condivisione della precarietà esistenziale collettiva. Un'esistenza che conosce certo macroaree geografiche di parziale tutela, che però vanno sempre piú riducendosi, mentre la precarietà insidia anche i reclusi «di lusso» nelle fortezze settentrionali del pianeta. Nessuno finora è riuscito a interpretare la moltitudine. Al massimo, come a Genova, si è riusciti a evocarla, sempre semiconsapevolmente, come apprendisti stregoni. Non è un caso che, dopo Genova e dopo la Perugia-Assisi, le scadenze nazionali piú riuscite siano state quelle su cui le realtà piú organizzate avevano investito meno energie e meno convinzione (10 novembre contro la guerra, 19 gennaio contro la Bossi-Fini). Le realtà organizzate del movimento sono ancora troppo prigioniere di due difetti. Innanzi tutto del trionfalismo di parte, miopismo tragico che porta a vedere nel rafforzamento e nella riproduzione a oltranza della propria «parte» - del «proprio» movimento all'interno del piú vasto movimento dei movimenti - un necessario successo. Questo rischia di riprodurre logiche avanguardistiche novecentesche, a nostro avviso obsolete. Per citare il Subcomandante Marcos: «Non sapremmo cosa farcene di un'avanguardia talmente avanti da non poter essere raggiunta da nessuno». Ai fini di vincere la battaglia dell'immaginario è altresí necessario liberarsi dello sconfittismo, malattia atavica della sinistra. Ovvero il predominio - nel migliore dei casi - di un «cristianissimo» (absit iniuria) spirito di testimonianza, dell'assunto decoubertiniano che la «partecipazione» sia piú importante della vittoria, oppure - nel peggiore dei casi, occorrenza piú rara, per fortuna - di un iperradicalismo dogmatico e parolaio che a livello «strategico» privilegia una livorosa inazione e a livello «tattico» la contumelia telematica. L'unico contenuto di costoro è la condanna - in quanto «inadeguata» o «riformista» - di qualunque campagna politica o forma d'azione, e soprattutto di qualunque innovazione linguistica e comunicativa. E invece bisogna saper vincere le battaglie ed essere all'altezza delle proprie vittorie concrete (per quanto parziali: ma in fin dei conti quale vittoria è «totale»?). Occorre saper riconoscere le proprie vittorie, se necessario dar loro nuovi nomi e rilanciare, tenendo sempre presente che il bacino d'ascolto è piú vasto e piú ampio dei numeri della piazza. Cosa vuole questa moltitudine? E a chi lo chiede? Noi crediamo che la moltitudine esprima un bisogno di nuovi miti fondativi. Radicalmente nuovi, con l'accento posto su entrambi i termini, tanto sulla necessaria radicalità (un andare alla radice, alle radici), quanto sulla novità (postnovecentesca). Perché un altro mondo sia possibile, deve essere possibile immaginarlo e renderlo immaginabile da molti. Non useremo pezze d'appoggio «immaterialiste» e postfordiste per affermare che la questione dell'immaginario e quella delle basi materiali della critica sono esattamente la stessa questione. Lo diciamo e basta. Per poter superare la testimonianza occorre riflettere su quale sia la composizione sociale, tecnica e politica di questa «moltitudine» che nominiamo a ogni piè sospinto, e quale immaginario, quali miti di lotta essa porta e riproduce. Senza un immaginario di riferimento, senza una narrazione «aperta» e «indefinitamente ridefinibile» cui sia possibile partecipare e attingere liberamente, il movimento non può che faticare a sedimentare la propria esperienza, che è nuova, sperimentale appunto, per molti versi inedita. Non si tratta di cristallizzare tale epos, bensí al contrario di condividerlo, renderlo accessibile, «pubblicizzarlo», trasformandolo in un'arma culturale efficace, potenzialmente egemonica e quindi vincente, oltre la semplice testimonianza. Si tratta di descrivere un percorso, un cammino costellato di domande, ma anche di punti di forza e di frattura, di scarti e salti che hanno consentito di arrivare fino a qui e di proseguire. Giocoforza, ci limiteremo a indicare un primo grumo di materia mitica: la cosiddetta «anomalia italiana». La tanto stigmatizzata «ingovernabilità». È da quest'ultima che occorre ripartire. Malcolm X differenziava gli schiavi afroamericani tra «negri domestici» (house negroes) e «negri dei campi» (field negroes). I primi vivevano sotto lo stesso tetto del padrone, la loro mentalità era piú schiavista di quella dello schiavista, dicevano: «La nostra piantagione», «La nostra casa», si preoccupavano quando il padrone si ammalava, se c'era un incendio si prodigavano per spegnerlo. I secondi erano sfruttati nei campi, odiavano il padrone, quando il padrone si ammalava pregavano che morisse, se la fattoria prendeva fuoco pregavano che il vento soffiasse piú forte. Riproponendo questa distinzione negli Usa degli anni Sessanta, Malcolm X distingueva tra chi diceva «il nostro governo» e chi, semplicemente, diceva «il governo». «Ne ho sentito addirittura uno che diceva "i nostri astronauti"! Quel negro è un negro fuori di testa!» Si è parlato molto dell'Italia come paese turbolento, di fatto ingovernabile. A questo proposito, la sinistra italiana ha sviluppato un'attitudine esterofila e autoflagellatoria, di feticismo legalitario, ottemperando cosí ai diktat provenienti dal capitale mondiale, dalla Trilateral Commission in avanti. Ma cosa significa essere «ingovernabili»? A nostro parere, significa che, per quanto in basso possiamo scendere, ci è impossibile ridurci come sono ridotti ora gli Stati Uniti (inutili gli ipse dixit, Chomsky e Gore Vidal li abbiamo letti tutti). Ecco, quella è una società governabile, dove pare prevalgano i «negri domestici». In Italia, nonostante tutto, ancora molta gente prega che il vento soffi piú forte, e se ne fotte altamente dei «nostri astronauti». C'è un persistente sfasamento tra Paese rappresentato e Paese reale. Piú che mai in questo momento. Da tanto tempo si sente definire l'Italia «il Sudamerica d'Europa». Si usa quest'espressione dandole una connotazione razzista, cioè: siamo incivili, bananari, ci facciamo cagare in testa dal primo caudillo che passa. Si dimentica che l'America latina è sí luogo di violente contraddizioni ma anche di incessante mitopoiesi della sinistra, è un universo dove nemmeno la violenza piú atroce ha spezzato gli innumerevoli «fili rossi». È un universo in cui la resistenza continua underground e riemerge in forme nuove, dallo zapatismo alle mobilitazioni per il piccolo Elian Gonzales, dalla Colombia al cacerolazo argentino. Idem per l'Italia, la cui sinistra - anche quella che aborre il «terzomondismo» - ha molti legami con quelle del subcontinente mestizo, fin dai tempi di Garibaldi. Anche qui il mito si sedimenta, come in Sudamerica, appunto, e diventerà la leva per scardinare l'impasse. Il brutto è che l'attitudine autodenigratoria è filtrata, almeno in parte, nella sinistra antagonista. Si tende a mitizzare movimenti e gruppi nordeuropei o nordamericani che non riescono a mobilitare il dieci per cento delle persone che mobilitiamo noi. Viaggiando, ci si rende conto che i compagni e le compagne di altri Paesi guardano all'Italia con stupore. A parte la tattica recente, esportata con un certo successo, della «disobbedienza civile protetta», va detto che: 1. Genova e la Perugia-Assisi sono state le due più grandi manifestazioni di movimento del pianeta. A Seattle c'erano settantamila persone e fu un boom. Idem per le sessantamila di Quebec City. A Londra e a Berlino ritengono un successone portare ventimila persone in piazza, e si parla di manifestazioni nazionali in grandi capitali mondiali. 2. La mobilitazione contro i centri di detenzione per migranti «clandestini» prosegue da anni in tutta Europa, ma nessuno era riuscito a irrompere in un Cpt e smontarlo pezzo per pezzo com'è successo a Bologna. 3. In nessun altro Paese i centri sociali autogestiti esistono nella forma che conosciamo, né con l'impatto sul territorio che qui da noi diamo quasi per scontato. Dove esistevano, c'è stato un grande repulisti (vedi Germania e Olanda). In Spagna ce n'è qualcuno, ma privo dell'influenza culturale dei nostri. Fino a due anni fa, a Londra ce n'era uno solo, il 121 Centre di Brixton, ed era grande come i gabinetti del Leoncavallo! Potremmo citare decine di esempi, presi piú o meno a casaccio dalla Storia dell'ultimo cinquantennio. In Italia il Sessantotto è durato piú di un lustro. Qui c'è stato il piú grande Partito comunista dell'Occidente, e questo ha significato molto, nel bene e nel male. Qui si sono sviluppati i filoni piú innovativi del marxismo «eretico» contemporaneo, che sono potuti fiorire e hanno potuto - almeno in parte - riscrivere il lessico della politica anche grazie al fall-out della riflessione gramsciana sulla «egemonia». Proprio per tenere a bada questa marea inquieta, l'Italia è diventata - ed è ormai stereotipo - «laboratorio della repressione» e della «prevenzione», luogo dove si sperimentavano e si sperimentano metodi che poi verranno applicati nel resto del mondo (vedi la Strategia della tensione). A questo si aggiunga che nell'attuale fase l'Italia si trova a essere davvero, mutatis mutandis, l'Argentina d'Europa: un Paese in cui il capitale extralegale ha preso il sopravvento politico; in cui le istituzioni sono in guerra tra loro (esecutivo contro magistratura); in cui alla crisi di credibilità e affidabilità del governo sul piano internazionale corrisponde una crisi irreversibile di rappresentatività dell'opposizione sul piano interno; un Paese paradossale quanto paradossalmente privo di «alternative» plausibili; e in cui un movimento di massa fortemente impegnato (e minacciato) nelle piazze allude, almeno simbolicamente, a un nuovo potere costituente. Giocoforza, ci limitiamo a esporre fatti, non scandagliamo i fondali della Storia in cerca di motivazioni. Il passaggio di secolo ci ha consegnato un movimento radicalmente discontinuo. Ogni resistenza locale parla, si riconduce e ispira migliaia di altri grumi che rivestono l'intero pianeta. Centinaia di milioni di esseri senzienti in animalesca transumanza verso una salvezza possibile avvertono d'istinto che richiamarsi gli uni agli altri, sentirsi fratelli, da un continente all'altro, di specie e aspirazioni, può dargli l'unica possibilità che resta. Urgono le narrazioni aperte e corali, i racconti da far viaggiare di bocca in bocca, le canzoni che permettano di riconoscerci ovunque saremo. Non ci sono santoni in collegamento diretto con la moltitudine per comporne il mantra. È vero il contrario: il mantra della moltitudine canta un flusso incessante, un mare inquieto e ribollente. Dobbiamo attingere, pescare, distribuire, raccontare. E poco altro, in fondo. Pretendere la dignità, per tutti. Solo su queste basi può ergersi il nuovo mito fondativo, la nuova autorappresentazione chiesta a gran voce dalla moltitudine. «Giap», n. 7, nuova serie, Ai negri dei campi, 11 febbraio 2002. Tute bianche La prassi della mitopoiesi in tempi di catastrofe Wu Ming 1 È diventata un'osservazione banale, persino ridicola, eppure è sulla bocca di tutti: dopo la distruzione del World Trade Center e la guerra imperiale contro l'Afghanistan, con l'ammontare dei «danni collaterali» che cresce a dismisura, noi tutti siamo entrati in una nuova fase delle nostre vite e del conflitto sociale. Questa fase è pesantemente condizionata dalla paranoia, dalla propaganda di guerra, dalla voglia di censura, dall'insofferenza verso libertà civili come quella d'espressione, da un maccartismo riverniciato e da una rabbiosa marmaglia che chiede a gran voce nuove discriminazioni, sotto la cupa luce della retorica sullo «scontro di civiltà». Eccoci di nuovo sul fronte interno. Una nuova Guerra fredda. La chiede l'Impero. A ogni modo, gli accadimenti dell' 11 settembre hanno «soltanto» reso piú evidente ed esplicito il fatto che già dopo Genova eravamo entrati in uno scenario di catastrofe. Adoperando il termine «catastrofe» non mi riferisco alla fine del mondo, ma a una nuova topologia, uno spazio creato da una brusca discontinuità. Abbiamo varcato quella soglia in via Tolemaide, a Genova, il 20 luglio scorso. Abbiamo provato un improvviso spiazzamento. Meno di due mesi dopo ne abbiamo esperito un secondo, come un «ripiegarsi» e una cesura dello spazio pubblico. Tutto questo ci ha costretti a ripensare il nostro approccio. La discussione è ancora in corso e dai nostri cilindri non usciranno conigli. Voglio precisare che nessuno dei fenomeni che mi accingo a descrivere esiste ancora, almeno non in Italia e certamente non nella sua forma originaria. Di fatto, negli ultimi giorni le uniche tute bianche visibili sui teleschermi o nei giornali avevano a che vedere con l'antrace e la guerra biologica. Di contro, non ripartiamo da zero: non vi è dubbio alcuno che le moltitudini di persone che hanno sfidato il capitalismo globale intendano continuare a farlo. Domenica scorsa, centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate a Perugia, in Italia, per marciare contro i bombardamenti americani in Afghanistan. A decine di migliaia hanno fatto la stessa cosa in Germania. Maggiori saranno i «danni collaterali» prodotti dall'Impero in Afghanistan, minore sarà il numero di scuse che la gente sarà disposta ad accettare. Lo so, è dura, ma solo gli stupidi pensavano che sarebbe stato facile. Quanti non siano al corrente dell'utilizzo peculiare di parole come «mito» e «mitopoiesi» diffuso nel movimento italiano potrebbero sospettare che si tratta di un mero revival del pensiero di Georges Sorel e delle sue descrizioni dello «sciopero generale» in chiave di «sindacalismo rivoluzionario». Abbiamo cercato, in effetti, di mantenere tutti gli elementi utili del discorso di Sorel, al contempo sbarazzandoci di quelli piú datati e pericolosi. Secondo Sorel, lo sciopero generale era una rappresentazione che permetteva ai proletari di figurarsi «la loro prossima azione sotto forma di immagini di battaglie in cui [fosse] certo il trionfo della loro causa». Tale immagine, o meglio tale gruppo di immagini, non doveva essere analizzato «allo stesso modo in cui scomponiamo una cosa nei suoi elementi», bensí andava «presa in blocco» come una forza storica, senza fare paragoni «tra gli effetti conseguiti e le immagini accettate dai proletari prima dell'azione» (Lettera a Daniel Halévy, 1908). In parole povere, il mito sociale dello sciopero generale era «in grado di evocare istintivamente tutti i sentimenti corrispondenti alle diverse manifestazioni della guerra mossa dal socialismo contro la società moderna». Lo sciopero generale raggruppava tutti questi sentimenti in «un quadro d'insieme e, raggruppandoli, [portava] ciascuno di essi al suo massimo d'intensità. [...] In tal modo [ottenendo] quest'intuizione del socialismo che il linguaggio non poteva restituirci con chiarezza e perfezione - e [ottenendola] in un insieme percepito all'istante». (Lo sciopero proletario, 1905). Il discorso di Sorel stava nel contesto di una weltanschauung tradizionalmente eroica, sacrificale e moralistica, dalla quale staremo ben lontani. I proletari, ovviamente, tenevano gli «effetti conseguiti» (cioè la lotta per mangiare, per la casa, per la salute e la dignità qui e ora, non solo dopo la rivoluzione) in maggior conto di quanto facesse Sorel. Eppure è vero che non si prosegue la lotta contro lo stato di cose presente se non si è ispirati da una qualche narrazione. Negli scorsi decenni i rivoluzionari si sono lasciati sballottare qui e là, da un'alienante «iconofilia» e subalternità ai miti (vedi il culto cristologico di Che Guevara) a un'attitudine iconoclastica che impedisce di comprendere la natura del conflitto. Basti pensare alle superficiali posizioni «postsituazioniste» care a molti anarchici, secondo i quali qualunque avanzamento concreto sul piano della democrazia o qualunque penetrazione nella cultura popolare avrebbe per conseguenza il proprio «recupero» e finirebbe per rafforzare il cosiddetto «spettacolo». Come recita un'espressione idiomatica italiana, evitiamo di gettare via il bambino con l'acqua sporca. In un'intervista concessa ad alcuni redattori dei «Cahiers du Cinema» nel 1974, Michel Foucault tracciò una netta distinzione tra bambino e acqua sporca: Dietro la frase «Non ci sono eroi» si nasconde un diverso significato, il suo vero messaggio: «Non c'è stata lotta». [...] Si può fare un film su una lotta senza passare attraverso la tradizionale creazione di eroi? È un vecchio problema che si presenta in una nuova veste. In Italia, sin dai primi anni Novanta, un gran numero di persone ha rivolto la propria attenzione su un'ancor piú nuova veste del vecchio problema, dedicandosi a un'esplorazione pratica delle mitologie, per capire se fosse o meno possibile una loro decostruzione libertaria e non-alienante, una manipolazione e un riutilizzo dei miti. Le fonti d'ispirazione erano antiche leggende sulle gesta di eroi popolari, il linguaggio utilizzato dall'Ezln, il cinema di genere e in genere tutta la cultura pop occidentale, oltre alle molteplici esperienze di beffe mediatiche e comunicazione-guerriglia a partire dagli anni Venti. Il sottoscritto era completamente immerso in tali esperimenti, dato che era tra i membri fondatori del cosiddetto Luther Blissett Project, forse l'impresa di «tecnici culturali» piú disciplinata e devota a tale missione. Luther Blissett era ed è uno pseudonimo multiuso adottato da chiunque volesse contribuire alla reputazione sovversiva di un personaggio immaginario alla Robin Hood, il presunto leader (virtuale) di una comunità aperta che prosperava su beffe mediatiche, mitopoiesi, scritti sovversivi, performance radicali e sabotaggio culturale. Il Lbp mosse i suoi primi passi nel 1994 e coinvolse svariate centinaia di persone in diversi Paesi, anche se l'Italia ne rimaneva l'epicentro. Alla fine del 1995 il Lbp pubblicò un pamphlet intitolato Mind Invaders, il cui primo capitolo era una dichiarazione di poetica per quel che riguardava la mitopoiesi. Quest'ultima era legata alla vita, ai desideri e alle aspettative di una comunità «aperta» e dai confini indefiniti. In quel capitolo, in un certo senso, si preconizzava l'ascesa del nuovo movimento globale(16). Non intendo raccontare nei dettagli la storia del Luther Blissett Project, non sono né diventerò mai un blissettologo. Una grande quantità di materiale utile e interessante è reperibile in Rete, soprattutto al sito www.lutherblissett.net In questa sede mi limito a far notare che alcune scoperte teorico-pratiche di Luther Blissett sono state utilizzate - forse istintivamente all'inizio, poi facendo espliciti riferimenti - dalle Tute bianche. Ciò non dovrebbe sorprendere, dal momento che entrambi i fenomeni erano ispirati dallo zapatismo, e che in seguito si sono ispirati a vicenda. In particolare furono tramandati due «comandamenti»: 1. Non ti curare delle antinomie (visibilità-invisibilità, legalità-illegalità, violenza-nonviolenza, statico-dinamico). 2. Dividi ciò che è unito e unisci ciò che è diviso, per creare strane sensazioni di prossimità e distanza. Su una famosa maglietta, lo slogan «Peace & Love» era associato all'immagine di un violento scontro tra manifestanti e forze dell'ordine. Sovente le Tute bianche scatenavano una sorta di sommossa non-violenta, che aveva luogo in un'intersezione dello spazio pubblico che non apparteneva né al «legale» né all'«illegale». I compagni avanzavano verso lo schieramento di polizia, mani aperte e alzate, sapendo che sarebbero stati manganellati eppure cantando sull'aria di Guantanamera: «Stiamo arrivando | bastardi, stiamo arrivando!» So che fuori dall'Italia riesce difficile capire il background e le tattiche delle Tute bianche. Ciò è dovuto al fatto che vedete una catena a cui mancano tre anelli. Il primo anello è l'evoluzione del movimento della cosiddetta «autonomia», a dispetto della repressione dei tardi anni Settanta e delle difficoltà degli Ottanta e Novanta. Probabilmente Toni Negri è il teorico piú noto, ma non è certo l'unico. Di recente si è parlato molto di Impero, l'ultimo saggio scritto da Negri insieme a Michael Hardt, che è diventato una sorta di libro sacro. Impero è un compendio teorico e una riscrittura divulgativa di concetti che hanno modificato il nostro Dna politico sin dagli anni Ottanta. Il secondo anello è la collaborazione diretta con gli zapatisti del Chiapas, e l'influenza sul movimento italiano delle loro strategie e del loro linguaggio, anche grazie alla rete di associazioni Ya Basta! È impossibile fare in questa sede un completo resoconto di tutte le innovazioni, ciò che importa sapere è che gli zapatisti ci hanno fornito materiale mitologico che non aveva niente a che vedere col tradizionale terzomondismo feticistico, o col turismo rivoluzionario. Marcos non era un leader eroico ma soltanto un portavoce e un «subcomandante», il che dice molto sull'approccio ai miti: nell'ambito di una certa cultura popolare messicana, Emiliano Zapata è ancora vivo e cavalca da qualche parte, nei boschi o sulle montagne. Alcuni indios lo considerano addirittura parte della mitologia maya, una sorta di semidio pagano. Gli zapatisti contemporanei sono stati in grado di comunicare all'intera società da un'intersezione tra folklore e cultura pop. In un certo senso, il vero Comandante è ancora Zapata. Un modo per dire: «Che importa di me? Non sono il vostro eroe mascherato, la nostra rivoluzione è impersonale, è nuova ma è la stessa di sempre, Zapata cavalca ancora». È quello il vero significato dei passamontagna: la rivoluzione non ha volto, chiunque può essere uno zapatista, tutti siamo Marcos. Ed eccoci al terzo anello, vale a dire il lavoro sulla mitopoiesi cui ho accennato qualche minuto fa. Le Tute bianche non erano né una «avanguardia» del movimento né una «corrente» o una «frangia» di esso. La tuta bianca nacque come riferimento ironico agli spettri del conflitto urbano, poi divenne uno strumento, un simbolo e un'identità aperta a disposizione del movimento. Chiunque poteva indossare una tuta bianca finché rispettava un certo stile. Una frase tipica era: «Indossiamo la tuta bianca perché altri la indossino. Indossiamo la tuta bianca per potercela un giorno togliere», il che significa: «Non dovete arruolarvi in nessun esercito, la tuta bianca non è la nostra divisa, il dito indica la luna, e quando le moltitudini guarderanno la luna il dito svanirà. Il nostro discorso è concreto, facciamo proposte pratiche: piú persone le accetteranno e metteranno in pratica, meno importanti diventeremo noi». Fortunatamente, decidemmo di smetterla e di toglierci la tuta bianca poco prima di Genova, dal momento che era diventata un tratto identitario, e noi volevamo perderci nelle moltitudini. Se fossimo stati riconoscibili come Tute bianche durante la caccia all'uomo di venerdí 20 luglio, oggi avremmo ancor piú lutti da elaborare. Se la tuta bianca fosse davvero stata una divisa, altri sarebbero morti insieme a Carlo Giuliani. Nell'autunno del 1994 il sindaco di Milano Formentini, appartenente al partito Lega Nord, si rallegrò dello sgombero del centro sociale Leoncavallo e dichiarò che, da quel momento, solo spettri si sarebbero aggirati per la città. La sua metafora fu apprezzata e messa in scena nel corso di una grande manifestazione, quando innumerevoli «spettri» in tuta bianca attaccarono le forze dell'ordine e diedero vita a scontri nel centro di Milano. Ce n'etait qu'un début. In seguito, le Tute bianche divennero il servizio d'ordine del nuovo Leoncavallo, ma cominciarono ad accadere strane cose: alcuni opposero retoricamente la tuta bianca alla tuta blu della classe operaia tradizionale, tanto che la prima divenne un simbolo del nuovo lavoro postfordista - «flessibile», precario, temporaneo -, quel lavoro cui era impedito di godere dei propri diritti sociali e sindacali. Di conseguenza, nel biennio 1997-98 alcuni compagni iniziarono a indossare la tuta bianca per occupare o presidiare agenzie di lavoro interinale. Accadde a Roma, Milano, Bologna e nel Nordest. Poi scoppiò la guerra in Kosovo. Se non erro, la «azione diretta con protezioni» fu inventata quando i centri sociali del Nordest decisero di «invadere» la base Nato di Aviano. Quanti di voi fossero ancora ignari di cosa sto parlando, sappiano che si trattava di indossare corpetti imbottiti, parastinchi, caschi, maschere antigas e scudi di plastica, e di avanzare dietro barricate mobili fatte di camere d'aria gonfiate rivestite di plexiglas o gommapiuma. Nei mesi seguenti, la tattica della «testuggine», una delle piú utilizzate dalla polizia antisommossa, venne ritorta e utilizzata contro quest'ultima. Grazie a tali innovazioni, il numero di feriti ai cortei calò percettibilmente. Venne inoltre resa molto difficile la caccia all'uomo, dato che la «testuggine» incoraggiava i manifestanti ad avanzare e prendere le botte tutti insieme. All'inverso, a molti parve che fosse cresciuto il numero di poliziotti contusi, dato che le forze dell'ordine non erano preparate a fronteggiare una tattica del genere. A volte capitò che la testuggine si aprisse e lasciasse che alcuni celerini, nell'impeto, ne penetrassero le file, rimanendovi intrappolati, e a volte presi a calci. Tutto ciò avveniva di fronte a innumerevoli videocamere e macchine fotografiche, alla presenza di cronisti e troupe televisive. Gli smacchi della polizia erano trasmessi e amplificati. Spesso i giornalisti erano costretti a far notare che i manifestanti si erano limitati a camminare verso l'obiettivo, che non avevano tirato sassi o molotov, che nessuna vetrina era stata infranta eccetera. Tutto ciò attirava le simpatie di molte persone alla ricerca di un modo per contestare, ma che non avrebbero mai preso parte a scontri tradizionalmente intesi. Il fatto che molte persone mettessero a repentaglio i propri corpi, senza nulla concedere all'ideologia del martirio, riportò alla mente di certi osservatori le analisi di Foucault (e Deleuze) sulla «biopolitica» e il «biopotere». Alcuni parlarono con entusiasmo di un «ritorno dei corpi», di corpi usati per sfidare l'ordine del discorso imposto su di essi, per sfuggire al controllo. Potrebbe trattarsi di un'esagerazione, e in ogni caso è un po' fuori tema. Dopo alcuni mesi, i piú intelligenti funzionari di polizia capirono che l'unico modo di affrontare tale tattica era con una strategia di «contenimento», che poteva includere il compromesso e la trattativa coi manifestanti minuto per minuto. Iniziammo a vedere pubblici ufficiali aprire e sventolare mappe delle città e propinarci una strana miscela di linguaggio di strada, ragionamenti machiavellici e ci-siamo-capiti: - Bene, ragazzi, noi non possiamo permettervi di arrivare qui, ok? Dobbiamo per forza caricarvi perché è il nostro lavoro, però, capiamoci, possiamo arretrare di cento metri, cosí vi facciamo arrivare... qui, proprio a questo incrocio, vi può andare bene? Ma se fate un solo passo in piú a noi tocca caricarvi. Però lasciateli indietro quei cazzo di gommoni, non ce n'è bisogno, perché voi siete tranquilli, noi siamo tranquilli... È tutto a posto, ci siamo capiti? E dite ai giornalisti di non mettersi in mezzo, loro che c'entrano? Ce la vediamo noi e voi, va bene? Voi siete tranquilli, noi siamo tranquilli, e allora che problema c'è? Inutile dire che le Tute bianche facevano sempre quel passo in piú, che i celerini non erano mai molto tranquilli e che i giornalisti si mettevano in mezzo regolarmente. A trarre vantaggio da tutto questo erano unicamente le Tute bianche, che potevano perfezionare la strategia, al contempo ottenendo risultati concreti. Il nuovo approccio «negoziale» degli sbirri veniva sfruttato con grande consapevolezza mediatica, e le Tute bianche finivano per trovarsi dove i media e le autorità non si aspettavano di vederle. Ciò che è piú importante, le Tute bianche mettevano in scena una narrazione zapatisteggiante sulla disobbedienza civile e le moltitudini che «soffiavano contro l'Impero». Non erano in alcun modo regolamenti di conti tra compagni e polizia, ma messaggi alla società civile. Solitamente le Tute bianche annunciavano pubblicamente il loro scopo e quali tattiche avrebbero impiegato, per «ricattare» le autorità. Dicevano: - Non c'è nessun segreto, faremo la tal cosa, poi faremo la tal altra, è questa la cornice. Non ci assumiamo la responsabilità di quanto dovesse accadere al di fuori di tale cornice. È compito della polizia mantenere la calma. Sapete quali tattiche impiegheremo ed è vostro dovere affrontarci senza andare fuori di testa! Eppure le tattiche erano sempre impiegate in modo imprevedibile, il che sorprendeva la controparte, c'era chi effettivamente andava fuori di testa, ma a quel punto non poteva fare troppi danni. Nel corso del 2000, questo schema portò a risultati concreti. Quello che sto per leggere è lo stralcio di un documento scritto prima di Genova da alcuni compagni, e messo in circolazione via Rete. Gli autori intendevano chiarire alcuni punti e ribattere a certe calunnie e distorsioni messe in giro da sedicenti rivoluzionari: Conseguimmo un risultato concreto a Milano in via Corelli, nel gennaio 2000, quando ci scontrammo con la polizia e riuscimmo a entrare in una zona vietata anche ai giornalisti, cioè il Centro di detenzione amministrativa per migranti «clandestini», un vero e proprio campo di concentramento. Vincemmo la resistenza della polizia, la stampa poté accedere al posto e descrivere la scena. In seguito l'attività del Centro fu sospesa. Conseguimmo un risultato concreto dopo le manifestazioni Mobilitebio di Genova, dal 24 al 26 maggio 2000. Ci scontrammo con la polizia in un modo inedito, cosí i media non poterono criminalizzarci. In seguito, il governo italiano decise una moratoria sugli Ogm. Durante la manifestazione anti Ocse di Bologna (14 giugno 2000) fummo caricati dalla polizia, quattro di noi furono strappati a forza dalla testuggine e feriti alla testa. Fu uno scontro duro, lo dimostrano le riprese di quel giorno: Tute bianche raggomitolate a terra con branchi di sbirri che li prendono a calci e manganellate. I calunniatori dicono che era tutta una finta, che c'era un accordo con la polizia. Stronzate, e mancanza di rispetto per i compagni feriti. Comunque, i telegiornali fecero vedere che ci eravamo soltanto protetti con gli scudi, che la violenza l'aveva esercitata solo la polizia Nelle settimane precedenti il G8 sull'ambiente di Trieste (aprile 2001), la città fu invasa da migliaia di poliziotti. La stampa locale rovesciò la realtà, preparando gli abitanti a una calata di barbari pronti a mettere Trieste a ferro e fuoco. Il corteo fu protetto da scudi e pronto all'autodifesa, ma anche pacifico, ironico, multiculturale. I telegiornali furono costretti ad ammettere che non era successo nulla di terribile, e la cittadinanza se la prese con le autorità locali per i disagi causati dalla militarizzazione. Negli ultimi due mesi di preparativi per il G8 di Genova, le Tute bianche si sono dimostrate in grado di scansare gli stereotipi, costringendo i media a interpretazioni schizoidi. I pennivendoli non sono stati in grado di etichettarci né come «buoni» né come «cattivi». D'altro canto, è senz'altro vero che le Tute bianche sono «sovraesposte» nei media, che i loro portavoce vengono citati o menzionati anche quando non ve n'è bisogno, tuttavia [...] il problema della sovresposizione può essere risolto con continui cambiamenti di rotta. Dicono che sei violento? Tu scompagini la discussione su violenza e non-violenza proponendo tattiche che sfuggono all'incasellamento. Dicono che sei solo una piccola minoranza, una «frangia»? Tu infiltri la cultura pop, costruisci il consenso, mandi in tilt le rappresentazioni abitudinarie. Cambiano strategia e ti definiscono «ragionevole», per poter «mostrificare» il Black Bloc? Sposti il peso e ti sbilanci a dissipare gli stereotipi su quest'ultimo. Tentanto di descriverti come rappresentativo dell'intero movimento, poi cercano di inchiodarti a una «trattativa» col governo? Dici che non c'è niente da trattare, che il governo può solo annullare il vertice (questa è la posizione che abbiamo tenuto sinora). A dispetto dei nostri sbagli, credo ancora che il modo in cui le Tute bianche si sono organizzate e imposte alla pubblica attenzione - evitando molte trappole e imboscate mediatiche - abbia non solo contenuto l'entità della tragedia genovese, ma abbia anche contribuito a creare consenso intorno alle prassi del movimento, facendo sí che quasi trecentomila persone accorressero a Genova per salvarci il culo sabato 21 luglio. Ciò non toglie che abbiamo commesso errori, di certo non ci aspettavamo un tanto brusco innalzamento del livello dello scontro, come non avevamo tenuto in sufficiente considerazione la rivalità tra polizia e carabinieri eccetera. Di una cosa sono sicuro: anche in questo scenario radicalmente trasformato dalle discontinuità, dovremmo mantenere netta la distinzione tra i bambini e le acque sporche, e fare tesoro delle nostre esperienze passate. Traduzione ed elaborazione degli appunti per un intervento al dibattito Semi(o)resistance, nell'ambito del Festival «make-world o=yes, Monaco di Baviera, 20 ottobre 2001. L'intervento saltò all'ultimo momento per motivi di salute. 20 luglio 2002: un piccolo miracolo laico Excursus dal basso Appennino bolognese a piazza Alimonda, passando per... Wu Ming 1 Si dicono cose solide, quando non si cerca di dirne di straordinarie. isidore ducasse, conte di lautreamont, Poesie, 1870. Nell'autunno-inverno 1944 le popolazioni dell'Appennino tosco-emiliano subirono molte rappresaglie e stragi nazifasciste. Il fronte era fermo lungo la cosiddetta «linea gotica», le montagne erano il confine naturale tra il territorio occupato dal Reich e quello già liberato dagli Alleati. Disorientati dall'estendersi della guerriglia partigiana e ormai consapevoli di aver perso la guerra, i nazifascisti si scatenarono nella repressione piú selvaggia e brutale. L'eccidio piú famoso fu quello di Marzabotto, a ottobre. A partire da dicembre e per tutto l'inverno, all'incirca cento partigiani vennero prelevati - di nascosto e a piccoli gruppi - dal carcere bolognese di San Giovanni in Monte e, viaggiando di notte, portati su un poggio in località Sabbiuno di Paderno, nel punto piú alto di un crinale che separa le valli del Reno e del Savena, nove chilometri a sud del centro di Bologna. È una zona di fianchi erosi e di calanchi, dove la vegetazione si alterna a fenditure argillose grigio-azzurre e a distese sabbiose e dorate. Dal poggio, oggi come allora, si gode di una vista a trecentosessanta gradi. Al tramonto tutto diviene luminescente. Nel Pliocene inferiore lí c'era ancora il mare, e i calanchi erano fondali profondi. Di notte, dove l'orizzonte si apre ampie brecce, dal poggio di Sabbiuno si vede la distesa di luci di Bologna. Nell'inverno 1944, con la città oscurata per via dei bombardamenti, è probabile che non si vedesse niente. I partigiani venivano allineati sul ciglio del burrone e fucilati. I corpi cadevano a valle, perduti nella fanghiglia e nella neve. Quel prolungato eccidio fu scoperto dopo la Liberazione. Solo cinquantatre vittime furono identificate. I monumenti ai caduti - ivi compresi i caduti della Resistenza - faticano a commuovere e a comunicare davvero qualcosa a chi è venuto dopo (una vicinanza, una continuità delle lotte, un'appartenenza alla comunità di chi ha lottato e lotta). Molto spesso sono eccessivamente tronfi e retorici, sovracodificati, chiusi, monologici. Con un monumento non si dialoga. Un monumento non lo si «interroga». Inoltre, i monumenti trasudano burocrazia, in qualche modo ostentano il processo di selezione (sovente inficiato da nepotismi) grazie al quale proprio quel particolare artista ha potuto realizzare la tal cosa. A onor del vero, capita che il tempo e i cambiamenti del contesto sociale intervengano ad «aprire» un monumento, a renderlo inaspettatamente «dialogico». È probabile che durante la Guerra fredda il Memoriale sovietico del Treptower Park, nell'ex Berlino est, fosse un luogo alienante e opprimente: un chilometro quadrato di ridondanza guerresca e realismo socialista, bassorilievi a illustrare il contrattacco russo e la presa di Berlino, la colossale statua di un soldato che tiene in braccio un bimbo e con una spada ha appena frantumato la svastica... Nel visitarlo in un tardo pomeriggio dell'ottobre 2001, ho trovato il Memoriale molto bello e commovente: quel soldato alto undici metri sembra aver usato la spada per rompere le catene espressive a suo tempo impostegli dalla committenza (il regime stalinista). Oggi il Memoriale non serve piú ai secondi e terzi fini che stavano dietro la sua realizzazione, non deve imporre né cementare alcun semiapatico consenso e finalmente può adempiere il suo compito primario, cioè co-memorare («ricordare insieme») la lotta contro il nazifascismo, non solo in Germania ma in tutta Europa. A essere celebrata non è piú l'ideologia ufficiale di uno stato autoritario, ma il liberatorio processo di mitopoiesi scatenato dalla resistenza di Stalingrado e dalla controffensiva che ne seguí. A pensarci bene, il Memoriale adempie anche un compito secondario, del tutto nuovo: essere una presenza scomoda e beffarda nel centro dell'Europa del capitale, oggi malferma e in recessione ma fino a ieri fanatica nell'imporre ai miscredenti la fede neoliberistica. Anche a Sabbiuno c'è un monumento, un monumento che non è mai stato chiuso né monologico, che non ha davvero niente di retorico né di burocratico e che al contrario del Memoriale di Treptow è sempre stato laico e inclusivo, mai appesantito dall'ideologia. Un piccolo miracolo. [Nel trentennale dell'eccidio] per co-memorare quei cento combattenti antifascisti, sul ciglio del burrone furono posati massi di piccole e medie dimensioni, ciascuno con inciso il nome di un partigiano. Quasi un intervento di land art, leggero e armonioso, tanto perfettamente inserito nell'ambiente circostante da apparire naturale. Col tempo, alcuni nomi si sono un po' consumati, e tra i massi sono cresciute piante, alberelli. Intorno al monumento c'è un piccolo parco, nulla piú che una striscia d'erba lungo l'orlo del baratro, larga forse dieci metri e lunga poco piú di cento. All'ingresso c'è una lapide molto sobria, e premendo un tasto su una scatola bianca si può sentire una voce raccontare tutta la storia. In fondo al parco, nel punto piú alto del crinale, c'è una scultura/installazione che «stona» con tutto il resto ma per fortuna è sufficientemente discosta (mitragliette allineate su un muretto di cemento). Quei massi parlano, li interroghi e ti dànno mille risposte. Su quel calanco, come a Treptow, anche se in un modo completamente diverso, ti senti parte di una comunità aperta in lotta, una comunità che sfida il passare del tempo e supera in avanti persino le degenerazioni dei valori che spingono a lottare. Il discorso fatto per i monumenti vale anche per le cerimonie, per i rituali. Non si può prescindere dai rituali come non si può prescindere dai miti, poiché entrambi dànno forma alla vita, ma ci si deve sforzare perché i rituali e i miti non si svuotino né si autonomizzino. «Ricordare insieme» non è per forza di cose un atto impoverente, alienato e sclerotizzato. La co-memorazione può anche essere testimonianza civile dal basso, azione propositiva nello spazio pubblico, manifestazione di una «eccedenza» simbolica che spiazza continuamente i poteri costituiti. Un iconoclasma banale, inutile e senza fondamento porta i falliti eredi di certe avanguardie estetiche e/o politiche a demonizzare l'idea stessa di «cerimonia», salvo poi agire secondo una ritualità misera e deteriore (vedi il microcorteo dei «duri» il 20 luglio scorso a Genova). A costoro ha già risposto fin troppo bene Joseph Campbell, sommo studioso di mitologia; in una conferenza del 1964 sulla «importanza dei riti», Campbell diceva: Tutta la vita è struttura. Nella biosfera, piú elaborata è la struttura, piú elevata è la forma di vita. La struttura di una stella marina è considerevolmente piú complessa di quella di un'ameba, e la complessità aumenta risalendo lungo la linea evolutiva, diciamo fino allo scimpanzé. Avviene la stessa cosa nella sfera culturale umana: la grossolana convinzione che l'energia e la forza possano essere rappresentate o interpretate abbandonando o rompendo ogni struttura è confutata da tutto ciò che sappiamo dell'evoluzione e della storia della vita. A Bologna, l' 11 marzo di ogni anno si ricorda Francesco Lorusso, ucciso dai carabinieri nel 1977. Francesco fu ammazzato nella fase discendente del grande ciclo di lotte iniziato nel Sessantotto. È vero che i moti del Settantasette annunciavano nuove soggettività, nuovi comportamenti, nuove pratiche di comunicazione, cionondimeno la fase era terminale, dopo vennero la repressione e il carcere, poi la caduta nella marginalità, l'eroina, il riflusso, la Reaganomics e il craxismo, la desertificazione sociale e per alcuni la resistenza disperatissima nelle nicchie delle città. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, nonostante la generosità e gli sforzi soggettivi di chi organizzava, tutti gli «11 marzo» si sono svolti sotto un cielo color ematoma. Il primo anniversario della morte di Carlo Giuliani ha avuto in sorte un cielo diverso, in tutti i sensi. Ne sono fermamente convinto: Carlo è stato ucciso all'inizio di un ciclo. Questa cosa a Genova si respirava a pieni polmoni. In piazza Alimonda si è svolto un altro piccolo miracolo laico, una commemorazione semplice ma emozionante, poco zavorrata dall'ideologia, commossa ma non sconsolata, incazzata ma non obnubilata dall'odio. Guardando i palloncini salire e allontanarsi, partecipando a un applauso lungo mezz'ora, ho pensato a Sabbiuno. Mi sono reso conto che stavo vivendo la stessa esperienza di chi, dopo la Liberazione, si ritrovò su quel ciglio per assistere alla posa di quei massi. Ricordo di aver detto a Luca: - Che bella cosa... Come a Treptow meno di un anno prima, ho pensato a mio nonno, al lavoro fatto per gli ultimi due libri, a Vitaliano... Poi mi sono venuti in mente tanti nomi, nomi di morti e di vivi [...]: Soriano Ceccanti, Giannino Zibecchi, Anna Maria Mantini, Mara Cagol, Francesco, Giorgiana Masi... Ormai i palloncini erano piú piccoli di granelli di sabbia, e l'applauso continuava, nessuno voleva smettere. Poi qualcuno ha rotto l'incantesimo, lanciando uno dei soliti slogan, di quelli scontati, che fanno incartapecorire l'aria: «Carlo è vivo e lotta insieme a noi eccetera». Poi «Hasta la victoria siempre», e un terzo che non ricordo. Qualcuno li ha ripetuti, ma l'applauso si è di nuovo insinuato, è ripartito ed è durato ancora qualche minuto. Mi è venuta in mente la scultura delle mitragliette su a Sabbiuno: superflua, sovracodificata, proprio come quegli slogan... Ciò non toglie che è per interrogare i massi che si continua a salire su quel ciglio. Ed era per partecipare a un piccolo miracolo che siamo tornati a Genova. Nel grande serpente che era il corteo, sia detto senza offesa, era facile distinguere chi era stato in piazza Alimonda da chi veniva da altre piazze tematiche: noi camminavamo a mezzo metro d'altezza. Mi dicono che qualche sedicente «duro e puro», imbolsito dal proprio desiderio di sconfitta, si è indignato vedendo un corteo felice: - Cosa c'è da festeggiare? È una vergogna! A Sabbiuno, costoro non vedrebbero che aride pietre. A Treptow, vedrebbero solo il fantasma di Stalin. A Vallegrande, in Bolivia, vedrebbero solo buchi nel terreno. Le moltitudini, dal canto loro, sanno interrogare il mondo, e sono ancora in grado di stupirsi delle risposte. «Giap», s. n., 24 luglio 2002; «Il Domani di Bologna», 27 luglio 2002; «l'Unità», 1 agosto 2002; «Carta», anno IV, n. 30, 1/7 agosto 2002. Terza parte Una bizzarra vicenda di lunghe marce,viaggi nel tempo e crociere interplanetarie Eccetto Il viaggio di Dydo, allegoria fantascientifica della lunga marcia verso Genova, e l'ultimo dispaccio firmato col multiple name di Qoèlet, queste pagine comprendono i testi apparsi su «Giap», nella primavera del 2001, in riferimento alla manifestazione genovese anti G8. Il valore immediatamente politico della letteratura fornisce esempi positivi di un gergo che cita, ricorda e prefigura scenari imprevedibili. Vortice di rimandi storici apparentemente incongrui, la bizzarra vicenda dà voce a eccentrici personaggi: a Giuseppe Garibaldi, «soldato semplice dell'esercito dei sognatori», a Gert dal Pozzo e all'infido Q. Il gioco dei remake e delle metafore contribuisce a creare un'artificiale - ma fino a che punto? - circolarità del continuum. Nel tempo che si curva sotto il peso di inaspettate rentrée, gli eventi non possono mai dirsi perfettamente conclusi. Cosí, nell'Appello alle moltitudini d'Europa rivive il passato aperto di un continente ribelle, e nei Dodici articoli risuona l'anelito di libertà e l'odio per la proprietà feudale dei contadini tedeschi. Correva l'anno 1524, ma alle boriose espressioni dei nuovi padroni del vapore si sovrappone il ghigno nobiliare degli antichi feudatari. La Coda della sezione è costituita dal commento della brutale repressione genovese, compilato con la penna dell'Informatore bene intinta nell'inchiostro simpatico delle subdole strategie repressive. Il salto temporale, tra il «prima» e il «dopo» G8, è giustificato dall'uniformità stilistica che accomuna il messaggio di Q agli altri testi. Su tutt'altro registro, il vuoto viene colmato da Le giornate di Genova, resoconto tachicardico dal vivo della battaglia. Il viaggio di Dydo Favole, apologhi ed elzeviri da Genova alla guerra (giugno-ottobre 2001) Wu Ming 2 Dydo abitava il pianeta piú vasto della Federazione. Eppure, al banchetto dei Grandi pianeti non lo avevano invitato. Avrebbero discusso i problemi della galassia. Problemi nati dalle loro stesse soluzioni. E senza che nessuno gliel'avesse chiesto. Dydo non poteva restare zitto. Ma siccome per farsi sentire avrebbe dovuto gridare, molti dissero che voleva solo fare casino. E siccome da piccolo aveva schiacciato una formica, in tutta la Federazione comparvero foto di lui e della formica e la scritta intermittente: «Dydo: un pazzo sanguinario». Nessuno sembrava ricordare con quali violenze i Gp terrorizzassero la galassia e nemmeno l'esercito in armi che occupava Cimafo per proteggere il loro banchetto. E siccome Dydo voleva organizzare una festa di tutti i non invitati, dissero che voleva solo divertirsi. E siccome a pochi interessava davvero cosa pensasse e cosa lo spingesse a quel lungo viaggio, chi non aveva tempo di ascoltarlo stabilì che Dydo era un «antiplanetario», e rispose dicendo che la Federazione aveva senz'altro dei difetti, ma anche tanti vantaggi per gli esseri viventi della galassia. Dydo non lo negava: chiedeva solo di parlare di quei difetti. E tutti gli opinionisti da cortile, che accendono il megafono per i problemi della galassia solo in occasione di grandi catastrofi, e per il resto passano il tempo a pulirsi l'ombelico, accusarono Dydo di aver alzato la voce soltanto in occasione del Gp, e di aver taciuto per gli altri quattrocentonovantanove giorni dell'anno galattico. In realtà, Dydo non aveva mai smesso di parlare. Loro, distratti dall'ombelico, avevano disattivato le orecchie. E siccome Dydo cercava in tutti i modi di dire la sua e di farsi sentire, dissero che era malato di protagonismo, un egocentrico interessato solamente a mettersi in mostra. Molti gli dissero che andare a Cimafo non serviva. Che niente sarebbe cambiato. Che, che, che. Poi c'era da sporcarsi il vestito, da sgualcire il gilet. Dydo rispose che non pensava di cambiare il mondo in un giorno solo. Ma che bastava un giorno per perdere la dignità. E nonostante gli eserciti, la formica, gli opinionisti da cortile e gli amici con il gilet nuovo, mise nello zaino molta rabbia, molte idee e parti senza esitazioni. * * * Nuotare nello spazio fino a Cimafo, sede del raduno dei Grandi pianeti, era una vera impresa. Ma Dydo non poteva permettersi l'astrobattello, né tanto meno un costosissimo teletrasporto, e non aveva scelta. Partito per tempo, superati gli asteroidi Boylo dopo solo una settimana, con ampie bracciate puntava dritto su un globo biancastro. Poznode? Forse. Da qualche ora gli riusciva difficile orientare la cartina. Quando la guida intergalattica lo informò che Poznode era nota per il colore verde smeraldo, decise di cercare qualcuno e chiedere. Passarono alcune ore. Alla fine, seduta su un tappeto di lamiera, Dydo riconobbe la sagoma di un poznodiano. - Scusi, un'informazione... - classica frase imparata a scuola. Forse non troppo bene, perché l'altro non diede cenno di risposta. - Io... capisci quello che dico? Il poznodiano annuí. - Ottimo... Volevo solo sapere se vado bene per Poznode, - e indicò il pianeta con un dito. - È quello? Il poznodiano annuì ancora. - Ah, molto bene, credevo di essermi perso -. Doveva ricordarsi di aggiornare la guida. - Be', grazie, buona giornata! Il poznodiano salutò con un gesto. Dydo non si intendeva di usanze poz, ma insomma, non spiccicare parola gli sembrava piuttosto maleducato. - Ehi, ti hanno tagliato la lingua? Il poznodiano srotolò tra le labbra un metro buono di carne nera. - E allora? Ti sto antipatico? Ho detto qualcosa che non va? Il poznodiano frugò nella bisaccia da viaggio ed estrasse un oggetto molto antico, un libro. Lo porse a Dydo e gli fece cenno di sfogliarlo. Era un vocabolario inglese basic-poz moderno. Dydo lo apri. La prima pagina era piena di timbri. Uno per ogni definizione. Dydo guardò meglio. Aabrul, n: Fuoco. Sopra, inchiostro rosso: Marchio Reg. 245-Pna Assicurazioni. Abbaj, a: nervoso. Brevetto 675-Istituto di Psichiatria «N. Kos». Sfogliò ancora. Ogni parola, un timbro. Migliaia di timbri e poche, sterili eccezioni. Toccò a Dydo non riuscire a parlare. Il poznodiano con ampi cenni gli fece capire di tenersi il dizionario. Sotto la fila scura degli occhi si allungò uno strano sorriso: - Cimafo! - disse. - Cimafo! Neoliberismo o fantascienza? * * * Alla seconda settimana di navigazione, Dydo era ormai prossimo al confine di Yzo, uno degli otto Grandi pianeti, i cui rappresentanti si sarebbero riuniti a Cimafo per discutere i problemi della Galassia. Durante una sosta, gli si avvicinò un temibile robot piazzista per proporgli l'ultimo modello di mutande Mexi. - Grazie, non ne ho bisogno, - rispose Dydo con un candido sorriso. - Errore! - gracchiò il piazzista. - Il Primo comandamento della Nuova fede intergalattica impone di accettare qualsiasi acquisto, a meno che il rifiuto non sia strettamente necessario. «Al caval Mercato non si guarda in bocca», come dice il proverbio. Ecco, sono quattrocento scudi. - È troppo caro! - protestò Dydo. - Errore! - strillò ancora il robot. - Rifiuto non strettamente necessario. Non puoi discriminare un prodotto in base al prezzo. Ecco, sono quattrocentocinquanta scudi. Dydo allungò una mano sulle mutande e subito la ritirò: - Ahi, pizzicano! Di cosa sono fatte? - Errore! Materiale segreto. Comunque, non puoi rifiutare l'acquisto per via del prurito. Nessuno ha dimostrato che è nocivo per la salute. Anzi, secondo alcuni stimola la circolazione. Eventuali reclami devono essere rivolti alla ditta Mexi. Ecco, sono cinquecento scudi. Quando capi che non c'era niente da fare e che non poteva proseguire senza acquistare le mutande, Dydo si rassegnò. Il prezzo era salito a settecento scudi. Unica alternativa per farsi rimborsare: dimostrare che le mutande erano oggettivamente dannose. La ditta Mexi si trovava su Yzo. Dydo riprese a nuotare. Alla dogana, una guardia lo bloccò con tentacoli meccanici: - Alt! Mostra il tuo Documento di utilità per Yzo. - Non ce l'ho. Sono solo di passaggio. - Allora non puoi entrare. Secondo comandamento della Nfi: Solo chi è strettamente necessario a un pianeta può abitarlo. - Davvero? - domandò Dydo incredulo. - E i bambini, allora? - Niente bambini. Sono inutili. E l'ultimo adulto è morto tre mesi fa. I sospetti di molti risultavano confermati. Su Yzo «vivevano» solo robot. * * * Ultimi sette giorni di viaggio. Il piú era fatto. Poteva permettersi di rallentare. Poteva permettersi di dormire.La prima notte, Dydo sognò. Al risveglio, non ricordava bene. Forse macchie di colori e sfumature. Forse immagini piú precise dissolte alla luce del giorno. Interrogò a lungo il cervello, ma non ne ottenne nulla. Nuotò molto piú a lungo del solito. La seconda notte, sognò un vecchio. Il vecchio era seduto di fronte a una leva. Ogni volta che l'azionava, si spegneva una stella, una galassia moriva. Una folla, tutt'intorno, stava a guardare. Dydo gridava: «Fermati!» Qualcuno gridava: «Silenzio!» Il vecchio tirava la leva. Il terzo sogno lo fece di giorno, appisolato su un asteroide. Stessa scena. Il vecchio, la leva, la folla. Questa volta Dydo si buttò sul vecchio. Gli spezzò il polso. Metà della folla applaudi. L'altra metà scese dagli spalti per linciarlo. Gridavano: «Non si picchiano gli anziani!» Gli fecero molto male. Sdraiato sul pannello di un satellite, Dydo fece il quarto sogno. Era da solo col vecchio. Il vecchio diceva: «Basta litigare! Mettiamoci d'accordo. Non ti piace come mi vesto? La prossima volta posso mettermi un kimono, okay? Oppure, non so: facciamo tirare la leva a un fanciullo bendato, simbolo dell'innocenza. No? Un povero fanciullo africano? Nemmeno? D'accordo, ultima offerta: prima che io abbassi la leva, ti concedo dieci secondi per spiegare come mai non sei d'accordo. Che ne dici?» Due gironi prima della meta, Dydo sognò per la quinta volta. Il vecchio, la leva, la folla. Lui si buttava ma veniva travolto da un quintale di fango e letame. Il sesto sogno lo mise di buon umore. Solita scena. Ma insieme a lui gridava: «Fermati!» anche metà della folla. Gli altri sbraitavano: «Silenzio!» ma non riuscivano a farsi sentire. Dydo si lanciava, e invece del polso del vecchio, spezzava la leva. Tutti restavano ammutoliti. Il camion del letame sprofondava sotto il peso del carico. Il settimo sogno lo fece a occhi aperti. Era a Cimafo. Non era solo. Una moltitudine sognava con lui. Pubblicato a puntate sul settimanale imolese «Sabato sera», giugno-luglio 2001. Lettera agli indecisi della Selva Europa [Ci è giunta oggi la lettera di un vecchio amico, indirizzata a tutti noi. Crediamo di interpretare la sua volontà rendendola pubblica. Wu Ming 4]. Fratelli e sorelle, nel mese di luglio a Genova si terrà la Dieta dei Grandi della Terra. Otto signori del mondo riuniti per banchettare e decidere il futuro di tutti. Nessuna delle nostre ragioni siederà con loro, eppure le nostre vite sono appese al filo di quelle decisioni. Anche senza invito, andremo là per gridare ragioni differenti. Ad accoglierci troveremo muraglie ed eserciti. Ci ordineranno di disperderci. Noi disobbediremo. Perché? Lo faremo per noi stessi? Lo faremo perché lo riteniamo giusto? Lo faremo perché non c'è altra scelta? Ecco, io vi dico che non importa il motivo. Al momento delle decisioni, quando la Storia si compie, ciò che sommamente conta è esserci, stare lí e fare la propria parte. Quante volte in questi anni ci siamo sentiti inutili, fiaccati dallo scarso numero o dall'isolamento? Quante volte ci siamo persi in lunghi concili che non portavano a niente? Quante volte abbiamo pensato che Davide non trovasse la fionda per colpire Golia? Quante volte abbiamo creduto che nessuno sforzo potesse servire? A volte capita di guardarsi allo specchio e di scoraggiarsi, di vedere ingenuità e stupidità, patetici illusi che cercano un senso per le loro vite. I piú acuti riescono a porsi la domanda: serve a qualcosa oltre che a me stesso, oltre a illudermi di servire a qualcosa e consolarmi perché sto dalla parte giusta? Ma queste domande, cosí come le divisioni retoriche e le discussioni sui concetti, troppo spesso diventano la porta lasciata aperta sul retro, per tagliare la corda ogni volta che le cose non vanno come le abbiamo immaginate o come ci sarebbero piú consone. È giunto il momento di lasciare da parte tutto questo. Le cose stanno accadendo adesso. Forse non andranno come le immaginiamo, perché non abbiamo la sfera di cristallo. Tuttavia accadranno. E quando le cose accadono non è mai indifferente che noi ci siamo oppure no. Qualcosa di nuovo inizierà a Genova. Non cielo e terra nuovi, né la Nuova Sion, ma una moltitudine capace di immaginare mondi diversi da questo. Riuscire a pensarli, al di fuori della cerchia ristretta di fratelli e compagni, farlo in decine di migliaia, in centinaia di migliaia, non è proprio la stessa cosa che andare in ferie. Se saremo là per immaginare un mondo diverso, bene. Perché è all'unicità di un destino triste che vogliono ridurci. Se saremo là per non annoiarci, io dico ben venga. Perché la politica della noia genera l'impossibilità di pensare qualcosa di meglio per le nostre vite. Se saremo là per vedere quello che accadrà, benissimo. Vedere coi propri occhi una moltitudine che insorge contro la tirannia non è spettacolo di tutti i giorni. È qualcosa che cambia la vita. Quando un'armata pacifica di decine di migliaia di persone cingerà d'assedio gli otto uomini piú potenti del mondo, lo farà anche per i miliardi di persone che a Genova non potranno esserci. Non in nome loro, ma insieme a loro. Perché noi possiamo farlo. Noi possiamo esserci. Coloro che, potendo, non verranno, rimpiangeranno la propria assenza. Noi saremo là per avanzare. Non contro le schiere e gli eserciti, bensí oltre di essi. Non ci interessa la battaglia campale, non dobbiamo sconfiggere la loro forza armata, ma dimostrare che ai Signori non resta che quella, poiché la ragione l'hanno persa da un pezzo. Non possiamo che vincere questa battaglia. E la vinceremo sul campo. Attaccando quel muro. Con dirigibili, palloncini, aeroplani di carta e marchingegni d'ogni tipo, apriremo un varco, lo scalfiremo anche solo di pochi centimetri, per farci passare attraverso la nostra rabbia e la nostra speranza. Sí, ci sono momenti nella Storia in cui la giustizia e la libertà sono questione di pochi centimetri. Quel piccolo varco è un segno. È la forzatura di una dogana di esclusione. Attraverso quello spiraglio passeranno i nostri fratelli e sorelle migranti, esclusi da una vita degna; passeranno i quattro quinti dell'umanità relegati nella povertà e nella guerra; passerà la Terra che non si rassegna a crepare; passeremo noi, con le nostre vite precarie e sfruttate. Passerà il nostro «Adesso basta!» Saremo il loro incubo peggiore. Non ci sono zone rosse che possano proteggere i responsabili della miseria. Non ci sono cittadelle fortificate dentro le quali possano asserragliarsi. Il mondo non è abbastanza grande perché possano trovare un buco in cui nascondersi. Toccherà a noi dimostrare tutto questo. A Genova, il 19, 20 e 21 luglio dell'anno 2001. Capitano Gert dal Pozzo Della Selva Europa, pianeta Terra. «Giap», nuova serie, Speciale G8 conflitto e consenso, 12 giugno 2001. Dalle moltitudini d'Europa in marcia contro l'Impero e verso Genova (maggio 2001) Noi siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre. Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è scritto «Dignità». In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone di persone, campi, boschi e corsi d'acqua, governa con l'arbitrio, impone l'ordine dell'Impero, immiserisce le comunità. Siamo i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei cent'anni razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell'anno del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro. Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo piú fermati. Siamo i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell'anno del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune, riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là ci affamarono cingendo d'assedio la città. Dopo due anni di stenti ci sconfissero, restaurarono l'oligarchia, ma il lento contagio dell'esempio non lo potevano fermare. Siamo i contadini d'Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine a gabelle e imposizioni. Nell'anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione di John Ball: «Quando Adamo zappava ed Eva filava | chi era allora il padrone?» Con roncole e forconi muovemmo dall'Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo fuochi, saccheggiammo il palazzo dell'Arcivescovo, aprimmo le porte delle prigioni. Per ordine di re Riccardo II molti di noi salirono al patibolo, ma nulla sarebbe piú stato come prima. Siamo gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai boemi, ribelli al papa, al re e all'imperatore dopo che il rogo consumò Ian Hus. Nell'anno del Signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore. I potenti d'Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco. Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria, Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato... Il cuore di un continente nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent'anni di guerre e crociate. Siamo i trentaquattromila che risposero all'appello di Hans il pifferaio. Nell'anno del Signore 1476, la Madonna di Niklashausen si rivelò a Hans e disse: «Niente piú re né principi. Niente piú papato né clero. Niente piú tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi d'acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possiederà piú del suo vicino». Arrivammo il giorno di Santa Margherita, una candela in una mano e una picca nell'altra. La santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò sul rogo. Non cosí le parole della Vergine. Siamo quelli dello Scarpone, salariati e contadini d'Alsazia che, nell'anno del Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti, espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire la confessione, sostituire al Tribunale imperiale giudici di villaggio eletti dal popolo. Il giorno della santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt, ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell'anno del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava, né lo Scarpone ha piú smesso di battere il suolo. Siamo il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino, carne e pane, nell'anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo. La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda, che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un'altra Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems: assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa, gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il Povero Konrad ancora si solleva. Siamo i contadini d'Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero invece di muover guerra ai signori, nell'anno del Signore 1514. Sessantamila uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l'insurrezione in tutto il Paese. L'esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov'era nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d'assedio. Dozsa fu arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati. La strage e quell'empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia. Siamo l'esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Müntzer. Nell'anno del Signore 1524, al grido di: «Tutte le cose sono comuni!» dichiarammo guerra all'ordine del mondo, i nostri Dodici articoli fecero tremare i potenti d'Europa. Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi ci sterminarono in Turingia, Müntzer fu straziato dal boia, ma chi poteva piú negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe tornato. Siamo i lavoranti e contadini senza podere che nell'anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames, Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. Diggers, ci chiamarono. «Zappatori». Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti della terra. Piú volte i proprietari terrieri istigarono contro di noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto. Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono. Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredí, distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto li allontanò. La legge ci scacciò, non esitammo a rimetterci in cammino. Siamo i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il servaggio. Nell'anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma il seme avrebbe dato frutti. Siamo l'esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l'arnese, il telaio meccanico... Nell'anno del Signore 1811, nelle campagne d'Inghilterra, per tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie e contestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati e civili in armi. Una legge infame stabilí che le macchine contavano piú delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron ammoní: Non c'è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni? Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi? O semplicemente attuerete uno sterminio? Sono questi i rimedi per una popolazione affamata e disperata? Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate. Siamo le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing, nell'anno del Signore 1830. Contro leggi tiranniche ci ammutinammo, incendiammo fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata del capitano Swing serrava le file di un esercito piú grande. La polvere sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe dei giudici. Ci attendevano centocinquant'anni di assalto al cielo. Siamo i tessitori di Slesia che si ribellarono nell'anno 1844, gli stampatori di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari dell'anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno di grazia 1871. Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo la marcia. Loro si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, Fmi, Wb, Wto, Nafta, Ftaa... Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze, la corte dell'imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l'inganno, la Dieta di Tubinga che obbedí a Ulderico e annullò le conquiste del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen, gli empi che arrostirono Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò ogni scala per il cielo. Oggi hanno un nuovo impero, su tutto l'orbe impongono nuove servitú della gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare. Contro di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo. Genova. Penisola italica. 19, 20 e 21 luglio di un anno che non è piú di alcun Signore. I principali e fondamentali articoli degli uomini e delle donne in lotta per la dignità, in relazione a quelle faccende da cui si sentono offesi (giugno 2001) Circolano molti scritti malvagi che, riguardo al radunarsi di uomini e donne contro i signori della Terra, gettano discredito su di loro dicendo: è questo il frutto del nuovo movimento, un'accozzaglia di ribelli, incerta tra disobbedienza civile e terrorismo, che insegue i raduni dei Grandi senza nessuna proposta concreta? Gli articoli che seguono rispondono a questi criminali seminatori di falsità, e dànno motivazione alla lotta di queste moltitudini contro il potere e l'arbitrio dei signori, arroganza senza limiti di nuovi feudatari. Dunque, onesto lettore, leggi quel che segue con attenzione, poi giudica. Questi sono gli articoli: Il primo articolo. È nostra volontà e ferma risoluzione che in futuro nessuna assemblea abbia potere e autorità nel prendere decisioni riguardo alla Terra senza che i suoi membri siano stati preposti dalla comunità a svolgere questa precisa funzione. Dovessero poi condursi in maniera impropria, vogliamo avere il diritto di revocarli. L'altro articolo. In secondo luogo, siamo del tutto convinti che si debba ridurre l'iniquo divario tra il prezzo dei prodotti e il compenso di chi produce. Questa ricchezza dev'essere ridistribuita. Chiediamo quindi che in tutta la Terra venga fissato un compenso minimo, tale da assicurare a chi lavora un sostentamento decente e sufficiente per lui stesso e per i suoi. Ciascuna nazione dovrà imporre il rispetto di questo requisito, affinché in futuro nessuno sia costretto dalla povertà a lasciare la sua terra o a vendere la sua stessa vita. Il terzo articolo. In molti luoghi della Terra è costume che uomini e donne siano tenuti come proprietà personali da chi dà loro un lavoro, il che è assai riprovevole; come pure che uomini e donne per entrare in una nazione debbano vendersi a bande di frontalieri; che le nazioni povere siano schiave del loro debito nei confronti delle nazioni ricche, o ancora schiave della remissione del debito in cambio di appalti, e sempre piú schiave dei servigi che vengono loro richiesti per ottenere aiuto. Dunque vi garantiamo che di qui in avanti non sopporteremo piú tutte queste schiavitú. Il quarto articolo. Troviamo insensato, poco fraterno, egoista e contrario alla dignità il costume di impedire a uomini e donne migranti di attraversare liberamente le frontiere delle nazioni ricche, soprattutto dal momento che lo stesso costume non vale per i signori della Terra, lasciati irresponsabilmente liberi, come animali, di attraversare e devastare i Paesi degli stessi migranti. Pertanto è nostro desiderio che la libertà di movimento sia garantita a tutti gli uomini e le donne della Terra. Il quinto articolo. Ci riteniamo particolarmente offesi in merito all'occupazione delle città, perché i signori si impadroniscono di intere città per loro stessi soltanto. Se un abitante desidera essere lasciato in pace, deve procurarsi un permesso (ma, forse, è meglio se prende una vacanza). È nostra opinione, riguardo alle città che di volta in volta cadono nelle mani dei signori, che esse dovrebbero tornare in possesso della comunità. Inoltre, ogni membro della comunità dovrebbe essere libero di andare e venire per la città senza impedimenti. Il sesto articolo. La nostra sesta richiesta riguarda gli eccessivi servigi pretesi dai signori, i quali aumentano ogni giorno di piú. Chiediamo che si consideri che mai piú ci lasceremo sfruttare in tale maniera. Ci spettano condizioni di lavoro sempre migliori, dal momento che i nostri antenati combatterono per questo e con successo. Il settimo articolo. Settimo, non permetteremo piú a noi stessi di farci ulteriormente opprimere dai signori, ed essi non potranno piú ottenere da noi servigi non pagati, ma dovranno lasciarci stare, a godere in pace la nostra vita. Chiediamo un reddito garantito e universale, per tutti, lavoratori e non, precari, saltuari, atipici, in nero, piccolissimi imprenditori, liberi professionisti, uomini e donne senza fonti di sostentamento. Noi svolgiamo continuamente, con le nostre persone e con le nostre relazioni, una quantità di servigi che i signori della Terra non ci riconoscono e si ostinano a non chiamare lavoro, perché altrimenti dovrebbero ammettere che per tutte queste cose ci spetta una rendita. L'ottavo articolo. Come ottava cosa, siamo molto gravati da beni il cui prezzo non possiamo sostenere, ma oltremodo rovinoso e indegno ci appare quello che i signori della Terra impongono su medicamenti irrinunciabili per la salute. Raccogliere danaro per la ricerca, la prevenzione e la cura, nel migliore dei casi serve solo a rimandare il problema. Vogliamo per questi medicamenti un prezzo accessibile a tutti. Desideriamo che non ne venga ostacolata la produzione, anche senza autorizzazione dei proprietari della ricetta, né che ne venga impedito l'acquisto da nazioni in cui costano meno. Il nono articolo. Come nona cosa, crediamo che nuove leggi valide in tutta la Terra possano limitare l'arbitrio dei signori, ma dovremmo incrementare l'azione nei singoli territori, dai borghi alle nazioni, affinché anche le leggi locali, spesso piú efficaci, sbarrino il passo all'arbitrio, dal momento che non possiamo sconfiggere oppressioni lontane quando tolleriamo ingiustizie vicine. Il decimo articolo. La decima questione che ci offende è l'appropriazione individuale di piante, animali, medicamenti e informazioni che appartengono alla comunità. Questi li riprenderemo di nuovo nelle nostre mani. Non vogliamo che brevetti privati ci impediscano di godere dei frutti della terra, né che simile sorte subiscano medicamenti e conoscenze prodotti utilizzando dati e danaro comuni, né tanto meno per quei medicamenti indispensabili alla salute di uomini e donne della Terra, o per quelle informazioni e conoscenze che interessano tutta la comunità, e ancora mille volte no quando i signori vogliono appropriarsi delle conoscenze ottenute con lo studio delle nostre persone. L'undecimo articolo. Come undecima proposta chiediamo la totale abolizione del tributo di morti che dobbiamo pagare ai signori della Terra. Ci rifiutiamo di sopportarlo ancora e di permettere a vedove e orfani di essere cosí colpevolmente rapinati contro la loro stessa dignità, in violazione della giustizia e del diritto, così come è accaduto in molti posti, a Bhopal, a Shenzhen, in Italia e in milioni di terribili e trascurati «incidenti» sul lavoro. Chiediamo norme di sicurezza valide in tutta la Terra e quantomeno che i signori della Terra, quando commerciano all'estero, assicurino a chi lavora le stesse condizioni richieste dalla legge nelle loro nazioni d'origine. Conclusione. Come duodecima cosa, è nostra conclusione e risoluzione finale che, se uno o piú degli articoli dai noi presentati si dimostrerà in disaccordo con la dignità umana, con i diritti degli uomini e delle donne della Terra, o in qualche modo irrealizzabile, a tale articolo rinunceremo nel momento in cui tutto ciò ci verrà dimostrato con una chiara spiegazione. O se un articolo venisse applicato ora e in seguito si rivelasse ingiusto, da quel momento lo considereremo invalido e senza forza. Allo stesso modo, come pensiamo, dovessero i signori della Terra continuare a offendere la nostra dignità di uomini e donne con sempre nuove angherie, abbiamo deciso di riservarci il diritto di formulare ulteriori richieste. Lettera all'esercito dei sognatori in marcia verso Genova Da qualche parte nel mondo, giugno 2001 Italiani, europei, abitanti del pianeta Terra, che vi accingete a muovere verso Genova. Salute a voi tutti! Sono stato assente per molti anni, durante i quali ho viaggiato in lungo e in largo per questo nostro malandato mondo. E ho potuto rendermi conto dì come le ingiustizie proseguono e si moltiplicano, e sono ancor piú violente e grandi di quando noi ci sollevammo in armi per un Paese unito e migliore. Dopo la delusione per l'impresa tramutata in farsa che si accaniscono a chiamare «Risorgimento», e l'esilio in una piccola isola del Tirreno, ho attraversato ancora l'Italia. Prima come Comandate supremo ad honorem delle Brigate partigiane che portarono il mio nome, tra il 1943 e il 1945 Poi, qualche anno dopo, come simbolo del proseguimento di quella lotta nello scontro elettorale del 1948. All'indomani di quell'ultima sconfitta, di quell'ultima delusione, decisi di andarmene, di lasciare il Paese e il Continente. Ero sfiduciato e frustrato, non mi aspettavo piú niente dal Vecchio mondo. Cosí ho ripreso i miei viaggi. Sono tornato in America latina, dove ho conosciuto molti fratelli e sorelle che lottano con grinta contro il dispotismo e lo sfruttamento. Ho conosciuto i sem terra brasiliani, gli indigeni Uwa in Colombia e gli zapatisti messicani, con quel loro buffo subcomandante poeta. È gente semplice, di cuore, che mi ha ricordato di quando anch'io a quelle latitudini combattevo per la libertà, la giustizia e la democrazia, nella libera Repubblica di Rio Grande e in Uruguay. Quanto tempo è passato! E quante cose sono irrimediabilmente cambiate! Ma la lotta è sempre la stessa: gli umili, i diseredati, gli uomini e le donne che vogliono essere liberi, contro i tiranni e gli sfruttatori, i politicanti corrotti e i padroni della Terra. Ma ho viaggiato anche nel Karnatak, e perfino nel cuore profondo dell'Asia ho incontrato contadini, studenti, e religiosi che lottavano per i loro diritti e progettavano un mondo diverso. Ho attraversato il cuore nero dell'Africa e ho incontrato preti missionari che si battevano con píú coraggio, fede e intelligenza dei piú accesi rivoluzionari. In questi miei lunghi viaggi ho parlato con genti differenti per cultura e ideali, ma tutte accomunate dallo stesso spirito, dalla stessa rabbia e dalla volontà di battersi in un modo nuovo ed efficace contro l'ingiustizia planetaria. Poi, sul finire del 1999, dagli Stati Uniti mi è giunta una buona notizia, inaspettata a dir la verità. Nel Paese piú ricco e forte del mondo il popolo si era sollevato contro il vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio. Anche nel mondo ricco e che si dice «democratico», il popolo si ribellava. Ho cosí cominciato a seguire le vostre imprese. Vi ho osservati in Svizzera, in Italia, nella Repubblica ceca, in Francia (nella mia Nizza), in Giappone, in Australia e in Canada. E adesso ìn Svezia, dove la polizia ha sparato a un giovane di vent'anni lasciandolo in fin di vita. In Brasile, a Porto Alegre, dove sono giunto in incognito su un cargo uruguayano, ho ascoltato le vostre parole e mi sono sembrate giuste e sensate. A Città del Messico, travestito da contadino, ho visto i vostri striscioni in mezzo al mare di gente che accoglieva gli zapatisti in piazza. In queste occasioni e in tutti questi anni di lungo peregrinare, ho avuto modo di imparare molte cose. Soprattutto ho imparato ad ascoltare, una cosa che in passato, sempre mosso dall'istinto e dalla forza delle certezze, avevo colpevolmente sacrificato. Ho riflettuto a fondo sugli sbagli della mia vita. I miei tanti errori sono stati oscurati dai meriti che la leggenda ha stagliato sulla Storia, ma questo non può assolvermi davanti a Dio e agli uomini. Ho riposto la mia fiducia in soci e alleati che non la meritavano, ho sacrificato l'efficacia al mio accanimento, mi sono lasciato corteggiare, ho voluto spingere il mio spirito fino all'estremo, a volte ignorando tutto e tutti. Ebbene, non posso annullare la mia caparbietà e determinazione, ma posso evitare di ripetere gli sbagli del passato. Per questo ringrazio quelli di voi che mi hanno rivolto un invito esplicito a venire a Genova, per partecipare all'assedio dei Grandi della Terra. Ringrazio anche coloro che in Italia stanno utilizzando i monumenti a me dedicati per incitare la gente a venire. E ancora per questo, per la prima volta nella mia vita, non pretenderò il comando generale. Questa volta, fratelli e sorelle ribelli, vi seguirò. Sarò tra voi, non alla testa, ma una parte della moltitudine che saremo. Oggi nel mondo c'è un esercito che ha le parole come moschetti, le idee come baionette e i sogni come artiglieria pesante. La sottoscrizione è qui, nel cuore, e qui, nella mente, e quando uno si arruola alza lo sguardo in faccia ai tiranni per non abbassarlo piú. E giacché non ho mai preso congedo dai miei ideali, di questo esercito io sento di fare parte. A Genova, dunque! Per la giustizia, la libertà e la democrazia! Giuseppe Garibaldi soldato semplice dell'Esercito dei sognatori. All'illustrissimo Signore della Terra in Genova, oggi «cuore dell'Impero» [Comandante Gert, compagne e compagni miei, fratelli e sorelle della società civile di questo e di altri Paesi, mi preme rendere noto a tutti e tutte voi il contenuto di un dispaccio fortunosamente intercettato in circostanze che non mi è dato riferire, nelle lagune dell'alto Adriatico, nei pressi di Mestre, Penisola italica, giorno 18 del mese di giugno, anno i del secolo xxi. Se ne deducono pericoli e preoccupazioni, ma, a mio modesto avviso, possono parimenti scaturirne suggerimenti utili sul prossimo futuro, in vista dell'appuntamento genovese del 19, 20 e 21 di luglio. Segue fedele riproduzione del testo]. Vostra Signoria avrà certamente seguito gli avvenimenti di Göteborg e verificato la scrupolosità con cui ci si è attenuti alle indicazioni. In questa circostanza, come stabilito, ci si è mossi per tempo, e l'effetto non poteva essere che quello desiderato. Le milizie, dopo la prima giornata di guazzabugli senza risultati apprezzabili, non hanno atteso che l'orda di barbari si movimentasse una seconda volta e hanno minato il precario equilibrio delle cose con una incursione notturna negli accampamenti, affiancando alla sortita oltre quattrocento sequestri che i codici delle Repubbliche del Nord permettono di definire, come è opportuno, «arresti preventivi». Il mattino seguente le truppe si sono ritirate dalla città lasciando il centro in balia degli eventi. In conseguenza di quanto avvenuto durante la notte, alcuni dei rivoltosi hanno bersagliato le vetrate di poche botteghe con sassi o consimili e vituperato una carretta militare lasciata incustodita. A tutto il resto ha pensato, come previsto saggiamente da Vostra Signoria, la carta stampata, e le altre fonti di informazione figurativa, mettendo in gran rilievo quelle schermaglie cui la gente ingenua tanto si appassiona. Cosí, il terreno era per buona parte preparato, con lo stomaco di tanti disposto a digerire addirittura il piombo. Verso sera l'esercito è tornato a schierarsi nelle vie cittadine, pronto a passare all'azione. Pensasse, le milizie hanno potuto attaccarli mentre danzavano e ingoiavano diavolerie che intorpidiscono il corpo e annebbiano la mente, i depravati. Questi si sono difesi con le armi rozze che avevano utilizzato, impunemente, alla mattina, e un reparto delle milizie ha risposto sparando. Un giovane è in pericolo di vita ma, purtroppo, era un rischio da mettere in conto. Dio lo perdoni e voglia accogliere l'anima sua, qualora il destino volga al peggio. A eccezione della Francia, cui sarà necessario tributare un ammonimento, nessuno ha fatto troppo rumore e subito la mente dei piú è corsa, come previsto, alla città di Genova, Vostra scomoda dimora temporanea e sede del prossimo raduno dei Vassalli al servizio della Signoria Vostra. È superfluo che si provveda, qui di seguito, a rendicontare le dichiarazioni ufficiali che Vostra Signoria conosce a puntino. Mi permetto invece di abbozzare alcune previsioni, come piú mi si conviene, sulle prossime evoluzioni delle cose in seno alla moltitudine dei ribelli. Già avevo detto, nella precedente mia del giorno 30 di maggio, quanto vacua fosse la speranza che l'ardita «Dichiarazione di guerra» producesse una rottura tra le diverse anime della protesta. Gli scellerati che la pronunciarono non mancano d'astuzia, come Vostra Signoria stessa ha avuto modo di far notare al Suo umile servitore, e furono capaci di allentare le diffuse perplessità dei giorni successivi, con artifici e sofisticherie che finirono per rinsaldare, in un'alleanza pericolosa, settori radicali e temperati del popolo dei contestatori proprio sulla oltraggiosa intenzione di «disobbedire agli ordini». Del resto fu in conseguenza di questo che Vostra Signoria decise di mandarmi a raggiungere Góteborg per tempo e contribuire al trambusto che sappiamo. Adesso, tuttavia, la situazione è ben piú favorevole e, per quel che posso vedere, potrebbe dimostrarsi ideale per l'offensiva che Vostra Signoria prepara da tempo e mi ha anticipato di voler portare fino in fondo. Le notizie arrivate dal Nord, innestate su un contesto nel quale si è insistito saggiamente nel diffondere la paura, vieppiú la alimentano e potrebbero provocare le defezioni sperate, almeno presso i curiosi e gli indecisi. Dopo il piombo di Góteborg, peraltro, è lecito attendersi che il coro dei contestatori, oggi ancora unanime nel deprecare l'atteggiamento delle milizie e, si figurasse Vossignoria, nel domandare la sospensione del concilio, sia prossimo alla frattura. C'è da aspettarsi a breve che i piú temperati, sui quali talvolta si è tentato il raggiro con risultati purtroppo ancora sporadici, desistano dalle intenzioni piú ferme retrocedendo all'innocua prospettiva iniziale; e che i piú facinorosi si affoghino con le proprie mani, nel disperato tentativo di lavare il sangue con il sangue. Il che faciliterebbe di molto quell'operazione che il vecchio brocardo latino non smette di suggerire: divide et impera. La forbice si allarga e il presuntuoso tentativo di tenere insieme greggi che pascolano campi diversi si risolve nel nulla. Quel che ancora non mi è dato capire è dove vada a parare l'insolenza di coloro che si vestono come imbiancatori dicendosi fantasmi. Costoro, se i calcoli sono esatti, opteranno per l'una o l'altra delle soluzioni in campo e, in ogni caso, saranno piú deboli e vulnerabili di quanto non lo siano stati fino a oggi. In questa direzione sarà orientato il modesto contributo dell'umile servitore Vostro che si accinge a riprendere i suoi compiti con il prezioso beneficio di godere della fiducia dei nemici suoi e della Signoria vostra. Quale che sia, tra le due, la soluzione che sceglieranno, sono destinati a cadere essi stessi sulla superficie scivolosa che stavano preparando per i Vassalli dell'Impero. Aggiornerò puntualmente sulle loro mosse, che sono e rimangono comunque, almeno fino a ora, le più sconnesse e imprevedibili. Prima di commiatarmi, richiederei, se mi fosse permesso, ulteriori dettagli su un progetto che Vostra Signoria accennò solamente, intorno alla metà del mese di maggio, aggiungendo che non vi era nulla di certo e di definito. Si trattava di un certo fatto di sangue che avrebbe dovuto coinvolgere e colpire un soldato della milizia di Genova, durante i giorni di luglio, a opera di un uomo addestrato e mascherato, mischiato ai dimostranti e che poi si sarebbe dileguato nel nulla, da dove era venuto. «Un sacrificio necessario a ristabilire l'ordine delle cose per un certo tempo, dopo che per un certo tempo quest'ordine è stato minacciato». Augurandomi di svolgere prontamente prossime istruzioni, bacio le mani. Venezia, 17 di giugno dell'anno 2001. Il fedele osservatore di Vostra Signoria, Q. Tratto dal forum http://www.tutebianche.org inoltrato da «Fritz '75», giugno 2001. Lettera di Vitaliano Ravagli agli iscritti a «Giap» e al movimento globale (5 luglio 2001) Agli amici di «Giap», a Wu Ming, alle valorose Tute bianche. Quando ho detto a Filippo e Lavinia, i miei figli, che volevo essere presente alle contestazioni contro il G8 a Genova, li ho visti un po' perplessi: forse si preoccupavano della mia età, per le probabili bastonate che avrei potuto prendere. Hanno girato un po' intorno al problema, poi è arrivata la domanda fatidica: - Babbo, perché vuoi andare a Genova a prendere legnate dalla polizia? Non ti sembra di aver già fatto abbastanza per gli altri? Ormai compi sessantasette anni e li vuoi compiere pure a Genova (il 23 luglio è il mio compleanno)? Questo mi hanno detto i miei due ragazzi l'altro ieri. Ho risposto loro che di perché ce ne sono tanti, troppi nella mia memoria. Poi ho iniziato a enumerarne alcuni. Vado a prenderle perché il virus della contestazione ai soprusi e alla violenza ce l'ho nel sangue. Noi della nostra generazione dicevamo cosí, ma voi che avete studiato e siete piú colti, forse parlereste di Dna, ma è la stessa cosa. Vado perché, da che sono in questo mondo di merda, ho dovuto subire la mala pianta del fascismo, con la sua fregola di dichiarare guerra a tutti; tanto poi a combatterla ci andavano i poveri. L'avventura insensata della guerra si portò dietro la fame, le malattie mortali, le distruzioni del nostro patrimonio storico e di tante case della povera gente. Le poche migliaia di morti preventivati affinché «l'artefice» di tutto ciò potesse poi sedersi al tavolo della pace come «belligerante» furono invece trecentomila. E tanti altri se ne andarono per gli stenti sopportati. Ebbene, io ho vissuto anche quella tragedia sulla mia pelle e non l'ho ancora dimenticata. E ho ancora vivo il ricordo della Resistenza e di quanti combatterono e immolarono la loro vita, affinché chiunque potesse esprimere i suoi dubbi e protestare sulla cattiva conduzione della cosa pubblica; senza la paura di essere perseguito o bastonato per esercitare un diritto. Diritto che conquistammo con tanti sacrifici e chiamammo «Costituzione». E ho vivissimo il ricordo del dopoguerra, la Celere (in gran parte reclutata tra le file della Repubblica sociale) che ci bastonava quasi ogni giorno nella mia città, l'Imola rossa, la gloriosa Imola, medaglia d'oro della Resistenza, perché dal suo ventre crebbe la Trentaseiesima brigata Garibaldi, tanto temuta da chi comandava le divisioni tedesche in Italia. Allora vado a Genova, perché protestare civilmente è un diritto inalienabile. E noi protesteremo nelle strade, nelle piazze, e in ogni angolo che riterremo idoneo al nostro scopo (perché cosí ci garba). Il nostro modo di manifestare non è quello della violenza, ma quello di proteggerci dalla violenza altrui, subdola e umiliante per chi è costretto a subirla; e che ti lascia la bocca amara, come quando uno ti offende e ti deride ingiustamente davanti alle persone che stimi, davanti ai tuoi figli, La Costituzione siamo noi! Con le nostre pensioni da fame, con i nostri stipendi mortificanti. Eppure ogni mattina ci alziamo incazzati e facciamo comunque il nostro dovere di cittadini, di padri, anche se ci costa un'immane fatica! Siamo noi la Costituzione, non i signori del potere, di ogni tempo, con i loro fondi «neri» e le loro dimore sfarzose, i loro parchi e le società di capitali, attorniati da ruffiani di cordata, che sono sempre pronti a osannarli, in attesa di ricevere l'agognata poltrona. Allora io andrò a Genova assieme alle decine di migliaia di giovani disoccupati, dei centri sociali e di altre organizzazioni democratiche, anche se certa stampa e troppe emittenti televisive ci hanno dipinti come feccia incivile e violenta, da reprimere con mano ferma. Chi verrà a reprimerci? Emilio Fede, forse, col suo lauto stipendio? No, non credo! Se ciò accadrà manderanno altri poveracci come noi a maltrattarci, e questo, ancora una volta, mi riempirà di tristezza. Ma stavolta sarà meno dolorosa rispetto al mio passato, perché non dovrò combattere: mi limiterò a difendermi come potrò e, infine, a compatirli! Andrò a protestare civilmente (senza armi d'offesa) anche per loro, sperando che avvertano il sentimento di fratellanza nei nostri sguardi, che ci deve unire, non dividere come nel passato, poiché, sebbene lo ignorino, noi stiamo lottando anche per il loro futuro e per quello dei loro figli. Se la mano del nuovo potere risultasse violenta come quella di un tempo (che ho conosciuto bene), allora per il vecchio combattente «Gap» sarà un bel giorno per incitare quanti vorranno seguirmi. Poiché sarò fra i primi ad avanzare a mani nude verso i nuovi «tutori dell'ordine», urlando con tutta la voce che avrò in corpo: - Avanti, hanno piú paura di noi! Hanno la forza, non la ragione! Avanti Tute bianche, dio boia, avanti! Il vostro fedele Gap, Vitaliano Ravagli vitaliano_ravagli@hotmail.com Coda Lettera data in Genova, il giorno 28 di luglio 2001 Agli eminentissimi Signori della Terra. Signori onorandissimi, come da Voi richiesto, mi accingo a soppesare successi ed errori dell'operazione genovese e a illustrare, dacché lo domandate, la mia modesta opinione circa le cose future, grato per l'eventualità che m'offrite, d'esserVi utile. Come già Vi dissi, non è stato difficile lasciare campo aperto ai violenti, aizzarli anche, per giustificare l'uso della forza. I giovani ultrà nazisti del pallone si sono ben comportati e meritano gratifica. Allo stesso modo, ringrazierei i signori della scorsa legislatura, ché senza Quarta arma e Comparto sicurezza la gestione militare e senza mediazioni dell'ordine sarebbe stata piú ardua. Abbiamo però sottovalutato alcune situazioni: in primis, la vasta presenza di fotografi e telecamere. Poi, la capacità di controllo dei ribelli: nella giornata di sabato si prevedeva che un numero ben piú elevato si lasciasse andare a gesti violenti, dopo quanto accaduto il giorno prima. Ancora: la vastissima partecipazione al corteo del 21, quando invece, grazie alle parole del presidente Ciampi e del maggior partito d'opposizione, si sperava in qualcosa di piú ridotto, dunque piú violento, con meno testimoni, piú facile da annientare. Infine, nel dare carta bianca alle milizie, promettendo copertura, non si tenne in conto il livello di abiezione che esse possono raggiungere in simili frangenti, qualora si sentano protette. Senza quest'ultimo errore, non avremmo avuto le piazze di nuovo piene il giorno 24, cosa che ha ridato fiducia e compattezza ai rivoltosi. L'importante, comunque, è che pochi abbiano capito che Genova non è né un episodio isolato né un evento «italiano» e che si tratta invece di una prova generale di come, nel Nuovo ordine mondiale, dev'essere gestita la protesta. Controlla o Reprimi. A questo punto occorrono difesa e contrattacco: far cadere qualche «mela marcia»; coprire la strategia bellica ammettendo alcuni eccessi; confinare l'orrore tra le mura della Diaz e di Bolzaneto; colpire la fazione piú fastidiosa, gli Imbianchini, col benestare della sinistra, alla quale gli stessi hanno dato spesso da pensare. Alcuni membri dell'opposizione già indicano questa strada suggerendo che spranghe e scudi pari sono. Sperano forse, in tal modo, di fagocitare la fazione moderata dei ribelli e trarne nuova linfa vitale. Non li ostacolerei e anzi, se la commissione da loro richiesta servisse a inventare connivenze tra Imbianchini e Beccamorti, la istituirei senz'altro, in cambio di qualche favore. Raccomandandomi sempre alla protezione delle Vostre Signorie, bacio le mani umilmente. Di Genova Brignole. Il fedele osservatore Vostro, Q. Pubblicato sul settimanale imolese «Sabato sera», luglio 2001. Quarta parte Intorno al mondo:cronache della rivolta all'alba del iii millennio Intorno al mondo è uno dei tre antefatti di 54, monitoraggio, psichedelico ed emozionante, del commercio di eroina. Dal produttore al consumatore, si potrebbe dire, «dalla Turchia alla Sicilia attraverso Bulgaria e Jugoslavia. Dalla Sicilia a Marsiglia. Dall'Indocina a Marsiglia sulle navi dei Legionari. Da Marsiglia alla Sicilia. Dal Mediterraneo all'America». Mercato che anticipa la globalizzazione di capitali e merci, scambiando il prodotto perfetto, la merce che ogni mercante sogna. Intorno al mondo non si dipanano solo le maglie delle reti commerciali, né transitano esclusivamente i flussi finanziari. Inedite aggregazioni di donne e uomini attraversano la Terra, parlando l'idioma universale di un'altra globalizzazione, quella dei diritti e della dignità. Da Praga a Roma. Dagli Stati Uniti al Mediterraneo e da Genova al Messico sulle rotte oceaniche di nuove spedizioni libertarie. La sezione comprende i reportage redatti all'indomani delle grandi scadenze internazionali: dopo l'assedio al summit dell'Fmi, la marcia zapatista della dignità, le giornate del G8, la spedizione pacifista in Israele, la manifestazione fiorentina contro il «conflitto permanente del capitale globale» e la dimostrazione planetaria per la pace del 15 febbraio. Mentre dalle piazze di tutto il pianeta le voci di milioni di esseri umani si levano in risposta alle stridule sirene della guerra e ai monologhi salmodianti dei media imperiali, sembra di assistere alla faticosa nascita di un nuovo spazio pubblico europeo e al consolidamento di una nuova sfera della comunicazione: Don't hate the media. become the media. Davanti alle grandi mobilitazioni di questo tempo, nonostante la stanca retorica sulla fine della Storia e sul tramonto delle ideologie, le lotte del secondo Novecento paiono una promessa ben augurante al cui adempimento stiamo assistendo. Con Dentro l'Europa, di Wu Ming 3, e Dopo il 15 febbraio i media siamo noi, di Wu Ming 1, il racconto si interrompe sulla prefigurazione di scenari possibili, ma la lotta continua a estendersi, incalzando il futuro, e altri granelli di sabbia scivolano negli ingranaggi della macchina bellica. A volte, la lingua del conflitto parla piú rapidamente di qualunque gergo... Una considerazione particolare merita Bologna Social Enclave, storia, in chiave psichiatrica, del circuito movimentista di Bologna. Il materiale di questa sezione alterna toni differenti e produce contrasti forti. Nel turbine di registri impiegati, l'ironia e l'autoironia non potevano mancare. Carri armati a Praga Wu Ming 4 28 settembre 2000. Stando alle notizie circolate tra la giornata di ieri e la notte scorsa, mentre scrivo queste righe, a Praga la polizia di Havel ha dato inizio alla rappresaglia. Dopo la partenza delle «brigate internazionali» lo stile delle autorità di pubblica sicurezza ceche è tornato quello di una volta (probabilmente quello di sempre): le voci che viaggiano in Rete parlano di quasi novecento arresti, irruzioni, pestaggi e stupri nelle celle, ossa rotte, defenestrazioni, io stesso ho assistito a un arresto di massa nella notte di martedí 26. I partiti della destra hanno già chiesto un'interpellanza parlamentare per ottenere leggi emergenziali e piú potere alla polizia (piú di cosí!) Ladies and gentlemen, benvenuti nel capitalismo reale. 1. Random. Non ero mai stato a Praga. Fino a tre giorni fa associavo quella città ai rifugiati politici comunisti del 1949, all'invasione sovietica del 1968 e al crollo dei regimi stalinisti nel 1989. Nada mas. Tra il 24 e il 27 settembre 2000 ho visto sfilare un corteo internazionale anticapitalista; i cingolati presidiare le strade; barricate in fiamme; elicotteri col faro direzionale «all'americana» che sorvolavano il centro in continuazione; ho visto utilizzare tutto, ma veramente tutto per costruire protezioni corporali e gommoni (la gommapiuma dei materassi da campeggio, cuscini, palloncini colorati, cartelli, pezzi di tenda); ho visto la prima fila di Tute bianche italiane avanzare contro la polizia, prima con i gommoni, poi a mani nude, o con pistole ad acqua e scudi ricavati dai coperchi della spazzatura; padovani dall'aria truce gridare «Democràcia! Democràcia!»; un tizio di Bophal venuto lí da solo con il suo striscione personale; un uomo nudo in cima a un palo, con una banconota da un dollaro infilata sull'uccello e due nelle orecchie (l'ho rincontrato la sera: si era rivestito, ma aveva ancora le banconote nelle orecchie); don Vitaliano, parroco di Sant'Angelo a Scala (Av), davanti a tutti, sorridente e serafico alla facciaccia (di merda) di Pio Laghi, Biffi e tutti gli altri; un ragazzo con un cartello legato davanti a mo' di protezione improvvisata, con su scritto «Luther Blissett is here»; una signora sulla sessantina che mi ha chiesto se ero del «Resto del Carlino»; uno spagnolo con una bandiera rossa legata a mantello, incordonato con me, che mi ha chiesto se ero comunista; dei tizi di non so quale confessione, tutti vestiti di arancione dal turbante alle scarpe; un gruppo di turchi che tirava di scherma con la polizia (bastoni contro manganelli); Fabian Tompsett, un vecchio amico londinese che non vedevo da anni: un McDonald's completamente devastato; giovani cechi sbattuti contro le camionette e ammanettati, a poche centinaia di metri dal luogo in cui arse vivo Jan Palac; un ragazzo americano urlare al megafono: «La città è nostra!»; e molto, molto altro ancora. 2. «Buoni» e «cattivi». Ho chiesto a un basco che ha lavorato molti anni come operatore sociale in Brasile cosa ne pensava dell'enorme diversificazione del movimento post Seattle. Mi ha detto che anche durante la Guerra civile spagnola arrivarono brigate di volontari da tutti i Paesi e che la diversità comporta dei problemi, ma non si può che vederla come una ricchezza: la globalizzazione capitalistica riguarda tutti, è ovvio che ci si trovi in mezzo alla gente piú differente. Dai cristiani sociali agli Autonomen, dagli anarchici spagnoli ai freakettoni americani, dalle Tute bianche ai buddhisti, dai sindacalisti ai punk, dai pacifisti non-violenti ai lanciatori di molotov, dagli animalisti ai trotzkisti. Credo che quel basco avesse ragione. Basta non dimenticare che la Guerra civile spagnola è stata una sconfitta proprio perché le diversità, in quell'occasione, divennero conflitto interno. Uno scenario che non è possibile ignorare. La battaglia di Praga è stata una vittoria, e proprio per questo il governo ceco ne sta facendo pagare caro il prezzo agli ultimi manifestanti rimasti. Ma gli «stili» messi in campo sono stati di due tipi molto diversi. Non è solo il manicheismo cui i media sembrano essere approdati da un po' di tempo a questa parte (distinguendo tra «buoni» e «cattivi») che mi fa dire ciò. La differenza è stata lampante per chiunque fosse là. Anche per questo è stato importante dividere il corteo in tre tronconi, per assecondare gli stili e le pratiche differenti dei vari gruppi. Il black bloc che è sfociato nella guerriglia urbana non ha rispettato l'accordo generale sottoscritto da tutti i partecipanti al coordinamento della protesta, ha scelto la via delle molotov e ne ha pagato le conseguenze. Resto convinto che nell'attuale contingenza storica sia una strada inutile e fondamentalmente controproducente, ma finché i sostenitori dell'old style barricadero fanno i «loro» cortei, per i fatti loro, non ho niente da obiettare. L'importante è che ognuno sia libero di assumersi i rischi che vuole e che costoro non pretendano di monopolizzare il corteo in cui mi trovo io (peraltro qualcuno, timidamente, ci ha provato, lanciando sassi e bastoni, ma è stato immediatamente individuato e scacciato). Ancora diverso è quello che è successo durante la serata. Mentre si consumavano gli ultimi strascichi del riot pomeridiano, alcune decine di ragazzi cechi hanno preso d'assalto un McDonald's distruggendolo, hanno rotto le vetrine di un Kentucky Fried Chicken e di un'agenzia americana, lungo piazza San Venceslao. Ma invece di filarsela alla svelta, sono rimasti lí ad aspettare che la polizia arrivasse in forze. Errore fatale. Addirittura ho assistito a un assurdo fronteggiamento in una traversa della piazza, con due cordoni di poliziotti all'interno e i manifestanti all'esterno, sui due lati. Di lí a poco sono arrivati una decina di cellulari e un paio di pullman di poliziotti, che li hanno circondati e arrestati. Su quello che hanno subito in centrale corrono voci agghiaccianti. Da quel momento la polizia ha dato inizio alla rappresaglia indiscriminata che ha portato ai novecento arresti attuali (probabilmente destinati a crescere). 3. Contenuti. La battaglia di Praga è stata una vittoria perché il movimento post Seattle ha dimostrato di essere in ottimo stato di forma. Lo ha dimostrato sul campo, piú che nei giorni precedenti la manifestazione. La disorganizzazione e il caos (non solo linguistico) dei preparativi lasciava pensare il peggio. Forse anche questo è un segnale positivo: nel momento cruciale la gente c'è ed è determinata. Ma c'è almeno una questione sostanziale che andrebbe affrontata: quella dei contenuti della protesta. Purtroppo l'estrema diversificazione del movimento rende difficile articolare un discorso approfondito e tanto meno unitario. Credo che il problema che sarà necessario porsi da adesso in avanti sia proprio quello di come far passare messaggi radicali e «sostanziali» in occasione dei futuri happening. I media si sono dimostrati meno scadenti del solito nel riportare gli eventi: anche questa è una novità di cui varrebbe la pena approfittare. 4. La disobbedienza civile «all'italiana». Praga è stata la definitiva consacrazione internazionale di quella che ormai viene definita all'interno del movimento «disobbedienza civile all'italiana». Per la prima volta il drappello che apriva il corteo giallo era composto da Tute bianche multinazionali (italiani, spagnoli e finlandesi). Parlare di eroismo non è certo nelle mie corde, ma la prima fila di Tute bianche, attrezzata alla bell'e meglio con quello che erano riusciti a costruire in campeggio la notte prima, ha avuto un comportamento ineccepibile. Per sette-otto volte sono andati avanti con i gommoni (sfasciati e forati quasi subito), con scudi improvvisati, con bastoni (ben poco efficaci contro i robocop superbardati), perfino con palloncini colorati, anche a mani nude. Credo però che Praga abbia sancito l'inevitabilità di un cambiamento di strategia. Occorrono nuove idee, occorre pensare a qualcos'altro, perché, detta come va detta, ormai la tecnica è stata sgamata e non si può riproporre la stessa pratica all'infinito. Non è tanto questione di efficacia «militare»: nessuno può pensare di sfondare un blocco fatto coi blindati. Penso piuttosto alla necessità di coinvolgere il resto del corteo, quelli che rimangono dietro, i quali, non vedendo niente e non sapendo cosa succede davanti, finiscono col rompersi i coglioni e prendere altre vie. È ovvio che non tutti se la sentono di andare in prima fila. Chi lo ha fatto già alcune volte sa piú o meno cosa aspettarsi, sa cosa rischia ed è disposto a farlo. Ma gli altri? E un problema che si era già presentato a Bologna e che a Praga, con migliaia di persone dietro, si è riproposto in maniera lampante. Bisogna escogitare qualcos'altro. Anche chi non tiene la testa del corteo, anche chi non vuole o non riesce a stare davanti, deve poter partecipare in qualche modo al blocco. Per quello che ho visto, credo che tutti debbano fare uno sforzo di inventiva e tirare fuori delle forme di coinvolgimento alternative. Il rischio grosso è che quello delle Tute bianche diventi un copione troppo uguale a se stesso e alla lunga meno politicamente accattivante, meno mediaticamente efficace, di quanto sia stato finora. Una bella sfida per i prossimi appuntamenti. «Giap», n. 18, Carri armati a Praga, 29 settembre 2000. Comunicati dalla Marcha de la Dignidad zapatista Wu Ming 4 e Federico Martelloni Quinto comunicato dal Messico, 5 marzo 2001. Accampamento di Nurio, 2800 metri s. l. m., presso il Terzo congresso nazionale indigeno. La notte è gelida e umidissima, quasi impossibile dormire. Ma quelli di noi che sono di guardia non devono farlo, perché il Sub e il Comandante Tacho possono uscire da un momento all'altro dal caseggiato per una ronda di perlustrazione delle postazioni. Duecentoquaranta Tute bianche montano di guardia alla zona ristretta dell'accampamento, quella in cui pernotta la Comandancia dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale. È addirittura difficile accendere il fuoco, tanto è umida la legna di pino che abbiamo a disposizione. Per fortuna, preceduto da una nuvoletta che esce dalla pipa, il Sub ci raggiunge per darci una mano. A dispetto degli intenti ecologisti dello zapatismo, l'operazione viene condotta avvolgendo un foglio di plastica intorno a un ramo, cui viene dato fuoco. - Metodo guerrigliero. Centomila! Ah, ah, ah! Il Sub se ne va ridacchiando. Prima che rientri nella casa, un mono bianco («tuta bianca», ma anche «scimmia bianca») alto e lercio gli consegna la copia in castigliano di un romanzo scritto insieme ad altri tre compagni. Sul retro copertina c'è una dedica: A «El Sub» con el calor de la lucha en una noche fria, un mono bianco (ahora de todos los colores de la tierra), casualmente autor de este libro. Il Sub si stupisce della sovrapposizione dei ruoli: - ¿Eres el autor?... ¿Y eres un mono blanco? - Sí. Junto a otros tres chicos, monos blancos tambien. E che, pensa di essere l'unico scrittore guerrigliero? Ma come ci siamo ritrovati lí? Tutto è cominciato con un incidente stradale gravissimo, avvenuto in carovana, lungo un falso piano che ha fatto partire i freni di uno degli autobus e che ha coinvolto anche la corriera della Comandancia. Se fino a quel momento la disorganizzazione dei gruppi presenti in carovana sembrava non aver preoccupato la Comandancia, quando un mezzo pesante ha tamponato violentemente il loro pullman devono aver avuto un brivido lungo la schiena. Marcos ha convocato i portavoce dei monos blancos e ha chiesto che i loro cinque pullman passassero in testa alla carovana e si accodassero a quello sul quale viaggiava. Da quel momento siamo diventati a tutti gli effetti il «servizio d'ordine» di fiducia della Comandancia a ogni tappa del viaggio. La sera stessa, dopo una giornata trascorsa a fare cordoni durante gli affollatissimi atti pubblici, abbiamo dovuto organizzarci per una permanenza notturna fuori programma. All'uscita dall'ultimo atto pubblico, dopo una lunga scorta al pullman della Comandancia, siamo saliti al volo sui nostri che lo seguivano e siamo stati portati in un convento. Lí siamo stati informati che avremmo dovuto sorvegliare l'enorme perimetro della struttura, unici tutori della sicurezza. Stupiti ed entusiasti, abbiamo iniziato a organizzare tre turni di guardia da cinquantacinque persone. Mentre eravamo riuniti in un'assemblea straordinaria per far fronte alla situazione, la nuvoletta della pipa si è materializzata nel buio. - Parlate spagnolo! Non ho capito niente! Ah, ah, ah! Piú tardi, nel cuore della notte, mentre montavamo di guardia al cancello laterale, il Sub e Tacho sono riapparsi. - Necesitamos veintecuatro monos blancos para garantizar nuestra seguridad en el recorrido. Aqui hay el pullman del deputado del Prd que puede seguir junto a lo de nosotros. Pueden utilizarlo. Pero tienen que saber lo que van a hacer -. Altra nuvoletta. - Vuestros monos blancos podrian salpicarse con la sangre de nosotros. Ah, ah, ah... Poi ha passato buona parte della notte a cambiare la disposizione delle «sentinelle». Sarà andato a dormire poco prima dell'alba. Da quel momento è cominciato il tour de force. Nessuno di noi ha piú avuto un momento di tregua. I ventiquattro «pretoriani» del pullman speciale, meglio noto come l'Etn (sul quale hanno viaggiato anche i due relatori della presente), hanno dovuto mangiare, bere, dormire e cagare sul pullman suddetto. Il ritmo di tutti gli altri non è stato molto differente, visto che hanno dovuto garantire la valla (cordone di sicurezza) durante tutte le tappe. Non immaginavamo che perfino al Congresso nazionale indigeno avremmo dovuto svolgere le stesse mansioni. Invece... Accampati all'interno della zona ristretta, abbiamo sorvegliato per due giorni e due notti l'alloggiamento dei comandanti. Non solo: ci hanno voluto come scorta personale anche durante i tavoli di lavoro delle commissioni. Il momento piú incredibile è stato l'accompagnamento nella sessione conclusiva del Congresso, quando decine di monos blancos sono state fatte salire sul palco, alle spalle dei comandanti dell'Ezln. Inutile negare che molti di noi, durante il discorso di chiusura pronunciato dal Sub, si sono commossi. Settimo e ultimo comunicato dal Messico. Città del Messico, Df, 12 marzo 2001. Sul lato corto dello Zocalo, a qualche metro di altezza, l'enorme striscione delle Tute bianche «Todos somos indios del mundo» continua a guardare il palazzo del governo. Sotto la sua ombra sono accampate insieme ad alcuni di noi molte delle Tute bianche messicane, ancora in fibrillazione dopo la giornata campale di ieri. Il Messico e il mondo aspettavano di scoprire se Marcos e gli altri ventitre comandanti dell'Ezln sarebbero arrivati a destinazione. L'arrivo avrebbe rappresentato la prima grande straordinaria vittoria di questa marcia della dignità indigena. Ci sono arrivati i comandanti, senza armi e con tanto di passamontagna, per sfidare il parlamento messicano sul riconoscimento dei diritti degli indios. Ci siamo arrivati noi, con le nostre tute bianche fresche di lavanderia, per ricordare che se non esistono frontiere per le multinazionali e i banchieri, non devono esistere nemmeno per coloro che in tutto il mondo li contrastano e li combattono. «Aqui estamos», sono state le prime parole pronunciate dal Sub quando ha iniziato a parlare a un milione di persone che gli davano il benvenuto. Aquí estamos è il titolo che campeggia sulla prima pagina di «La jornada» di oggi. In quarta pagina è stato pubblicato, con nostra grande soddisfazione, anche il volantino distribuito in diecimila copie dai monos blancos. Ieri mattina, alla partenza della carovana, si respirava l'aria di un trionfo annunciato. Già dalla prima periferia il calore dell'accoglienza, incorniciato da alcuni striscioni che ci davano il benvenuto, attestava come le polemiche sulla nostra presenza fossero state sovrastate dalla lucidità di un Paese felice di non essere solo. Lo striscione più significativo ritraeva una scimmia bianca con la scritta «Gracias por su solidaridad». L'intera carovana ha attraversato le strade del centro in un tripudio di acclamazione. I pullman, le auto e i carri scoperti si inseguivano scambiandosi volantini, slogan e segni di vittoria. All'ingresso in piazza, per la prima volta è stata l'intera carovana a proteggere la Comandancia, che per l'entrata ha preferito al pullman della marcia un lungo carro scoperto con al centro una fila di balle di fieno. Il nostro ingresso è stato salutato da una voce ben amplificata che ringraziava la delegazione italiana dei monos blancos, suscitando un coro di applausi. I discorsi di Tacho e Marcos sono riecheggiati su ogni lato dello Zocalo, tagliando un silenzio inimmaginabile se si pensa al numero dei presenti. Senza perdere le buone vecchie abitudini, li abbiamo attesi alle spalle del palco, pronti per l'ultima valla. Quando il carro è passato, siamo stati omaggiati degli ultimi sorrisi che i passamontagna non riuscivano a nascondere. Poco dopo, sciolti i cordoni, abbiamo improvvisato insieme alle Tute bianche messicane un corteo festoso al ritmo della musica dei 99 Posse sparata da un camion scoperto. La fiesta itinerante è durata fino alla sera, sancendo il trionfo incondizionato del pullman 31, all'interno del quale era stato coniato lo slogan «Zapatismo y buonumor», vero tormentone della giornata. Questo è il settimo e ultimo comunicato dal Messico. Sette sono stati i messaggi letti da Marcos durante la marcia. Sette chiavi di lettura, parabole maya, intrise di simbolismo. Gira sette volte intorno alla montagna, bagnati sette volte nel fiume... aveva detto il Sub a San Cristobal, all'inizio di questa avventura. Ieri, rivolgendosi alla folla che riempiva lo zocalo, ha annunciato: - La settima chiave siete voi. Hasta luego y basta la victoria siempre, seguimos en combate. Le giornate di Genova Non ho tempo da perdere, mi interessa solo ciò che può finir bene. Torquato Neto, poeta brasiliano (1944-72). Bologna Social Enclave Wu Ming 1 e Wu Ming 4 C'erano più o meno un'ottantina di persone, in cima al Torrione polivalente occupato. Era la serata afosa di un 29 maggio, e stavo per assistere alla seconda (o la terza, non era chiaro) riunione della Bologna Social Enclave. La Bse raggruppava la sinistra sociale e l'associazionismo cittadino e s'occupava di preparare la scadenza del 20 luglio a Forte dei Marmi, dove si sarebbe svolto il summit congiunto di tre importanti organismi sovranazionali, il Pol, l'Eo6 e l'Eenta, responsabili di politiche che affamavano il sud del mondo e devastavano l'ambiente. Da tutto il mondo, orde di militanti si preparavano a convergere su Forte dei Marmi, per assediare il vertice e bloccare gli infami negoziati. La mobilitazione aveva attirato l'attenzione dei media da quando Lucio Patavini, leader dei centri sociali, aveva minacciato di mettere a ferro e fuoco la ridente località tirrenica, dimostrando davanti alle telecamere che sapeva accendere il fuoco sfregando tra loro due legnetti. La cosa mi aveva incuriosito. Quel pomeriggio, avevo visitato il sito www.verkhersabwicklungteilnehmeren-ungluecklicherweise.org, e mi ero iscritto alla mailing list. Nel giro di dieci minuti mi erano arrivati venti messaggi! Tale Vanni Petrulli, della rete Bostic Italia, ricordava agli iscritti che quella sera, 29 maggio, ci sarebbe stata la seconda riunione della Bse, al Tpo. Un certo Gino "Ansia" replicava che non era la seconda, bensì la terza. Petrulli gli rispondeva che la prima non andava contata, perché non c'era ancora il nome "Bologna Social Enclave", quindi tecnicamente non era una riunione "della Bse". Si inseriva tale Leonella, che si diceva d'accordo con Petrulli, ma aggiungeva che la riunione non era al Tpo bensì al dipartimento di citologia. Petrulli replicava che non esisteva alcun dipartimento di citologia. Gino "Ansia" aggiungeva che, nondimeno, la citologia è una scienza interessante. Marco Branzino, "webmaster di verkhersabwicklungteilnehmeren-unglueclkichertweise.org", segnalava che la citologia era off-topic. Tale Andreino Krumm chiedeva cosa mai fosse la citologia. Branzino rispondeva che di sicuro esisteva una lista dedicata alla citologia, e che non era quello l'ambito. Interveniva un certo Antenore: "Branzino, ammettilo che non sai cos'è la citologia!". Leonella s'inseriva dicendo che, poiché la riunione sarebbe stata al dipartimento di citologia, sicuramente Krumm avrebbe trovato qualcuno a cui chiedere informazioni. Petrulli, palesemente alterato, ribadiva che la riunione non era al dipartimento di citologia, bensì al Tpo! Gino "Ansia" seminava un dubbio: "OK, ma siamo sicuri che è proprio stasera? Non è domani sera?". Petrulli rispondeva che no, era proprio stasera, 29 maggio, non potevano esserci dubbi. Andreino Krumm: "Guarda che oggi è il 30 maggio!". Petrulli: "Ti sbagli di grosso, oggi è il 29!". Krumm: "Ti dico che è il 30, c'ho sottomano il giornale di oggi, e c'è scritto 30 maggio!". Petrulli: "Ma di quale anno?". Krumm: "Ooooops!". Petrulli tagliava la testa al toro: "Stasera, 29 maggio, al Tpo, e non voglio sentire storie!". Su un banchetto c'era una pila di fogli A4, un documento divulgativo sulla mondializzazione. Poiché ero un profano, e la riunione tardava a iniziare, decisi di farmi un'infarinatura. Vidi che i curatori del documento erano la rete Bostic Italia e la Rete dei Puffi, in collaborazione con la Rete per i diritti della specie umana, la Rete degli antagonismi globali di Calderara di Reno, la rete "Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise!" e, infine, la rete "Le Donne e il Negro" (?). Appresi che il Pol stava discutendo il testo di un accordo multilaterale, il Macc, che prevedeva la privatizzazione di settori tradizionalmente pubblici, come l'atmosfera terrestre, i pronomi e la fascia d'asteroidi tra Marte e Giove. L'Eo6, invece, si occupava di tutela degli investimenti delle imprese, e proponeva un trattato, l'Eck, che avrebbe permesso alle imprese di querelare le famiglie dei dipendenti morti sul lavoro, per farsi risarcire gli eventuali danni e rallentamenti della produzione. Infine, l'Eenta stava per presentare il testo dell'accordo Aaz, il cui fine era rimuovere gli ostacoli legislativi alla sperimentazione di tecnologie militari sulle popolazioni africane. Finalmente venne dato il segnale. Si cominciava. L'intervento introduttivo lo fece un giovanotto in canottiera che mi dissero chiamarsi Jean-Mirco. Aveva un pesante accento veneto: - Fratelli e sorelle, cominciamo la seconda riunione della Bologna Social Enclave… - È la terza! - disse una voce. - È la seconda! Due settimane fa non ci chiamavamo ancora Bse! - disse seccamente un signore alto, brizzolato e occhialuto. Seguì un istante di imbarazzato silenzio. - Chi è quello? - chiesi a un astante. - Vanni Petrulli, il fondatore della rete Bostic Italia. Jean-Mirco riprese: - Stasera ci sono da discutere molte cose, noi del Tpo ci teniamo a fare chiarezza su molti punti, perché negli ultimi giorni si sono dette delle cose infondate su come si è decisa la scadenza del 2 giugno, e anche sull'assemblea del 5, quindi, dio can!, vogliamo precisare che non intendiamo sobbarcarci tutto il logistico, perché come struttura anche noi abbiamo parecchie scadenze: c'è l'assemblea a Gambettola del 10 giugno, poi c'è l'azione davanti alla Prefettura l'11, e la sera del 12 l'iniziativa al quartiere S. Egidio, però qui va chiarito bene, dio can!, che se non ci mettiamo d'accordo sui contenuti delle iniziative del 2 e del 5, allora possiamo anche chiudere baracca e burattini, perché a Forte dei Marmi rischiamo di arrivarci deboli, senza essere riusciti a coinvolgere i soggetti sociali, allora dobbiamo approfittare di queste scadenze… - Scusa se ti interrompo, - fece un omone pelato - ma l'azione davanti alla Prefettura non è il 10? - No, Cordigliera, non cominciamo subito a incasinare le date, sennò non capiamo più un cazzo, dio can! La Prefettura è l'11, il 10 siamo a Gambettola! - Ma cos'è che c'è a Gambettola, scusate? - chiese un altro pelato, con accento bolognese e pizzetto alla Lenin. - A Gambettola c'è la quarta assemblea della Bse… - La terza. - corresse Petrulli. - La terza assemblea della Bse, al centro anziani del paese. - Il centro anziani? - ripetè l'altro - ma chi l'ha decisa 'sta cosa? - Siamo stati noi della Rete degli antagonismi globali di Calderara di Reno - fece Cordigliera - nell'ambito della nostra proposta di assemblee itineranti… - Ma quando è stata discussa questa proposta? Io non mi ricordo niente del genere! - È stata discussa nel gruppo tecnico. - E cos'è il gruppo tecnico? - Ti sei appena svegliato, Collebrezza? È l'ambito ristretto in cui si discute delle modalità, di come devono svolgersi le assemblee. Si è deciso di crearlo per poter parlare in pace del logistico e dei contenuti. - Ma chi lo ha deciso, scusa? - fece Collebrezza. - Se ne è parlato alla scorsa assemblea. Forse eri già andato via. - si inserì un tizio riccioluto con la T-shirt del Subgenerale Mircos. L'astante mi disse che si chiamava Mimmo, ed era un leader del Tpo. - Ma se sono andato via alle tre di notte e qui eravate rimasti in quattro! - Appunto, noi quattro… - Scusate, io mi associo alla perplessità del compagno Collebrezza: la creazione di un qualsivoglia ambito ristretto non può in nessun caso essere decisa da un ambito ancora più ristretto! - fece un barbudo magro come un chiodo, braghe zozze e ciabatte infradito. - Compagni, mozione d'ordine! Questi aspetti tecnici devono restare separati dal logistico, sennò non capiamo più niente! - disse Petrulli. - Ma chi l'ha deciso che devono restare separati dal logistico? - chiese Cordigliera. - Ma che cazzo dici? L'hai proposto tu l'ambito ristretto! - gli rispose Jean-Mirco. - Vogliamo proseguire sì o no? Bisogna parlare delle scadenze del 2 e del 5! - disse Petrulli. - A questo proposito… - attaccò un tale dai capelli bianchi. Tutti sbuffarono, mentre lui si lanciava in uno spericolato intervento sul senso della democrazia, citando l'Abbé Pierre, Tocqueville, Condorcet, Martin Luther King, il compianto sindaco Dozza e i 4 + 4 di Nora Orlandi. - Chi è quello? - chiesi al solito astante. - Quello è Gino "Ansia". Quando parte, non lo ferma più nessuno. - Scusa, Gino, ma ai contenuti ci arriviamo dopo, adesso c'è il logistico! - interruppe Mimmo. - Ma io non sto parlando dei contenuti, è una questione tecnica, procedurale! Infatti… - Le questioni tecniche vanno discusse nell'ambito ristretto! - disse Cordigliera. - Io ribadisco che non sono d'accordo, e comunque eravamo alla questione di Gambettola! Perché proprio un centro anziani? - Questa cosa, - s'incuneò un tale coi dreadlocks - era legata alla questione delle assemblee itineranti. La riassumo: noi della Rete degli antagonismi globali di Calderara di Reno abbiamo proposto che le assemblee della Bse fossero itineranti. - Sarebbe un riassunto, questo qui? Spiega cosa intendi per "itineranti"! - Che itinerano, cioè che vengono fatte in luoghi più aperti di questo o del dipartimento di citologia… - Ma da dove viene fuori 'sta storia del dipartimento di citologia? La vogliamo finire?! - s'inalberò Petrulli. - Ma in luoghi più aperti in che senso? Che invitiamo la cittadinanza e gli spieghiamo il senso delle prossime scadenze? - chiese il barbudo con le infradito - Noooo, quello sarebbe perdente, - rispose Cordigliera - no, semplicemente noi andiamo in un posto che non c'entra un cazzo e ci facciamo la nostra riunione. - Ah, questo invece sarebbe vincente? Complimenti! E in quanti vi siete messi per pensarla, questa genialata? - intervenne un tipo basso dalle spalle larghe. - Senti bene, Krumm, noi siamo stanchi di vedere le solite facce, l'obiettivo è che qui una sera entrino una sessantina di vecchietti e capiscano quello che stiamo dicendo! - Ma perché proprio a Gambettola l'11 giugno? - chiese Collebrezza. - Gambettola è il 10! L'11 c'è la storia davanti alla Prefettura! - precisò Jean-Mirco. - Va bene, ma perché Gambettola? Se l'obiettivo è trovare dei vecchietti, di centri anziani ce n'è anche a Bologna! - Compagni, qui dobbiamo parlare delle scadenze più ravvicinate! - strillò Petrulli - Che cazzo andiamo a fare in piazza il 2? Noi di Bostic proponiamo di incatenarci, imbavagliarci e… - Ma facciamo in tempo a organizzare qualcosa di efficace? Oggi è già il 30! - disse qualcuno. - Oggi è il 29! - gli risposero da più parti. - Eppure ho letto l'e-mail di Andreino… - Andreino ha ammesso di avere sbagliato anno! - disse Petrulli. - Ah sì? È una cosa possibile? - Compagni, per favore… - Io protesto contro questo linguaggio sessista! - proruppe una voce femminile - Qui si dice sempre «compagni», «vecchietti», tutto declinato al maschile! - Non si dice «coniugato al maschile»? - chiese qualcuno. - No, si coniugano i verbi, si declinano i sostantivi. - rispose un altro. - Compagni, a me sembra di sognare! Ma di che cazzo stiamo parlando? - si lamentò Petrulli. - E dagli coi «compagni»! Dove va a finire la soggettività femminile? - Guarda, Leonella, che abbiamo detto un sacco di parole di genere femminile: «la Bse», «la prefettura», «la cittadinanza»… - Noi de Le Donne e il Negro rifiutiamo quella parola! - Quale, "prefettura"? - No, «cittadinanza»! È un concetto giacobino, e i giacobini tagliavano la testa alle donne! - Vabbè, anche agli uomini! - È diverso! Quelli sono affari vostri, tutti interni al mondo dei maschi, ma quando avete tagliato la testa a Maria Antonietta… - «Avete» chi? Non generalizziamo, per favore. A parte che io, all'epoca ero appena nato, se va bene! - 'Gnurent, sa dit? - Fratelli e sorelle, mozione d'ordine: qui si divaga, e la discussione si ingarbuglia. Propongo dieci minuti di pausa, sennò davvero possiamo chiudere baracca e burattini. Al termine della pausa parleremo di come riempire di senso le scadenze del 2 e del 5. A tagliare il nodo gordiano era stato Ulderico Marmellone, fascinoso pugliese ben noto in città per le sue appassionanti megafonate a cortei e sit-in. Durante la pausa, mentre mi aggiravo tramortito dal vortice di cazzate, orecchiai conversazioni a mezza voce e in qualche modo ricostruii il background, la geografia degli scazzi storici tra i gruppi, i cui effetti perduravano. Nel Tpo erano confluiti due collettivi: i Tanti aitanti teatranti e il collettivo «Ferdinandea», più alcuni cani sciolti. Quest'ultimo gruppo era in scazzo con alcuni dirimpettai anarchici, alcuni dei quali erano poi confluiti nella Rete per i diritti della specie umana, ma solo quelli che non avevano obiezioni nei confronti del giusnaturalismo e potevano chiudere un occhio sulla parola «diritti». La frangia più estrema e anti-giuridica, quella dei cosiddetti "Pitecantropi", era in scazzo coi Teatranti da quando avevano tentato di sfondare a un loro spettacolo ed erano stati malmenati. In seguito, durante la mobilitazione contro il convegno dell'OXE a Bologna, i Pitecantropi avevano bersagliato di sanpietrini il corteo organizzato dalla rete Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise!, e avevano scritto su tutti i muri «Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise! Siete dei rotti in culo!». La rete Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise! si era lamentata della scarsa solidarietà espressa dal Tpo in quell'occasione. L'ala dura del Tpo aveva replicato che era colpa di moderati come la rete "Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise!" se non si era applicata la Soluzione finale al problema dei Pitecantropi, cioè andarli a prendere nei loro letti e buttarli al fiume coi piedi in blocchi di cemento. L'ala soft del Tpo aveva preso le distanze, scrivendo in un volantino che non tutti i Pitecantropi erano degli stronzi, e che di fronte a provvedimenti repressivi come i fogli di via bisognava esprimere loro solidarietà. Purtroppo il fatto che il volantino fosse firmato «Ala soft del Tpo» ne aveva in qualche modo minato la credibilità. In seguito i Pitecantropi se l'erano presa con Velio Collebrezza, consigliere comunale di estrema sinistra, scrivendo sui muri "Collebrezza! Sei un rotto in culo!". Nel frattempo una scheggia dell'ex-Tautologia operaia, il Collettivo deuteragonista guidato dai celeberrimi Pippuccio e Ruggeriello, si era messa in combutta coi Pitecantropi per rompere i coglioni durante la mobilitazione anti-Oxe, cosa che aveva spinto alcuni loro alleati storici a prendere le distanze, fondare la Rete degli antagonismi globali di Calderara di Reno e allearsi con la rete Verkhersabwicklungteilnehmeren, Ungluecklicherweise!. Ad accomunarli era soprattutto il sospetto per il percorso intrapreso dal Tpo, che faceva riferimento ai centri sociali della «Carta di Merano» e all'esercito dei Grembiuli puliti, tutti nomi che avevo sentito di sfuggita al telegiornale, senza mai approfondire. In vista di Forte dei Marmi, tutti costoro si erano federati nella Bologna Social Enclave, sforzandosi di lavorare insieme, ma era difficile scordare il passato. Jean-Mirco cacciò un urlo: - Oh! Dài che si ricomincia, che qui sennò facciamo mattina! La gente si riposizionò sulle sedie e Jean-Mirco riprese i fili del discorso. - Allora, dio can!, cerchiamo di andare per gradi! Punto uno: che cazzo facciamo il 2? Punto due: che cazzo facciamo il 5? Petrulli, che per l'esasperazione si era trasformato nel maggiordomo della famiglia Addams, disse: - Per quanto riguarda il 2, visto che si tratta di un'iniziativa internazionale sulla libertà di circolazione, io propongo di incatenarci e imbavagliarci e andare in giro per la città... - Secondo me dovremmo essere anche nudi - intervenne Gino "Ansia" - a significare che non portiamo armi e non vogliamo far del male a nessuno. No, perché, insomma, viste le polemiche suscitate dal gesto di Lucio Patavini in mondovisione... - Giusto! E dovremmo anche riportare il fuoco a una dimensione meno bellicosa e più domestica, innocua, significativa. Propongo che portiamo una candela in mano, a ricordare tutti gli immigrati clandestini che muoiono cercando di entrare in Europa... - Anche questa non è male come idea. Però se siamo nudi, ci arrestano subito per oltraggio al pudore... - aggiunse un tizio brizzolato con gli occhiali. - Ci copriremo le pudenda con dei cartelli che invitano ad andare tutti a Forte dei Marmi! - suggerì Gino "Ansia" con vigore. - Cioè, fammi capire, - intervenne Collebrezza - e secondo te coprendoti il culo con un invito a Forte dei Marmi invoglierai molta gente a seguirti? - Ma io mica posso venirci a Forte dei Marmi, c'ho gli esami! - si giustificò Gino. - Ma, scusate, non si era detto che avremmo portato una copia a testa dell'Appello ai Popoli d'Eurasia scritto da Cu Mminchia. - Certo. In una mano avremo l'Appello, che distribuiremo alla gente mentre uno dei Teatranti Aitanti lo leggerà ad alta voce, e nell'altra porteremo la fotocopia della carta d'identità, che poi bruceremo. - Scusate, ma non mi tornano i conti. E la candela? - Ah, già, la candela... - Potremmo legarcela sulla testa! - Buona idea! Intervenne quella che chiamavano Leonella: - Quindi per la storia vergognosa di Zolla Fangosa non avete intenzione di fare niente! Chiesi al tizio che mi sedeva di fianco a cosa si riferisse. Mi spiegò che il sindaco di centro-sinistra del comune di Zolla Fangosa aveva concesso al pasdaran anti-abortista Don Bronza di presenziare a ogni raschiamento recitando il rosario, e di conservare i feti in formalina per tumularli poi collettivamente in un cimitero di guerra. - Cazzo, ci eravamo dimenticati di Zolla Fangosa! - Che ne dite di un cartello con su scritto: «Don Bronza sei un puzzone» - Ma no ci vuole una cosa più elegante, più efficace... - Okay, sentite questa: Don Bronza, fatti i cazzi tuoi!, eh? Leonella commentò inorridita: - Oltre che sessisti, siete anche dei rozzi... Petrulli cercò di riportare ordine nella discussione: - Scusate, di cosa scrivere sul cartello possiamo discutere dopo. Ricapitoliamo: il 2 andremo davanti alla Prefettura... - Ma il 2 è la festa della Repubblica, la Prefettura è chiusa - disse una voce dal fondo. - E che ce ne frega! È un'azione simbolica! - rispose stizzito Petrulli, e riprese - Saremo nudi, incatenati e imbavagliati, con una candela in testa, in una mano avremo l'Appello di Cu Mminchia, nell'altra un cartello o un manifesto sull'autodeterminazione della donna. - E come la prenderanno i vecchietti? - chiese Cordigliera, con l'aria saccente. - Che c'entrano i vecchietti, mica andiamo nudi al centro anziani di S. Egidio! - Ma non era a Gambettola il centro anziani? - chiese Collebrezza. - Sì, ma ce n'è uno anche a S. Egidio e dovremo pur andare anche là, il giorno dopo. - Come il giorno dopo? Vuoi dire il 12? - Il 12, il giorno prima non c'è la seconda iniziativa davanti alla Prefettura? - Cioè l'11. - Esatto, Gambettola è il 10, lo volete capire o no, dio can? - sottolineò Jean-Mirco, al limite ell'esasperazione. - Qualcuno ha pensato a cosa dire ai vecchietti? - chiese Branzino, il webmaster. - Non dobbiamo mica dirgli niente. Entriamo nel centro anziani e facciamo un'assemblea normale, come questa, cercando di interessarli a quello che succederà a Forte dei Marmi. - Cioè, fammi capire, tu vorresti buttarti in mezzo a duecento vecchi che giocano a briscola e metterti a parlare del logistico? - Ma no, cazzo! Del logistico parliamo nell'ambito ristretto, coi vecchietti parliamo dei contenuti, eccheccazzo! - È così che l'intendevo anch'io, infatti, volevo che fosse chiaro. Learch-Petrulli intervenne: - Passiamo alla scadenza del 5, per favore. Silenzio. Facce che si guardano. Mi chiesi quale fosse il motivo di quell'imbarazzo. Poi uno, il più coraggioso, chiese: - Cosa c'è il 5? Colpi di tosse artificiale, finché Jean-Mirco non tolse tutti dalle peste: - C'è l'assemblea cittadina su Forte dei Marmi, porcodio! Le facce si distesero. - Viene uno della Forte dei Marmi Social Enclave, a parlare di come si stanno organizzando laggiù. - Secondo me dovremmo riuscire a portarci almeno sessanta vecchietti. - Ma dove si fa questa assemblea, in via Baggiani? - Certo. - Ma in via Baggiani non c'è il cesso, i vecchietti che hanno problemi di incontinenza come fanno...? - Ma il 5 giugno, via Baggiani non dovrebbe già essere stato sgomberato? - Proprio per questo si pensava di fare lì l'assemblea... - Scusate, io non capisco più niente: state parlando dell'assemblea cittadina o di quella coi vecchietti? A questo punto Vanni Petrulli, l'aria sempre più stravolta, si mise a girare chiedendo se qualcuno aveva un laccio emostatico Poi dal Torrione polivalente occupato uscì un tizio in camice bianco che battendo le mani disse ad alta voce: - Okay, ragazzi, è ora di andare a dormire, tutti in camerata che dobbiamo spegnere le luci. - Ma... e il logistico? - E il manifesto? Non abbiamo deciso niente per il manifesto... - E i vecchietti? - E il camion per le assemblee itineranti? Qualcuno ha la patente C? - Io! Io ce l'ho! Il medico si avvicinò a quello che aveva parlato: - Lo sai che te l'hanno ritirata la patente, non puoi più guidare... Coraggio, su, non fatevi tirare. L'assemblea si scompose, ognuno raccolse la sua sedia e rientrò nel Tpo con l'aria mesta. Mi avvicinai al tizio col camice: - Scusi, ma... - Non adesso, non adesso, per piacere... - disse quello con l'aria sbrigativa e corse ad aiutare due infermieri che stavano sollevando a forza Gino "Ansia" con tutta la sedia. Mentre lo portavano via lo sentii citare Montesquieu, Gesù Cristo e Daniel Cohn Bendit. Rideva da solo, mentre cercava di convincere i due energumeni: - Ma voi ci andate a Forte dei Marmi? Perché io non posso andarci, ho gli esami a scuola. Credo che dovremmo pensare a un'iniziativa anche per chi non potrà esserci... Ad esempio potremmo allestire una piscina gonfiabile, avete presente?, di quelle che si montano in giardino, la riempiamo di letame e poi in costume da bagno... Quando furono rientrati tutti, mi ritrovai da solo nello spiazzo davanti alla clinica. Dovevo avere un'espressione particolarmente ebete, perché i tre vecchietti che fecero capolino da dietro il cancello mi urlarono: - Di ben su, 'sa fet? Guardi passare i treni!? Poi li sentii allontanarsi sghignazzando in direzione del circolo ricreativo per anziani dall'altra parte della strada. No ©, 30-31 maggio 2001. Qualunque riferimento ad assemblee effettivamente svoltesi è del tutto voluto. Sono un coglione, adesso posso dirlo (22-26 luglio 2001) Wu Ming 2 Caldo stronzo e soffocante. Sudore sotto protezioni, tute bianche e zaini, indossati prima di salire sul treno, perché il questore di Bologna, con acrobazia gesuitica, ha promesso che non sequestrerà ciò che non sarà visibile. Quindi, casco, maschera e occhialini, dentro lo zaino. Tutto il resto, addosso. Visibile ed evidente sotto le trasparenze della tuta. Atrio della stazione, mi tolgo tutto. Soffoco (imparerò presto cosa voglia dire davvero). Arriva il treno, di nuovo addosso. Polizia quasi zero. Tutto liscio. Ma a Genova, si sa, non passa uno spillo: per il casco, possibile strumento di offesa, ci sono poche speranze. Bologna Parma La Spezia Genova Brignole. Sei ore di viaggio. Un'ora fermi a Modena: dicono che uno ha sfondato il vetro dello scompartimento battendoci sopra col chilum allo scopo di sturarlo. Andiamo bene. Anche a Brignole, polizia quasi zero. Interpreto: la zona rossa è talmente inattaccabile che non hanno bisogno di perquisirci. E quanto ci mettevano a controllarci tutti? Sono un coglione, adesso posso dirlo. Pioggia battente, infinita, fitta, graffia le luci dei riflettori nello stadio Carlini. Le tende si allagano, il campo pure. Chi dormiva sulla sabbia non sa se ringraziare: l'alluvione tiene a bada la polvere e protegge da forme gravi di silicosi. Corridoi interni, seminterrati e tribune in versione rifugio postatomico. Questa mattina un amico prima di entrare qui ha dovuto fornire le generalità. Paranoie assurde, abbiamo pensato. Impossibile registrare tutti. Fiumi di persone invadono lo stadio trasportati dall'acqua. Dopo il panico, la vertigine. Più razionale e fredda. Non la fuga dal predatore che ti vuole braccare, ma lo sguardo gettato sull'abisso dal ciglio instabile del burrone. Il presidente Ciampi ha invitato a restare a casa. I Ds fanno sapere che non verranno a Genova. Non dopo scontri cosí cruenti. Non dopo la morte di Carlo Giuliani. Vedetevela voi, ci fanno sapere. Non contate sui nostri occhi per testimoniare. Pazzi. Se tutti facessero come voi, domani ci ritroveremmo in cinquantamila: fermi, arresti, manganellate e soprusi per tutti. Non è la paura degli scontri a tenervi a casa. È questo movimento a farvi paura. Poi, ci sono i soliti trenta denari. Vaffanculo, butto lí prima di addormentarmi con un corpetto di gommapiuma come cuscino. Forse noi moriremo domani. Voi siete già morti. Scajola plaude all'operato delle forze dell'ordine per il loro esemplare autocontrollo unito ad addestramento non comune. Sembra addirittura plaudire all'operato delle Tute nere, imprendibili, veloci, dediti alla cosiddetta tattica del mordi e fuggi che presuppone perfetta conoscenza del territorio. In prevalenza si trattava di stranieri: chi li avrebbe edotti sulla complicata topografia genovese? Scajola, convinto forse che il Parlamento sia solo un bivacco sordo e grigio, dice che i lacrimogeni sono stati utilizzati per evitare il contatto diretto con i manifestanti. Dice che nella giornata di sabato i violenti sono stati dispersi, vanificando la loro strategia di coinvolgimento del corteo. Dice che le forze dell'ordine si sono accordate con il corteo dei disobbedienti per farli retrocedere. Nulla di tutto questo: il gruppo di contatto è stato bersagliato di lacrimogeni. Della Digos nemmeno l'ombra. Dice che il carabiniere ha sparato senza mirare. Scajola tace sull'irruzione nel centro stampa del Gsf. Scajola enuncia il teorema: le Tute bianche, con i loro messaggi non pacifici, con l'esplicito invito alla resistenza e all'assalto, con la violenza verbale, hanno favorito di fatto la strategia di gruppi eversivi. Non è un caso che il morto ci sia stato in prossimità del loro corteo (in effetti, non è davvero un caso, vero ministro?) che non era stato autorizzato, si proponeva lo sfondamento della Zona rossa, includeva persone violente. L'intero Gsf è responsabile per il consenso incondizionato dato a certi movimenti senza valutazioni attente. Scajola finisce. Parte Violante. Chiede le dimissioni del ministro dell'Interno. Aggiunge che occorre prendere con fermezza le distanze da coloro che scendono in piazza per sfondare i cordoni della polizia con mazze o con scudi. Ok. La vertigine non mi aveva ingannato. Avevo visto giusto, oltre l'orlo del burrone. Avevo visto giusto: ci avete venduto. È acido il sapore dei lacrimogeni. Vedo la gente strapparsi la maschera e correre. Mi concentro, respiro col naso, la maschera tiene. Provo a star saldo sulle gambe e a capire dove sono finiti quelli che mi stavano davanti. Laggiú, oltre il gruppo di carabinieri che torna alla carica. Una corsa di decine di gambe mi travolge, mi schiaccia contro un'auto, devo issarmi sul tetto per non diventare marmellata, perdo una scarpa, è la fine, poi la recupero. Penso che se avessi la tuta bianca dovrei decidere tra perdere tre minuti a stracciarmela da addosso, oppure correre come Orzowei, candido nella notte della giungla. Un brivido. Poteva andare peggio e non c'è limite all'ingenuità. Dov'è il camion? Dove cazzo è finito? Possibile sia andato su di qua? Ci si passa a mala pena in due! Scalette, viuzze tortuose, vecchie frane, sentieri zapatisti del camminare domandando... ai genovesi da che parte andare. Quartiere di San Fruttuoso, un oratorio in cima al colle. Panorama: Genova dall'alto è bellissima. Scappiamo come guerriglieri del cazzo dalla piazza, in realtà un incrocio di strade, che doveva accogliere il corteo dei duecentomila e si è invece trasformata in un tappo: impossibile entrare, bloccati sul viale d'accesso, con il sapore dei lacrimogeni negli occhi e la gente caricata, un centinaio di metri dietro, che non sa dove andare. Torniamo al Carlini. Il camion si perde. Qualcuno finisce dalla parte opposta, a Marassi. Scendendo dall'oratorio, già ribattezzato il Monte Calvario, ci troviamo di fronte a tre macchine della polizia: è il commissariato di zona, deserto. Nunzio grida nel microfono, piú romanaccio che mai: - Ahò, adesso noantri passamo de fronte alla stazione d'a polizia e nun se l'inculamo... si no ce se 'nculano loro... «Giap», n. 1, nuova serie, Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2001. Il giorno del progetto (25 luglio 2001) Wu Ming 3 Convulsione, spasimo, singulto. Come tutto il resto in questi giorni, anche il pensiero assume questa sembianza. Nessun tentativo di imbrigliarlo in una goffa razionalità. Solo lasciare libero il diaframma di abbandonarsi alle contrazioni. Poi seguirà il tempo - a breve - di sintesi più rigorose. Ancora frastuono d'elicotteri dentro la pancia, sopra la testa, braccati, il fumo bianco dietro ogni incrocio, colonne d'umani in fuga, scavalcando colline, in seimila sopra scalette da percorrere uno alla volta, troppi amici dispersi, gruppi allo sbando, portare tutti a casa: un miracolo. Venuti a Genova a mostrare la forza delle idee e la straordinaria energia del movimento globale. Annientati nelle piazze, sistematicamente, con preordinazione meticolosa ed efferata esecuzione. Centinaia di migliaia di persone ridotte all'impotenza e al terrore, sospensione forse irreversibile dello Stato di diritto, informazione blindata, notti cilene. Se fossimo un esercito, di quelli veri, si tratterebbe di immagini e sensazioni da una disfatta, ignominiosa e definitiva. Eppure. Nell'imminenza della battaglia avevamo scritto: la settima chiave siete voi. La moltitudine. L'abbiamo evocata, suscitata, inviato a essa messaggi, parabole, esortazioni. Abbiamo messo il nostro sapere, modesto, e i nostri strumenti, poca cosa, nelle sue mani. E la moltitudine si è materializzata davanti ai nostri occhi disperati e felici. E la sua potenza si è dispiegata dinanzi al nostro terrore e all'impreparazione. La moltitudine ha portato ciascuno di noi a casa. Essa ha impedito la strage. Si è miracolosamente autorganizzata, mirabilmente ha tenuto il sangue freddo, ha condotto e distribuito il suo enorme ventre in mille chilometri d'intestino, che abbiamo percorso traendoci in salvo. Ha sparso su di noi il suo alito di invulnerabilità. Ha blandito la nostra evocazione ed è accorsa in aiuto. È da essa che ripartiamo. Non accetteremo di essere meno. La moltitudine ha disobbedito, fermando il massacro. Digerendolo. Abbiamo commesso errori, ingenuità, non avevamo previsto la guerra sucia, inadeguati alle reazioni che abbiamo scatenato, ma il nostro lavoro è stato premiato comunque. La disobbedienza civile umiliata nelle strade, le Tute bianche aggredite e diffamate, i pacifisti pestati a sangue, i boy-scout e i comboniani offesi, le donne in nero e i Cobas e tutti gli altri calpestati, gassificati, oltraggiati, sono piú deboli dopo essere stati sciolti di fatto dal blocco nero fascista. Sono, siamo, moltitudine. Questo cambia tutto. Dobbiamo nutrirla, informarla, curarla. Ne saremo curati, informati, nutriti. Il codice dell'Impero contro quello della Moltitudine. Ecco la prossima battaglia. Che tutti, noi per primi, comprendano il codice delle moltitudine. La ferocia d'annientamento mostrata dal nemico può essergli ribaltata contro. Non tornando piú a essere quelli di prima, non accettando piú quei panni stretti, ma contaminando, popolando, disseminando e dissolvendosi in essa, percorrendo le sue reti come i sentieri di Ho Chi Minh. Nell'imminenza della battaglia avevamo scritto: già da domani è il giorno del progetto. Divenuti moltitudini il progetto non può essere che: strutturare il suo codice; renderlo comune; declinarlo in ogni forma possibile; farne il volano essenziale della nuova modalità della cooperazione sociale; di un nuovo orizzonte di senso; di altre relazioni tra gli umani. È per questo che bisogna lavorare ora, timone a dritta, senza tentennamenti o nostalgia per ciò che siamo stati. Solo cosí possiamo sottrarci alle trappole disseminate sul nostro cammino. La moltitudine penserà al resto. E se il piombo e il sangue sono i simboli che l'Impero erge sui suoi vessilli, per noi propongo i nostri corpi, il pane e l'acqua, che, in fondo, non abbiamo bisogno d'altro. «Giap», n. 1, nuova serie, Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2001. «Ma chi cazzo è 'sto Frank Henausen che nominate sempre?» Wu Ming 5 Genova è stata la nostra Frankenhausen, ha detto qualche compagno. Mentre scalavo la collina con gli sbirri alle spalle, ho pensato che quei compagni avessero ragione. Ho trentasei anni. Come molti di quelli che hanno fatto le mie scelte, ho vissuto sulla mia pelle, e molte volte, la violenza e la brutalità di polizia e carabinieri. [...] In un certo modo, questo rientrava nella logica delle cose. Fai politica, ti esponi. Puoi aspettarti che non tutto fili sempre liscio. Migliaia, decine di migliaia di persone credevano di poter esercitare il diritto al dissenso. Non avevano fatto alcuna scelta radicale: non erano militanti, se non in senso molto lato: «Militia est vita hominis super terram», dice il libro di Giobbe. Credevano di poter dissentire e passarla liscia. Si sbagliavano. Non Black Bloc. Non autonomi. Non Tute bianche. Il popolo. La moltitudine. Sono stati assaliti con ferocia. Sono stati assaliti con metodo. Sono stati assaliti con ripugnante efficienza. Il giorno prima, un carabiniere ausiliario, età vent'anni, si era fatto latore di un messaggio diretto a ogni uomo e ogni donna in quella moltitudine. Il messaggio era giunto, puntuale. Tragico, non certo inaspettato. L'euforia politicista dei giorni, dei mesi precedenti il G8 lasciava il campo ai dubbi, all'angoscia. La repressione del resto è di per se stessa una strategia. Disarticolare, rompere i vincoli di solidarietà, gettare nello sconforto, nella disperazione. Non ci sono riusciti. La criminale arroganza degli apparati repressivi è riuscita, semmai, in un compito che fino a qualche mese fa sembrava arduo. Risvegliare le coscienze, nientemeno. Genova agisce, per chi ha vissuto quelle giornate, come uno specchio deformante. L'analisi deve farsi largo tra le macerie, proprio come si è dovuto attraversare il fumo dei lacrimogeni, trarre ancora un altro respiro, i polmoni in fiamme, per non perdere i compagni, per non rimanere in mano alle bestie, per non lasciare nessuno in mano alle bestie. Il rischio, ora, è di perdere il contatto con la realtà. Di restringere la prospettiva fino a includere nel campo problematico solo quanto avviene qui, nella piú triste delle periferie dell'Impero. Certo, la puzza di teoremi si avverte. La preoccupazione per l'integrità fisica e per la libertà personale è legittima. [...] La sorte non pare in tutto avversa. Di giorno in giorno prende forma, nella società civile, la coscienza che quello che è stato perpetrato a Genova è un attentato alle garanzie e ai diritti di tutti e di ognuno. La bocca del Leviatano è spalancata. Pronta a inghiottirci, proprio come fece con Giobbe, il primo a rendersi conto che essere vivi, su questa Terra, significa militare, da una parte o dall'altra. L'ambito di solidarietà che abbiamo saputo creare attorno al movimento, attorno alle nostre istanze, alle nostre proposte, alle nostre pratiche è il nostro scudo. Ciò che può trattenere la bestia dall'inghiottirci e la megamacchina dal macinarci. La verità, da sola, non basta. La solidarietà: un patrimonio che non possiamo giocarci con una mano sbagliata. Quello che succederà in Italia dipende, in ultima analisi, dalla nostra capacità di capire e di prevedere le mosse dell'avversario. La responsabilità è nostra, ed è grande. Noi siamo, oggi, la sinistra di questo Paese. Ma il movimento che distrugge lo stato di cose presente è globale, come le scelte di morte dei Grandi della Terra. Il movimento è in marcia. Il trionfalismo è l'antidoto migliore contro la depressione: la soglia d'attenzione va elevata, la guardia alzata. La resistenza contro il neoliberismo e contro le politiche omicide di un capitalismo che si propone come paradigma ontologico è generalizzata. Questa è la vera forza del movimento. Il capitalismo che si appropria come merce del Dna degli esseri viventi sarà sconfitto. Non dalla vendetta divina, ma dalla forza morale delle moltitudini. Ogni pratica di resistenza è legittima, di fronte alla prospettiva della morte del pianeta. Dalla preghiera collettiva in su. Lo spettro è ampio: tale deve restare. Non cadremo nel tranello di militarizzare la pratica, e nemmeno di criminalizzare chicchessia. La lucha sigue! «Giap», n. 1, nuova serie, Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio zooi. Mi dispiace per le tue costole (26 luglio 2001) Wu Ming 4 Avevo i nervi tesi quel sabato mattina, quando le nostre strade si sono incrociate per la seconda volta. Tutti avevamo i nervi tesi. Dopo quello che era successo venerdí, il riot, le infiltrazioni, il ragazzo ucciso, nessuno si fidava piú di nessuno. Ogni spezzone del grande corteo di massa aveva la consegna di autodifendersi. Dai provocatori, dagli infiltrati, dai casinisti sfasciatori con le mazze. Bisognava evitare che le famiglie, i signori e le signore di cinquant'anni, i nostri genitori, ci andassero di mezzo... E tu, poveraccio, ti sei trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Eri lí seduto, e tenevi la mazza nascosta in un giornale. Noi te l'abbiamo spiegato che non potevi rimanere lí, ai bordi del corteo, col bastone. Che dovevi mollarlo o andartene a fare in culo lontano da lí. Ma tu hai voluto fare il duro, ci hai detto di farci i cazzi nostri. Tu, coglione!, il giorno dopo che c'era stato un morto in piazza, dopo che gli infiltrati ne avevano fatte di tutti i colori, tirandosi dietro ogni scoppiato che volesse sfasciare vetrine e incendiare macchine, dopo tutto questo, con la paranoia che ci aveva contagiati tutti e i nervi a fior di pelle, tu, coglione!, vieni in manifestazione (una manifestazione pacifica di centinaia di migliaia di persone) con la spranga! E per di piú ti fai trovare nel nostro spezzone. Io non volevo incrinarti due costole. Io non sono un picchiatore né un violento. Che tu ci creda o no mi sono buttato su di te per proteggerti, coglione che non sei altro!, perché i miei compagni, in preda alla paura e alla paranoia, potevano disfarti la faccia a calci. Mi sono buttato su di te urlando «Fermi! Fermi!» per evitare che ti facessero male sul serio. Solo che peso ottanta chili. Quando ti ho fatto rialzare mi sono ricordato dove ci eravamo incontrati la prima volta. Un paio di mesi fa, alla presentazione di Asce di guerra in un centro sociale. Mi avevi chiesto perché nel romanzo non si parlava degli anni Settanta. Te l'avevo spiegato. E forse sabato scorso ho soltanto ribadito il concetto. Perché della merda degli anni Settanta non ne voglio piú: non ne voglio piú delle mazze, delle bottiglie molotov, di poche decine di irresponsabili che mettono a repentaglio la sicurezza di migliaia di persone e favoriscono la criminalizzazione di un intero movimento da parte dello stato. Se volete affrontare la polizia corpo a corpo, mazze contro manganelli, se volete misurare il vostro livello di testosterone con gli sbirri, e farvi rompere il culo dai suddetti, se è questo che vi piace, non sarò certo io che verrò a cercarvi uno a uno per impedirvelo, ho di meglio da fare. Ma non sono disposto ad alcuna indulgenza se lo fate ai margini di un corteo pacifico o che pratica la disobbedienza civile. Per questo ti dico, che mi dispiace per le tue costole, ma te le sei cercate. Spero per entrambi che non ci sia una terza volta. «Giap», n. 1, nuova serie, Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2001. * * * Nota di Wu Ming, gennaio 2003. Nel primissimo post Genova queste frasi sugli anni Settanta non richiedevano ulteriori spiegazioni. A distanza di due anni, suonano leggermente fuori contesto e necessitano di una nota. In questo pensiero espresso a caldo («della merda degli anni Settanta non ne voglio piú») Wu Ming 4 non intendeva aderire all'interpretazione dominante, «revisionistica» di quel decennio, l'interpretazione dei vincitori che identifica l'uso della forza in piazza - anche da parte di grandi cortei - con l'attività di sparuti drappelli di provocatori appartenenti a frange estremiste, frange che furono prima anticamera, poi habitat del «terrorismo». Dando voce a un pensiero formatosi «nella testa di tutti» (be', quasi tutti) Wu Ming 4 voleva dire che il movimento non si sarebbe lasciato intrappolare - com'era successo trent'anni prima - nella dialettica perversa tra provocazione e risposta, tra strategia della tensione e pavloviano «innalzamento del livello dello scontro». Il riferimento alla «merda» diventa immediatamente piú comprensibile se si ricorda che il 21 luglio 2001 - prima, durante e dopo il grande corteo - non si faceva che parlare di provocazioni orchestrate il giorno prima da presunti infiltrati, agenti provocatori e - dulcis in fundo - semplici imbecilli. Ancora oggi, in tutta la vicenda del G8, sono tantissimi i momenti «incongrui», le ambiguità, gli episodi rimasti inspiegati: si va dalla partecipazione ai tumulti di neofascisti (un nazi inglese fu addirittura intervistato da «la Repubblica» mentre devastava via Canaregis: Liam «Doggy» Stevens, di Birmingham, all'epoca venticinquenne) alla dinamica dell'uccisione di Carlo in piazza Alimonda (il defender da cui parti il colpo era tutt'altro che «isolato», anzi lo circondavano ufficiali di corpi speciali con passato da «legionari» e collegati all'estrema destra e ai Servizi di vari Paesi) per arrivare ai carabinieri che, platealmente, si ritirarono lasciando campo libero a chi tentava di incendiare il carcere di Marassi (coi detenuti dentro, e c'è da immaginare che non fossero molto contenti). Sabato pomeriggio, a cadavere di Carlo ancora caldo e ferite ben lontane dal rimarginarsi, il corteo che partiva dallo stadio Carlini per congiungersi al grande fiume di gente aveva deciso di tutelarsi da eventuali agenti provocatori allontanando chiunque si presentasse con mazze e arnesi atti a offendere. In questo contesto si inquadra l'episodio narrato da Wu Ming 4. Cercare di forzare la decisione dell'assemblea del Carlini, imponendo una tattica non condivisa, penetrando nel corteo con uno «stalin», una sacca di sampietrini o una molotov, significava esporre migliaia di persone a situazioni rischiose e impossibili da gestire. A Genova c'era spazio per ogni scelta tattica, l'importante era non cercare di forzare gli altri ad adottare la propria. Lo stesso giorno, bastoni e sassi comparvero in altri cortei, ma nessuno si staccò da quello del Carlini per imporre la tattica non-offensiva, strappare di mano bastoni eccetera. Saltata la «cornice» generale, ciascuna realtà piú o meno organizzata era responsabile della propria cornice piú piccola. La decisione di non accettare armi offensive nel corteo di sabato non aveva alcun effetto di condanna retroattiva su quanto successo il giorno prima, sull'uso della forza da parte dei dimostranti durante l'anabasi da via Tolemaide al Carlini. Si era trattato di necessaria, sacrosanta autodifesa, di reazione a un attacco brutale sferrato con intenzioni apertamente omicide. Il lancio di pietre, la costruzione di barricate, l'incendio di un cellulare dei carabinieri... Tutto ciò andava inquadrato nel tentativo da parte di ciascuno di salvare la vita propria e quelle altrui. Del resto, a ricorrere alla forza venerdí erano state molte delle persone che sabato vigilavano per impedire l'ingresso di bastoni e affini nel corteo. Io e il mio amico Mingo (26 luglio 2001) Wu Ming 4 Io e il mio amico Mingo eravamo in testa al corteo della disobbedienza civile, venerdí 20 luglio 2001. Io e il mio amico Mingo, insieme ad altri compagni, spingevamo gli scudi collettivi, montati su ruote, che dovevano servire a proteggere la testa del corteo dalla carica delle forze dell'ordine. Io e il mio amico Mingo sudavamo e faticavamo per quel lunghissimo viale, corso Europa, che diventa via Tolemaide, sotto il sole e sotto i corpetti di plastica e gommapiuma. Non avevamo oggetti contundenti, tanto meno l'intenzione di fare del male a chicchessia. Insieme a tutte le Tute bianche avevamo sottoscritto la Dichiarazione di pace alla città di Genova, in cui avevamo reso noto a tutti che non avremmo danneggiato la città né attaccato le persone (agenti di pubblica sicurezza inclusi). Davanti a noi, oltre gli scudi di plexiglas c'era il gruppo di contatto, composto da parlamentari, avvocati, portavoce dei centri sociali e don Vitaliano della Sala. Avanzavamo pacificamente, senza danneggiare nulla, con l'intenzione di arrivare il piú vicino possibile alla zona rossa, resistere il piú possibile alla carica delle forze dell'ordine e quindi ritirarci in buon ordine (il piú possibile). Ma quando eravamo ancora ad almeno mezzo chilometro dal confine della zona rossa, arrivati a un incrocio, il gruppo di contatto è stato attaccato con un lancio di lacrimogeni da una strada laterale, dove un plotone di carabinieri era schierato in attesa del nostro passaggio. Non ci è stato ultimato di fermarci. Né di disperderci. Dopo i primi lacrimogeni i carabinieri sono spuntati davanti al corteo e hanno caricato. Io e il mio amico Mingo non abbiamo avuto il tempo di renderci conto di niente: un secondo prima stavamo spingendo gli scudi, un secondo dopo ci siamo ritrovati a premere sugli scudi stessi per proteggerci dai calci, dalle manganellate e dai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Abbiamo retto. Ma da sotto gli scudi i carabinieri hanno fatto rotolare tra i nostri piedi i lacrimogeni al gas urticante, contro i quali le mascherine antigas che portavamo hanno potuto poco o niente. Non so cosa fosse quella sostanza verde. Urticava la pelle e le mucose, ma soprattutto toglieva letteralmente il fiato, impedendoti di respirare. Io ho dovuto lasciare la presa e correre indietro, avvolto nella nebbia fitta, in preda al vomito e alle convulsioni. Il mio amico Mingo non è stato cosí «fortunato». Lo scudo di fianco al suo è caduto e la testuggine si è aperta: i carabinieri sono piombati su di lui, manganellandolo, rompendogli il setto nasale e trascinandolo via. Sulla camionetta l'hanno picchiato a turno, minacciandolo di morte e definendo quel simpatico turn-over il loro «giochino». Non si sono nemmeno presi la briga di identificarlo o fermarlo: dopo averlo pestato a dovere l'hanno lasciato al pronto soccorso. Piú tardi, mentre il corteo indietreggiava e tornava sui suoi passi, verso lo stadio Carlini da cui era partito, i carabinieri hanno continuato ad attaccare le ultime file con lacrimogeni urticanti, idranti e blindati, col rischio di schiacciare qualcuno. Migliaia di persone che pacificamente si ritiravano, sono state attaccate per un chilometro e mezzo, fino a poche centinaia di metri dallo stadio, con la gente che si calpestava a vicenda in preda al panico. Per fortuna abbiamo collocato gli scudi collettivi sull'ultima fila e siamo riusciti a proteggere la ritirata senza che il terrore disperdesse il corteo in mille rivoli. [...] Ma chi siamo io e il mio amico Mingo? Chi siamo, noi due pericolosi «facinorosi» e «criminali» che meritano l'attacco feroce, sul fronte e alle spalle, l'intossicazione e le botte da parte dei tutori dell'ordine? Io sono figlio di un operaio e di un'insegnante. Ho ventotto anni. Sono laureato in Filosofia. Sono incensurato. Non ho nemmeno mai partecipato a una rissa o a una lite violenta. Di mestiere scrivo, faccio il romanziere. Piú altri lavoretti saltuari per arrotondare. Vivo in un appartamento modestissimo a Bologna. Il mio amico Mingo ha la mia età, fa il Dj in alcuni locali bolognesi e in una radio indipendente della stessa città. È piuttosto conosciuto e apprezzato da tutti per il suo umorismo. Chi pensavano di stare attaccando i ragazzi in divisa che ci sono stati scagliati contro? Cosa gli era stato raccontato sul nostro conto per scatenare tanta ferocia? E soprattutto: cosa abbiamo fatto di male per meritarci tanto, a parte voler manifestare contro l'ingiustizia planetaria esercitata dai Paesi ricchi su quelli poveri? «Giap», n. 1, nuova serie, Genova e oltre: dal tempo del racconto al tempo del progetto, 26 luglio 2c" i, Not in my name Essere contro la guerra, raccontare delle storie, cantare sotto la doccia, sono i segni di una buona indole. Jean Baudrillard, Taccuini, 1990-95. Welcome to Israel Wu Ming 4 Atene, UE, 4 aprile 2002, h. 0.01 La Grecia è in Europa. Paese membro dell'Unione Europea, intendo. Forse già un po' meno europeo degli altri: all'aeroporto di Atene ti lasciano fumare anche se è proibito. Mi aggiro nel cuore della notte tra freeshop chiusi, luci sparate a giorno, tensiostrutture da architetto strapagato. Gli aeroporti sono tutti uguali. - Devo aver contratto la sindrome di Genova - dice Vittorio Agnoletto col fiato corto e l'aria preoccupata - non riesco a parlare cinque minuti che mi viene una tosse secca fastidiosissima. Sono i lacrimogeni…chissà che merda c'era dentro. Devo fare assolutamente delle analisi. Me li ricordo i lacrimogeni di Genova, due in particolare: quelli che un solerte carabiniere mi ha infilato tra i piedi da sotto lo scudo di plexiglass che reggevo. Asfissia è la parola giusta. Ero in via Tolemaide. Quasi un nome biblico. Noi altri fumiamo per allentare la preoccupazione. Parliamo fitto, io, Guido del Corto Circuito e Anubi. Anubi è il suo nome anagrafico, non un soprannome. È nato nel 1970, tempi di fascinazioni esotiche, tempi di genitori giovani e freakettoni. Noi parliamo, Agnoletto cammina per l'aeroporto deserto, attaccato al cellulare. - I compagni hanno telefonato da Gerusalemme: il nostro arrivo è annunciato sui giornali. - Bisognerà improvvisare qualcosa. - Non ci faranno mai passare. - La guerra come va? - A Nablus i palestinesi sono riusciti a organizzare la resistenza armata. Hanno fermato i tank. Betlemme è in fiamme. I giornalisti sono usciti dalla chiesa, i francescani fanno da intermediari. Gli italiani di Indymedia restano chiusi a Dehijeh, ma c'è il progetto di creare un ponte umanitario per farli uscire. Hanno posto delle condizioni, ma non tutti sono d'accordo a venire via. Si stanno scazzando tra loro. Anubi, da buon giornalista, è un bollettino in presa diretta. Ha scovato una postazione Internet e non la molla. Ogni mezz'ora un aggiornamento. E qui il tempo non manca. - Il nostro programma? - Dovremmo fare una conferenza stampa e incontrare i pacifisti israeliani a Gerusalemme. Poi spostarci subito a Ramallah. - Notizie da là? - Ci aspettano. Quelli a cui dovremmo dare il cambio vengono via domani. Dovremmo incrociarli all'aeroporto. Loro all'imbarco, noi alla frontiera. - Non ci faranno mai passare. - Almeno i parlamentari sì. Passo in rassegna i "nostri" parlamentari. Pagliarulo dei Comunisti Italiani. Sui cinquanta, pelato, occhiali, cravatta, aria distinta, accento meridionale. Non parla una parola d'inglese. Martone dei Verdi. Giovane, occhiali, buon inglese, giacca a vento. Luana Zanella. Caschetto biondo, sorriso simpatico, valigia con le rotelle, scarpe col tacco, battuta pronta. Il resto della delegazione sonnecchia o beve caffè al bar. C'è Luciano Nadalini, storico fotografo bolognese. Mi conosce da quando sono nato o giù di lì. Valerio "Ciano" Monteventi. Consigliere comunale bolognese, stazza da rugbysta, campione di retrospettive sul '77. Anche lui mi conosce da quando giocavo col pongo. Amici del vecchio genitore, che oggi prende il sole a Cuba. Beato lui. Egidio: trascorsi da anni settanta e una faccia che non dimentichi. Poi Giangi. Era appena sceso dalla nave a Palau quando gli ho annunciato che volevo raggiungere i compagni in Palestina. Ha girato la macchina e il traghetto ed è tornato indietro per venire con me. Quattro compagni di Roma, insieme a Guido. Due della Cgil di Trento. Marco Revelli, intellettuale senza bisogno di presentazioni, cana blanca, baffi e sorriso inossidabili, sulla sessantina. Agnoletto continua a parlare al telefono, non si ferma mai. Incredibile che in un uomo così piccolo si concentri tanta energia. Guido Lutrario, uno dei portavoce del centro sociale Corto Circuito di Roma. Fa il maestro elementare. Dice che se ci espellono potrà almeno andare a prendere sua figlia a scuola, oggi pomeriggio. Anubi D'Avossa Lussurgiu. Che cazzo di nome. Impermeabile di pelle nera e occhiali da sole cangianti. Che cazzo di abbigliamento. Guardo tutti. Ne manca uno solo. Mi specchio in una vetrata. Eccolo qua: lo scrittore. Non ci faranno mai passare. Tel Aviv, Israele, 4 aprile '02, h. 4.15 Gli aeroporti sono tutti uguali. Stesse luci a giorno. Stesse strutture. Stessi gabbiotti per il controllo passaporti. La prima persona che vedo quando entro è Giovanni De Rose, presidente dell'Arci Emilia-Romagna. Faccio per salutarlo, ma mi fa un gesto impercettibile con la mano. Poi mi accorgo dello sbirro enorme che lo sta accompagnando. Faccio finta di niente e avverto gli altri. Lo portano in un ufficio sulla destra. Ci sono altri italiani. Un paio li riconosco: Claudio "Scarface" Sabbatini (ricordo una foto appesa nella stanza di suo figlio: lui e Arafat che si abbracciano) e Luciana Castellina. Sono una decina. La prima delegazione, quella arrivata un'ora fa con il primo aereo. Ci mettiamo in fila per il controllo passaporti. C'è una ragazza dietro il vetro. Per la verità la maggior parte degli sbirri in vista sono donne. Le nostre risposte, in un inglese approssimato, la fanno sogghignare. - È la prima volta che vieni in Israele? - Sì. - Dove vuoi andare? - A Gerusalemme. - Credevo volessi andare a Ramallah. - No. A Gerusalemme. - Ah sì? E che attività svolgi? - Volontariato sociale. - Certo, certo, come no… E perché vieni proprio in Israele? - Per partecipare a un progetto di pace al seguito dei nostri parlamentari. - Certo, certo. Accomodati pure in ufficio. Io mi metto in fila per ultimo. Ho il tempo di guardarla a lungo. Venticinque anni, brufoli in faccia, tono strafottente. Glieli leggo negli occhi i pensieri. Eccoli qua gli amici di Arafat, i fiancheggiatori dei terroristi. Comitiva di straccioni che pensano di venire a fare i loro comodi nel nostro paese. - Perché vieni in Israele? - Accompagno i nostri parlamentari che sono qui per un progetto di pace. Sbuffa annoiata. Raccoglie tutti i passaporti e dice: - …Per accompagnarli a casa. Quando raggiungo gli altri mi dicono che la prima delegazione è stata già accompagnata al controllo bagagli. Nadalini telefona a De Rose. - Ci stanno espellendo. Ci hanno già perquisito le valigie e ci hanno attaccato l'adesivo per il prossimo volo su Linate. Hanno fatto passare soltanto i parlamentari. Meglio che niente. Quelli a Ramallah devono arrivarci a tutti i costi. - Voi cosa pensate di fare? - Cercheremo di convincerli. Il tempo passa. Più volte i parlamentari chiedono spiegazioni sul nostro fermo, ma i poliziotti non danno risposte. Le poliziotte sono tutte giovani. Luciano si accorge che le sto guardando. - Hai notato che sono tutte dei cessi? Hanno tutte dei culi enormi. Come le nostre vigilesse. Sorridiamo. - E tutta 'sta gente chi sarà? In effetti nell'aeroporto continuano ad arrivare centinaia di persone. Appena scese dagli aerei, si incolonnano ai gabbiotti riservati ai cittadini israeliani. Non ho mai visto una raffica di arrivi come questa, a quest'ora di notte, in un aeroporto. In un paese in guerra, poi. Un sospetto. I nostri sguardi si incrociano. Un paese in guerra. Un brivido ci percorre la schiena, mentre li osserviamo ammassarsi e passare in fretta. Riservisti. Cittadini israeliani residenti all'estero che tornano per essere arruolati. Magari con voli speciali. Sharon ne ha richiamati già 40.000. Li guardo e quasi non ci credo. Sono padri di famiglia, giovani in tenuta da mare che tornano dalle vacanze, ragazze in canottiera. Gente normale. Borghesi che rientrano dalle ferie, ma che domattina non andranno in ufficio. Indosseranno una tuta mimetica e imbracceranno un M16. Guideranno un carro armato. Forse ammazzeranno qualcuno. Deglutisco a fatica. Il brivido non mi abbandona più. Insieme a noi aspettano altri italiani. Sono dei Beati Costruttori di Pace. Ci dicono che sono fermi qui da dodici ore. Li stanno espellendo. Mi avvicino a quattro tizi con pance e baffi uguali. Sono greci. Medici Senza Frontiere. - Venivamo qui per dare una mano. Per assistere i feriti. Ma non ci vogliono. - dice il più giovane. Una sbirra esce dall'ufficio e ci chiede di seguire il collega che ha i nostri passaporti al controllo bagagli. Agnoletto protesta, chiede perché siamo stati fermati. Il "collega" è due metri per un quintale e dieci di peso. - Noi siamo la polizia. Quello che diciamo, tu lo devi fare. Qui funziona così. - Anche in Italia, - dice il piccoletto - ma è nostro diritto sapere cosa avete intenzione di fare. Se ci state espellendo dovete fornirci un motivo. - Qui non è questione di diritti. Quello che dico, tu lo devi fare. Agnoletto si agita, si gira verso di noi: - Bisogna fare qualcosa. Cominciamo a chiamare l'Ansa, l'ambasciata, il consolato, la Farnesina… I parlamentari telefonano. I parlamentari parlamentano con la polizia. I parlamentari ritelefonano. Esibiscono i tesserini. La tensione sale. Rimango un po' scostato con Ciano, che mi fa: - Oh, ma lo sai che nel '70 Potere Operaio fece un manifesto con Leyla Kahled, seduta alla macchina da scrivere, col mitra di fianco. E sai qual era il titolo? "Padroni, bastardi, vi dirotteremo!". Poi ride forte. La tensione gioca brutti scherzi. All'improvviso, una telefonata ci avverte che dall'altra parte della frontiera c'è un rappresentante dell'ambasciata. - Finalmente. Il console? - No, l'addetto commerciale. Rido. Non frega a nessuno che siamo qui e che ci stanno ricacciando indietro senza addurre alcuna motivazione. - Abbiamo giusto il tempo di arrivare al controllo bagagli per decidere cosa fare. - dice Agnoletto. Guido, Giangi e Anubi, con i cellulari quasi scarichi, si mettono in contatto con i compagni che ci aspettano fuori dall'aeroporto e comunicano la situazione. Poi arriva la notizia peggiore. È De Rose, la prima delegazione sta venendo imbarcata su un aereo per l'Italia con la forza. - Hanno spintonato Sabbatini, la Castellina l'hanno trascinata per i piedi fino all'uscita, a De Rose gli hanno storto una caviglia. Perfino l'addetto commerciale del consolato si è preso degli spintoni! - annuncia Nadalini. Ok, adesso sappiamo cosa ci aspetta. Adesso dobbiamo decidere. Agnoletto ha ragione, non resta molto tempo, stiamo già camminando verso il controllo bagagli, in fondo all'aeroporto. Ci siamo. Il piccoletto non molla: - Non potete espellerci così. I parlamentari protestano: - Dovete fornirci una motivazione. Non è ammissibile che non possiamo sapere perché ci mandate via. Vogliamo parlare con un rappresentante del nostro consolato. Arriva un altro funzionario di polizia, in borghese. - Il vostro consolato non c'entra niente. Questo è un paese in guerra e siamo a noi a decidere chi può entrare e chi no. Sono tutti gentili. Per ora. Fermi, ma gentili. Sordi alle proteste, ma gentili. - Volete creare un incidente diplomatico? - chiede Martone. Non gliene frega niente. Questo è un paese in guerra eccetera eccetera. - Siamo in contatto telefonico col nostro Ministero degli Esteri. Questo è un paese in guerra eccetera. - L'Italia non ha mai espulso nessun cittadino israeliano. Questo è un paese in guerra eccetera. Mentre la discussione prosegue, mi accorgo che ci hanno circondati. Sono ancora soprattutto donne. Che ridono e ci sfottono. Ma già, siamo amici dei terroristi. Però ci sono anche cinque o sei energumeni in divisa. E altri sbirri in borghese. Mi accorgo che Ciano è rimasto fuori dal cerchio, isolato dal gruppo con una manovra lenta e "gentile". Lo fanno entrare per primo al controllo bagagli, cioè lo perquisiscono, poi lo accompagnano da un'altra parte. Mentre lo scorta via, lo sbirro lo indica ai passeggeri appena sbarcati. Non capisco l'ebraico. Ma la parola "Arafat" è chiara come il sole e ripetuta ogni frase. Quelli annuiscono o sorridono. Ciano è una montagna. Ciano è il più grosso della comitiva. Troppo grosso. Meglio allontanarlo con modi gentili, prima di passare alle maniere forti con noi. Agnoletto e i parlamentari continuano a discutere, ma i poliziotti si stanno innervosendo. Sento un rumore di legno sbattuto e intravedo uno di loro che nasconde un mazzo di manganelli nella stanza del controllo bagagli. Dove gli sbirri vogliono convincerci a entrare uno a uno, per perquisirci. Merda. Cercano di spingerci dentro stringendo il cerchio. Con una rapida consultazione decidiamo di sederci e incordonarci tra noi. Ci trascineranno via come hanno fatto con gli altri. Una poliziotta si china a parlare con Agnoletto. - Se fate così dovremo usare la forza. - Non avete alcun diritto di espellerci. Siamo pacifici e non abbiamo fatto niente. Un energumeno in divisa alto due metri scosta la poliziotta e prende su di forza il piccoletto. Lo sfila come un'acciuga dal barattolo e senza nessuna fatica lo lancia dentro la stanza delle perquisizioni. Gli altri ci impediscono di muoverci. Nadalini, che, forse per via della telecamera a tracolla, pensano sia un giornalista, viene afferrato e bloccato sulla porta. Lui deve vedere cosa ci aspetta. Agnoletto viene sbattuto sul bancale, un braccio girato dietro la schiena. Il poliziotto gli preme il ginocchio sulla spina dorsale e altri tre lo prendono a calci e pugni. Le urla si sentono da fuori. Dura tutto pochi secondi, poi lo rispediscono fuori. - Ragazzi, questi menano… - dice con gli occhi sbarrati e la voce strozzata. Lo soccorriamo. Non ha niente di rotto, anche se sembra potersi spezzare come un grissino. Solo qualche bozzo in faccia. È la volta di Marco Revelli. Lo trascinano dentro per la collottola, mentre lo riempiono di calci alle costole. Quindi afferrano Egidio, che per fortuna se la cava con poco. Noi siamo ormai tutti in piedi e urliamo. Accenti emiliani e romaneschi si mescolano in un coro di "Basta!", "Stop the violence!". Siamo in mezzo a un aeroporto internazionale. Un aeroporto come tutti gli altri. Stesse luci troppo forti, stesse tensiostrutture del cazzo, stessa organizzazione dello spazio, stesso ferro e cemento. La polizia sta pestando un piccoletto di quaranta chili e un signore di sessant'anni. Mi guardo intorno, cerco di incrociare gli sguardi della gente che affolla la sala. Sono indifferenti. Nessuno dice nulla. Mormoro tra i denti: - Siete finiti. Basta così. Non ha senso farci massacrare tutti quanti. Sono disposti a farlo. Non gliene frega niente. Né alla polizia né a chi sta assistendo alla scena senza battere ciglio. Loro sono in guerra. Noi siamo nemici. O amici dei nemici. Dobbiamo andare a farci fottere a casa nostra. Rassegnati entriamo uno dopo l'altro a farci perquisire. Risparmiano solo i parlamentari. Io resto per ultimo. Quando mi fanno entrare mi trovo di fronte un ragazzino. Avrà al massimo vent'anni, i capelli rossi e le lentiggini. È almeno trenta centimetri più basso di me. Dietro di lui, gli energumeni mi fissano. Prima la giacca. Poi il marsupio, oggetto per oggetto. I liquidi per le lenti a contatto. Il ragazzino si ferma. Mi guarda e dice: - Stand! - indicando un punto davanti a sé e mimando il gesto delle braccia allargate. Deve perquisirmi. Resto fermo. Guardo lui. Guardo gli sbirri che hanno picchiato i miei compagni di viaggio. È davvero finita. Ci cacciano via, ci timbreranno il passaporto, memorizzeranno i nostri nomi. Probabilmente non potremo più rimettere piede in questo paese. Non ci abbiamo mai messo piede, a dire il vero. I nostri compagni sono nell'ospedale di Ramallah, a tenere aperto lo spiraglio di una debole speranza. I nostri compagni hanno sfidato i cecchini e i posti di blocco per consegnare cibo alla popolazione civile. Hanno scortato le ambulanze. Sono stati testimoni oculari dell'orrore. Del cecchinaggio e delle esecuzioni. Dei civili massacrati. Avremmo dovuto dare loro il cambio. Accompagnare i deputati di un parlamento europeo a vedere cosa succedeva a Ramallah. A garantire la sicurezza per i convogli umanitari e a difendere i medici palestinesi. Non potremo farlo. Ce lo hanno fatto capire in modo molto chiaro. Avete vinto, bastardi. Ce ne andiamo. Incrocio tutti i loro sguardi. E mi inginocchio con le mani sopra la testa. Il ragazzo è rapido, mi fa subito rialzare, rosso d'imbarazzo, e mi consegna agli sbirri. Tel Aviv, Israele, 4 aprile '02, h. 8.15 La buona notizia è che ci reimbarcano sullo stesso aereo dei compagni che erano a Ramallah e che sono in partenza per tornare a casa. Almeno faremo il viaggio accompagnati dai loro racconti. Un bagno di calore umano dopo la doccia fredda. Resto in fondo alla fila anche stavolta. E quando metto il piede sulla scaletta, mi fermo a stringere la mano a uno degli sbirri. Rimane talmente stupito dal gesto che non riesce nemmeno a ritirarla. - Volevo soltanto visitare il tuo paese. Vedere con i miei occhi. Incontrare i miei amici. Perché non posso farlo? Lui scuote la testa, non capisce se dico sul serio o se lo sto prendendo per il culo. Guarda i colleghi e balbetta qualcosa di incomprensibile. Salgo la scaletta col cuore che batte per l'emozione di rivedere tutti i miei supereroi preferiti. Vaffanculo, sono uno scrittore. Torno a casa e scrivo. Una modesta proposta per piazza Donatello (12 novembre 2002) Wu Ming 2 e Wu Ming 4 Oggi ci sono le bandiere, davanti a Porta Lame. Ci sono le corone d'alloro, con le coccarde e i nomi. Ci sono le bandiere davanti alle statue dei due partigiani, plasmate col bronzo fuso di una statua equestre di Mussolini. Prima di Genova, oltre un anno fa, durante «la notte delle statue parlanti»(17), gli mettemmo al collo un cartello. Gli facemmo dire che il naziliberismo non sarebbe passato a Genova, come il nazismo non era passato di lí, da Porta Lame, sessant'anni prima. 7 novembre 1944: l'unica battaglia aperta combattuta dai partigiani italiani dentro le mura di una città. La piú grande, tra le pochissime ingaggiate in tutta Europa. Chi c'era, oggi è lí per ricordare. Per guardare le bandiere e deporre corone col nome di vecchi amici. 9 novembre 2002, Firenze: la piú grande manifestazione contro la guerra che l'Occidente abbia visto finora sfilare per le strade di una città. Non importa se mezzo milione abbondante o un milione scarso. Importa che la folla fosse strabordante, enorme, troppo grande perché il suo No suonasse soltanto come rifiuto per una guerra locale, quella all'Iraq di Saddam Hussein, come un tempo l'Algeria o il Vietnam. La moltitudine era cosí gigantesca perché voleva dire No alla guerra globale, alla guerra come sistema di governo del pianeta, alla guerra come strategia economica, alla guerra come politica e come spettacolo, alla guerra permanente. Chi c'era, non se lo potrà scordare, questo nuovo pacifismo. E l'immagine del cavalcavia sopra i binari di Campo di Marte, gremito come la curva di uno stadio da uomini e donne in movimento, per tre ore di fila, e il brillare dei flash, quando è sceso il buio, neanche fosse il calcio d'inizio alla finale di Coppa del mondo. Sono i ragazzi che giravano coi rollerblade e il sacchetto dell'immondizia in mano, per raccogliere bottiglie, cartacce, fischietti. È il collettivo di transessuali che ha rispolverato il vecchio slogan, sempre eccezionale: «Perché mai, perché mai sempre in culo agli operai? D'ora in poi, d'ora in poi lo vogliamo pure noi!» Vecchio, d'accordo, ma molto meglio di «Palestina libera, Palestina rossa» e «Le nostre idee non moriranno mai». A Porta Lame la parola d'ordine era: «Garibaldi combatte!» Il mantra di questi giorni fiorentini è stato «One solution: Revolution!» che i trotzkisti inglesi non smettevano di cantare, in quanto non smettevano neppure di bere. Ieri, l'unica cosa che mi sono sentito di gridare è stata: «Siamo tutti clandestini!» Per il resto, propongo che d'ora innanzi venga rilasciato un patentino europeo per lo speakeraggio da manifestazione. In alternativa, tutto il potere al napoletano pazzo che ha sequestrato per almeno due ore i microfoni dei S.in.Cobas, gridando contro il lavoro, contro la fatica, per il reddito di cittadinanza, contro gli «investimenti» che il governo avrebbe in programma a favore dei disoccupati, ma che ancora non si decide a fare, non avendo chiaro se usare camionette o jeep, e come eventualmente disporre i disoccupati per riuscire a investirli tutti. Il microfono, alla fine, hanno provato a toglierglielo, ma come fai, quando intorno ci sono centinaia di persone che ridono e che chiedono il bis? D'altronde, certe occasioni offrono una platea a chiunque, anche al predicatore apocalittico che si è trovato a recitare brani di Ezechiele e di Michea davanti a una cinquantina di ragazzi allibiti. Pare, si dice, si vocifera, che in piazza Donatello non faranno una statua al dimostrante globale. Meglio cosí: i partigiani di Porta Lame si sono guadagnati la loro con molto sangue versato, e io ringrazio di essere nato in un tempo e in un luogo che non ha bisogno di armi per lottare contro i suoi nazismi. Anche se questo non vuol dire che la posta in gioco sia meno importante. Ma nel caso qualcuno la volesse fare, quella statua, suggerisco di fondere le costose paratie metalliche che hanno protetto le vetrine dei commercianti fiorentini. Sul percorso del corteo ne ho viste appena una decina, ma mi dicono che il centro di Firenze ne fosse pieno. E questa, purtroppo, è l'amara dimostrazione che c'è gente che crede piú ai media che ai propri stessi occhi, che ritiene la televisione più reale della realtà stessa. Non si spiega altrimenti che un cittadino di Firenze, respirando il clima di questi giorni, non sia riuscito a capire che nulla sarebbe successo, che tenere la serranda alzata era la mossa piú giusta, anche solo dal punto di vista economico. Spero chiedano i danni a quella signora che abita a New York, e crede piú alle sue nevrosi che alla realtà stessa. Quello che è successo ai negozi di Firenze credo sarebbe successo, senza distinzione, in qualsiasi città d'Italia. Non altrettanto si può dire per la gente alle finestre, i lenzuoli bianchi, gli applausi di chi stava ai margini del corteo, come spettatori del Giro d'Italia al passaggio di Barrali. L'ombrello nero tenuto alto da un signore sugli ottant'anni, con sopra la scritta bianca: «Grazie ragazzi!» La carrozzina di un bimbo di due anni con appeso il cartello: «Grazie. Domani anch'io lotterò per un mondo migliore». Commovente, anche a distanza di un giorno. E che dire dei due tizi sulla cinquantina, facce anglosassoni, capelli grigi un po' lunghi, occhi azzurri, e giubbotti di pelle, con un piccolo cartello: «Vietnam Veterans Against the War»? O del parrucchiere che al passaggio del corteo ha mollato lí lo shampoo che stava facendo a una signora e con le mani insaponate si è precipitato alla vetrina per salutarci... Oppure potrebbero fare una scultura di recupero, in piazza Donatello, e usare i materiali di scarto di tutti i ristoranti McDonald's che stanno chiudendo i battenti quest'anno, per la prima volta in saldo negativo (piú quelli chiusi di quelli nuovi che aprono). O ancora potrebbero metterci una lapide, in piazza Donatello. Una lapide per commemorare gli unici morti di questa giornata di festa. E la lapide potrebbe dire: Qui giacciono i partiti della sinistra, incapaci di leggere la Storia, di cambiare e di cambiarla. Qui giacciono le ultime tribú che ancora guardano con diffidenza questa moltitudine, perché temono di perdercisi dentro, incapaci di valorizzare la propria differenza per metterla al servizio di un intero movimento. Sui cadaveri di queste sparute legioni, la moltitudine di ieri ha ballato con gioia, e noi con essa, stappando bottiglie di champagne e levando in alto calici colmi di nettare. Qui giacciono partiti, clan, tribú e milizie. Ma coloro che ne ingrossavano le fila sono ancora vivi, e spetta soltanto a loro scegliere: se chiudersi addosso la bara o venirne fuori, prima di trasformarsi in vampiri e succhiare il sangue di tutti gli altri. Sappiano che noi li attendiamo, qui, nel cuore generoso della moltitudine. E non mi dispiacerebbe nemmeno una colonna, in piazza Donatello, come quella di Traiano, tutta a bassorilievi, che rappresentasse i diversi momenti di questa settimana fiorentina e celebrasse cosí il trionfo dell'autorganizzazione, acefala ma organizzata, fatta di volontari, di associazioni diverse che si sono messe in Rete perché tutto potesse funzionare al meglio, molto meglio, in effetti, di qualsiasi G8: con piú contenuti, con piú discussione, con piú gioia e con molta, moltissima partecipazione in piú. Si parla tanto della necessità di costruire un'Europa che non sia soltanto mercato: in poco piú di un anno, da Genova a Firenze, centinaia di migliaia di persone hanno dato la risposta piú concreta a questa necessità. Ma anche senza statue, obelischi e lapidi, ce la ricorderemo lo stesso questa vittoria. E a partire da subito, faremmo bene a tenerci stretta questa energia e a usarla al meglio nelle direzioni che cominciamo a intravedere. Prima Firenze, poi il Pianeta (12 novembre 2002) Wu Ming 3 Il grande movimento globale per la dignità e i diritti e un'altra qualità della vita, passa per le strade, attraversa le città, come una scossa vivificante, si sparge come unguento benefico a rigenerare tessuti sociali lacerati, mortificati, impoveriti, incattiviti. Passa e semina domande, energia, intelligenza; passa e dona speranza, senso, calore. Finora è la principale «virtú operativa» di questo vento, chiamato con disprezzo no-global, che da qualche anno spazza e rinnova la funesta aria della politica, ridotta a puro esercizio della forza, elementare coercizione del piú debole. Firenze, come mille altre città del pianeta prima, ha assaggiato la carezza del soffio della mente globale che prova a pensare se stessa e a lenire le sue sofferenze indicibili, provocate dallo squilibrio delle risorse, dalla patologia del dominio, dall'ingordigia cancerogena di ristrette caste parassitarie. Il movimento dei movimenti parla al cuore delle donne, degli uomini e dei territori. Arriva suscitando allarme, diffidenza, paura, se ne va lasciando un segno difficile da cancellare di convivenza, possibilità di altre relazioni, restituzione ai luoghi stessi come di una loro funzione originaria ed esclusiva, culle della comunità umana. Si tratta, in tempi di enduring freedom, di una qualità, di una virtú appunto, quasi miracolosa: riaccendere la fiducia nella capacità di una moltitudine di diversi di incontrarsi per arginare, dal basso dei senza potere, il collasso dell'ecosistema e il disastro di una politica imperiale paranoica e omicida. L'overdose di parola e discorsi del Forum sociale europeo di Firenze lascia dietro di sé un'impronta difficile da calcolare oggi, ma le cui conseguenze non tarderanno a manifestarsi in ogni aspetto della vita associata. L'enorme partecipazione, la qualità e l'attenzione dei seminari, la strabiliante capacità di autoregolazione di una folla piú che biblica, per di piú vessata e inquinata da ogni sorta di allarme e veleno, sono l'evidenza del fatto che il movimento per la dignità del genere umano non smetterà di stupirci. Per la prima volta abbiamo visto la società civile europea riunita insieme, mostrarsi per incontrare il resto del mondo, e abbiamo sentito l'enorme potenza che da questo incontro emana. Dall'Ungheria alla Grecia, dalla Turchia al Portogallo, dalla Norvegia alla Sicilia e quanto c'è nel mezzo, più generazioni hanno riversato saperi, pratiche, desideri, tecniche e tradizioni pronti a contaminarsi, nell'unica consapevolezza che nessuno è più autosufficiente, che rinchiudersi equivale a condannarsi, che la presunta opulenza dell'Occidente è l'incubo di una mente sociale depressa e autodistruttiva. Ancora una volta il respiro planetario e globale del movimento indica la rotta da seguire a ogni suo nucleo, cellula, aggregato o organismo, non viceversa. Grandi responsabilità si riversano su questo Atlante che apre il nuovo secolo con una sfida apparentemente impossibile. La terribile questione del potere dopo quella meravigliosa e inebriante della potenza. Non dobbiamo averne paura, bisogna guardarla dritta negli occhi, il nemico è troppo oltre nella colonizzazione della vita, si deve osare. Possiamo governare territori, possiamo progettare e realizzare ambienti a scarso impatto ecologico e alta qualità relazionale, possiamo produrre e gestire economie solidali e non vessatorie, lo abbiamo dimostrato. Dunque dobbiamo accingerci a farlo su una scala nemmeno mai immaginata finora. L'Impero ha dichiarato guerra al mondo perché ha fretta di sedare le resistenze che incontra, è innervosito dalle falle che si aprono di continuo nel suo comando, tra la monarchia militare e le aristocrazie economiche in difficoltà. È forte e feroce, ma va sfidato ora perché è ancora giovane e poco compatto. Bisogna prepararsi a governare il pianeta. Dentro l'Europa Wu Ming 3 All'inizio del prologo del nostro romanzo d'esordio, si trova un'indicazione di luogo molto vaga e molto netta al tempo stesso. Sono le prime tre parole di Q: «Fuori dall'Europa». Era la meta finale, esistenziale e politica, di alcuni dei piú rilevanti protagonisti di quella storia, qualcosa che i lettori avrebbero potuto capire solo alla fine. Quella indicazione oggi va commentata, rimessa in prospettiva, infine capovolta, alla luce della nuova realtà. L'Europa finanziar-militaresca prodotta da Maastricht e i suoi banchieri aveva imposto anni di onerosi sacrifici ai suoi cittadini, aveva impoverito salari e condizioni dei lavoratori, inoltre adombrava una proterva e militare volontà di farsi fortezza, dotarsi di mura invalicabili per consentire l'ingresso solo alla carne da cannone del lavoro senza garanzie e senza diritti di cittadinanza. L'appeal di quella Europa liberista e feroce, capace solo di gettarsi prona agli ordini di Nato e Usa con l'intervento in Serbia e Kosovo, era per noi davvero scarso. Questa Europa esiste ancora, nelle menti e nelle mire di molti degli interessi forti che vi gravano sopra, nelle burocrazie finanziarie oligopolistiche, nei nazional-liberismi «sangue, suolo e mercato», ma nel frattempo molto è cambiato. L'esplosione della bolla speculativa, la fine traumatica della belle époque della «economia nuova liberista», il dispiegarsi rapido e feroce delle lobby delle armi e degli idrocarburi sulla scena di una «economia di guerra permanente», hanno posto fine a molte illusioni e chiarito molte ambiguità. Insieme a una sequenza indefinita di eventi traumatici e di riduzione sistematica delle libertà individuali e politiche su tutto il pianeta, è cresciuta e cresce smisuratamente la consapevolezza di una quota sempre piú ampia, ormai larga e maggioritaria, delle popolazioni, dei cittadini, delle opinioni pubbliche di molti Paesi di ogni parte del mondo. L'Europa, ogni sua regione o stato, è attraversata da questo vento vivificatore, che produce effetti stupefacenti, impossibili da pronosticare anche solo qualche mese addietro. Su tutti, il formarsi diffuso - tra le pieghe di una comunicazione di massa blindata - di una opinione pubblica dal basso tanto forte da indurre i governi cruciali dell'Europa stessa a scelte di grande importanza strategica politica ed economica e dagli effetti ancora non del tutto prevedibili. Oggi la grande maggioranza dei cittadini europei pone un veto irrevocabile allo scenario di guerra per gli anni a venire, prospettato in modo unilaterale dalla piú grande potenza militare sostenuta dalle lobby del petrolio e delle armi. La maggioranza dei cittadini europei ormai capisce quanta follia, quanta pericolosa disperazione vi sia oggi nelle scelte del Grande alleato e nelle menti inette e omicide che lo governano. La maggioranza dei cittadini europei oggi sa che questa guerra è anche, se non soprattutto, contro l'Europa stessa, lo sente nelle sue tasche, nella percezione del futuro, nello sfaldarsi di patti ormai logori. Stare dentro l'Europa adesso, e insieme guardare al mondo con nuovi occhi, significa per i cittadini del vecchio continente, per quelli del nostro Paese piú di ogni altro, lavorare alla costruzione di uno dei pochi argini possibili alla efferata insensatezza del governo dei peggiori. Lo spazio politico europeo, mai tanto a rischio, fragile eppure cruciale, si trasforma, si ridefinisce, forse comincia solo oggi a porre davvero le proprie basi. In un mondo sull'orlo del precipizio. «Giap», n. 2, IV serie, Lo spazio europeo, 13 febbraio 2003. Dopo il 15 febbraio i media siamo noi ...e siamo anche lo spazio pubblico, l'Europa, il mondo... Wu Ming 1 Qualche zelante scherano del vero «Asse del male» (Bush, Blair, Aznar e quell'altro, com'è che si chiama?) cerca ancora di negare l'evidenza, di sottostimare, pesare col bilancino, fare distinguo ai quali nessuno piú porge orecchio, ma - per dirla con trivialità - «non ci sono cazzi»: sabato abbiamo davvero fatto la Storia. Quel che è avvenuto non ha precedenti, l'infinitamente rievocato carattere «internazionale» del Sessantotto diventa poca cosa rispetto alla prima manifestazione planetaria in simultanea della Storia dell'umanità. Manifestazione lanciata dal Forum sociale europeo e rilanciata dal Forum sociale mondiale: c'è ancora qualcuno che ha il coraggio di definirli (o di definirsi, ahimè!) «no global»? Se le cose andranno nel verso giusto (e bisogna lottare perché ciò avvenga), gli storici del futuro vedranno l'intero ciclo di lotte sociali che noi chiamiamo «Sessantotto» come prodromo, preludio, promessa delle ben piú significative lotte del xxi secolo. Altro che «ultimo rigurgito delle ideologie ottocentesche», o idiozie del genere: anticipazione degli odierni movimenti globali, scheggia di futuro conficcata nell'epoca degli stati-nazione. Noi che eravamo a Roma abbiamo fatto la Storia due volte, perché Lorsignori possono dire quel che vogliono, ma quella di sabato è stata la manifestazione piú grande di tutti i tempi a livello mondiale. Può darsi che il Partito comunista cinese abbia qualche volta radunato folle piú numerose, ma si trattava di eventi ben poco spontanei, a rigida coreografia governativa, quindi non contano. Dopo la giornata di sabato, acquista un nuovo, abbacinante significato lo slogan dei mediattivisti di tutto il mondo, da Seattle in avanti: «Don't hate the media, become the media». Sí, perché da oggi è ufficiale che i media siamo noi, e intendo noi tutti: cosa può fare la meschina, petulante disinformazja di un regime contro il passaparola di chi ha partecipato a uno dei piú grandi eventi di sempre? Il passaparola gioioso di tre milioni e mezzo di persone a Roma e decine di milioni nel resto del mondo? Negli ultimi tre anni di lotte si è fatto sempre piú evidente, ma oggi salta agli occhi e alle orecchie: la nostra comunicazione può fare tranquillamente a meno dell'informazione ufficiale, televisiva, piramidale. Nel corso dei decenni, a volte lavorando nell'invisibilità, i movimenti si sono dotati di reti e strumenti e linguaggi che permettono loro di comunicare sotto, intorno e al di sopra dei media ufficiali, costeggiando i bordi di quel buco nero del senso in cui affogano le «maggioranze silenziose», che maggioranze non sono piú. Soprattutto, i movimenti si sono dotati di un immaginario che non paga piú debiti allo sconfittismo, che costruisce comunità e sa di rappresentare il punto di vista del pianeta. I famosi «cento fiori» di cui ci si auspicava lo sbocciare sono già qui, sul prato del mondo: la Rete, le radio, le Tv di strada, i canali satellitari, le fanzine, la stampa indipendente ma soprattutto i racconti, la mitopoiesi, il passaparola. La grande narrazione che ci consegnano è questa: i movimenti di movimenti sono la vera globalizzazione. Questo messaggio spiazza completamente chi, anche a sinistra, pensa ancora in termini di «piccole patrie» (letterali e/o metaforiche), o pensa che i movimenti siano alleanze copia-e-incolla tra ceti politici. Il nuovo significato dello slogan «Non odiare i media, diventa i media» è anche: non dedichiamoci troppo alle geremiadi sull'informazione ufficiale, il conflitto di interessi, l'onnipervasività del b********ismo eccetera. Smettiamola di stracciarci le vesti. Ce ne siamo accorti o no che i movimenti europei e mondiali guardano all'Italia come alla postazione piú avanzata dello scontro tra le nuove comunità operose e un potere che si dibatte in una camera imbottita in attesa della thorazina? Da quando questo governo si è insediato abbiamo proiettato un'immagine schizofrenica, riassunta nella domanda che mi è stata fatta molte volte durante viaggi all'estero: «Com'è possibile che in Italia ci siano i movimenti piú forti, creativi e influenti se ho sentito dire che tutta l'informazione è in mano a B*********?» Io ho sempre cercato di spiegare che B********* ha soltanto piantato una bandierina sulla punta dell'iceberg dell'informazione, non ha alcun controllo su ciò che sta sotto l'acqua, ciò che sta per speronare il suo dominio (non vedete che i topi abbandonano la nave prima ancora dell'urto?) È il governo B********* a essere circondato, isolato, disorientato, non certo noi. Questa situazione è evidente da almeno un anno, ma i movimenti stessi hanno faticato ad accorgersene, perché spesso - pur essendo piú avanzati nelle pratiche della comunicazione, e maggiormente in grado di intuire come stavano le cose - hanno introiettato la visione sconfittista e arretrata dei loro ceti politici (Ds, Prc, Disobbedienti, non fa nessuna differenza). Dopo il dibattito all'Onu di venerdí scorso e la manifestazione mondiale del giorno dopo, lo stesso isolamento lo scontano George W. Bush, la sua psicopatica amministrazione e i suoi servi sparsi per il mondo, anche se i loro progetti di guerra sono lungi dall'essere bloccati. Tre anni e piú di rinascita dei movimenti hanno influenzato le pubbliche opinioni d'Europa, hanno decretato che il liberismo e la guerra sono fuori moda, hanno iniziato a costruire un nuovo spazio pubblico europeo che non è piú l'Europa liberista e vassalla di Maastricht e delle guerre umanitarie. Ecco, questo è ciò che ho visto sabato, testimone e protagonista di una vera e propria festosa invasione la costruzione di un nuovo spazio pubblico, di una sfera pubblica non-statale, da parte della moltitudine. Occorre continuare a muoversi, comunicare, alimentare il passaparola, perché sempre piú persone se ne accorgano. Bologna, 16 febbraio 2003. Bush perderà la guerra Wu Ming 4 e Wu Ming 3 C'è un rischio da sventare, mentre le bombe cadono e i carri armati si fanno strada nel deserto. C'è un esorcismo da fare. E forse un imperativo psichico prima ancora che politico: resistere al rinculo del peggio sulle nostre menti. Evitare la depressione, la disperazione, lo scoramento. Difficile, quanto imprescindibile. Il piú grande movimento d'opinione, di idee e di corpi, della Storia recente ha davanti a sé un compito titanico, di cui finora si è dimostrato all'altezza al di là di ogni migliore aspettativa. Deve continuare a esserlo. La guerra che l'amministrazione Bush e i suoi alleati ci hanno promesso, la guerra che hanno dichiarato al mondo, alle istituzioni internazionali, al movimento dei movimenti, non finisce in Iraq. È un progetto politico di lungo corso. Occorre quindi essere pronti a una lotta lunga e durevole, senza quartiere, tra due superpotenze che usano armi e strategie diverse, opposte, e che segnerà indissolubilmente i primi decenni di questo secolo. La forza della ragione, della condivisione, del dialogo, contro la monodimensionalità del profitto, della guerra, dell'imposizione. Coloro che sopravvivono alle guerre, che riescono a sconfiggerle semplicemente riuscendo a non soccombere, sono coloro che nonostante tutto non rinunciano alla vita. Sono quelli che restano convinti che tra uccidere e morire esista una terza scelta: vivere. Questo vale, sempre, anche per chi non ha bombardieri sulla testa. Anche per chi sta qui. E in tempi di guerra, vivere significa lottare tenacemente, se possibile ancora piú di quanto si è fatto finora. Tenendo presente innanzi tutto un dato rilevante: l'amministrazione Bush e i suoi alleati partono zoppi, mutilati. Partono soli. Le lotte politiche e sociali di questi ultimi due anni hanno prodotto una discontinuità fondativa con l'ultimo decennio del secolo scorso. Il risultato è che, a parte un drappello di traballanti governi, nessuno nel mondo avalla la guerra di Bush. Per il semplice motivo che tutti hanno capito che è una guerra contro il mondo intero. Alcuni, quei pochi governanti straccioni senza piú niente da perdere, hanno scelto di stare aggrappati al carro del piú forte. Hanno scommesso su un cavallo texano, che promette ampie ricompense per gli amici, e vita dura per i nemici. Noi dobbiamo scommettere contro. Perché l'amministrazione Bush e i suoi alleati questa guerra la perderanno. Non perderanno in Iraq, non perderanno sui campi di battaglia. Militarmente sono i piú forti. Perderanno perché hanno scelto di schierarsi da soli contro il pianeta. Il tempo che impiegheranno a perdere questa guerra dipende molto anche da noi. Dalla nostra capacità di non abbatterci e di continuare a pressare governi, parlamenti, consessi internazionali. Di sospingerli, condizionarli, compenetrarli dal basso. Di continuare a essere e a concepirci per quello che siamo: moltitudine costituente di un altro mondo possibile e necessario. Non solo, non basta. Concretamente occorrerà gettare badilate di sabbia negli ingranaggi della macchina bellica. Bloccare i Paesi. Disertare la produzione. Non basta. Dovremo continuare a pensare e costruire modelli, esperimenti sociali condivisi, spazi aperti partecipati, battaglie d'opinione culturalmente egemoniche. Ora piú che mai. E dovremo farlo sfruttando lo spazio politico che si è aperto sotto la pressione degli eventi, lo spazio politico europeo, per la prima volta, dal 15 febbraio, popolato dalla società civile continentale e non solo da banchieri e guardie di frontiera. Questo spazio va usato tutto, quasi fosse una terra nuova da scoprire e da percorrere da capo. Ancora non basta. I governi bellicisti sono già in bilico. Toccherà a noi dar loro la spinta definitiva. E questo vale anche per Bush junior, presidente grazie ad ambigui risultati elettorali e ancora presidente grazie all' 11 settembre. L'America non è con lui. Dagli attivisti per la pace che vengono schiacciati dai bulldozer israeliani (Rachel Corrie, marzo 2003 a Rafah, striscia di Gaza) alle star strapagate di Hollywood, si respira solo disapprovazione per la sua linea di governo. Non c'è un intellettuale americano che si sia fatto reclutare per la sua crociata. Missili piovono su Baghdad, edifici in fiamme dietro gli occhi sbarrati di un'inviata mentre impazza la disinformazione di guerra. «Va tutto bene, va tutto bene, non si sente la puzza...» Ridanciani salotti bellici spandono melassa, arruolano ogni sorta di leccaculo, accreditano ogni balla preconfezionata. Tutto inutile, il mondo è per strada, diserta la guerra catodica, va a incontrare i suoi simili nelle piazze, per pensare a qualcosa di meglio da fare, per trasformarsi nel piú grande medium di massa che la Storia dell'umanità abbia conosciuto. Non in nostro nome, e nemmeno in quello del loro presunto dio blasfemo. Isolati, disperati, pericolosi, seduti sopra la gigantesca polveriera di una stolta volontà di potenza. Con accanto solo una parrucchiera, poverina, costretta a un impossibile maquillage, e una telecamera cui fare smorfie dementi prima di annunciare l'attacco... Com'era quel motto? «Voi G8, noi sei miliardi...» 20 marzo 2003. Quinta parte Da Frankenhausen a Palm Springs Da Frankenhausen a Palm Springs, ovvero dalla battaglia descritta all'inizio di Q al luogo di residenza di Cary Grant, in cui scorre un frammento dell'intreccio di 54. Il titolo allude a un florilegio di interventi, note a margine, chiarimenti nel merito e sulla forma della produzione letteraria, scampoli di discussioni tra i Wu Ming e i giapster. Gli scritti che seguono, inoltrati prevalentemente sulla newsletter, sono stati divisi in cinque sottosezioni, tre delle quali corrispondono ai romanzi collettivi e una ad Havana Glam. ucronia fantapolitica di Wu Ming 5, pubblicata nel 2001 per l'editore Fanucci. Una colta digressione sul turpiloquio scandisce il tempo del ragionamento circa lo stile di Q. Il significato dell'eterodossa militanza di Vitaliano Ravagli, coautore-protagonista di Asce di guerra, introduce i temi piú attuali del dibattito politico, mentre sulle note del jazz di Archic Shepp, «il piú politico degli uomini del free», procede una secca riflessione a proposito della politicità di Havana Glam. Da Frankenhausen a Palm Springs rappresenta la selezione di un invisibile e ipotetico apparato critico e paratestuale, idealmente posto a piè di pagina. Conversando di questioni tecnico-letterarie raccoglie ampi stralci dell'intervista-fiume rilasciata da Wu Ming 1 al giornale tedesco «Jungle World» e alla rivista «Arranca», cui si aggiunge il fitto scambio di vedute tra un giapster e Wu Ming 2 sulle procedure di scrittura collettiva. Per completezza di argomentazioni e molteplicità di contenuti questi due testi forniscono una dettagliata summa dell'esperienza politico-letteraria dell'atelier Wu Ming. Q - Non c'è niente di nuovo sotto il sole, - disse un vecchio Modo Di Dire. - Accade in un'ora quel che accade in cent'anni, - ribatté un Proverbio Ottimista. Il povero Modo Di Dire, per la sorpresa, cadde in desuetudine e morí. Gianni Rodari, Favole minime. Né con lo Stato né con le Br? Sono sicuro che ve lo ricordate, giallo senza foto o simboli, austero come erano quei nostri anni di piombo. Ho terminato in una settimana Q, seppur lavorando molto qua nel sud dell'Angola. E mano mano che andavo avanti nella lettura mi appariva sempre più chiaro che non stavo leggendo un romanzo storico ma un'autobiografia, la vostra. Figli del baby-boom (io classe 1956) a vivere i vent'anni da attori (non qualunquisti) dentro gli anni di piombo, di cui ci siamo appropriati. E cosí iniziamo con lo scoprirci una sensibilità per i diseredati/sfruttati (dipende dal background) e arriviamo a Wittemberg con aspettative. Lí i nostri cammini si dividono. Il vostro segue le idee di rivolta che rispondono piú sinceramente e direttamente a questo bisogno di giustizia, io prendo inconsapevolmente il cammino del leninismo bianco. Vi fate prendere con la massima disponibilità e poca autostima come il protagonista. Fino allo scontro finale fra lo spontaneismo sincero e il male/sfruttatori (vedi background). Una battaglia, Frankenhausen, come uno sciopero, una occupazione, sempre omnia sunt communia. E lí la prima esperienza di repressione sproporzionata e crudele del Sistema, che vi segnerà per tutta la vita, nel bene e nel male. E meno male che il Magister fa quasi come il Che, lotta ma non ha il tempo, chissà forse la voglia, di governare e i dodici articoli, affascinanti come quelli di Emiliano, restano lettera morta e cosí possono entrare nel mito. Ed è la Prima fase. Delusione. Dolore che trasforma il protagonista, apprende l'inaspettato: rispondere con violenza alla aggressione. Ma la depressione ha la meglio: voglia di rinunciare, ma senza cercare (ma cercando) incontra l'Anabattismo, poi Münster. E cosí riprende la falce e il martello arrugginito ma mai buttato. E qui prima la rivolta spontanea degli emarginati guidati dall'avanguardia esule e saggia da pregresse sconfitte, che ha imparato a «usare», senza farsi usare, le armi del nemico: la violenza. Sodalizio che paga e realizza il territorio liberato dal Frente Farabundo Martí. Poi le Br prendono il potere e dolorosamente, come Gert, si scopre che le classi si riformano con le ingiustizie, ed è la doppia delusione. Di fuori una reazione stupida, violenta, gretta, senza speranza di cambiamento, dentro la involuzione/deviazione feroce. La fuga attiva da intellettuale organico o meglio da indipendente di sinistra. Io non sto con voi, non voglio condividere il tradimento degli ideali, ma nemmeno contro. Rischio e sto con il popolo diseredato e rischio solo per aiutarlo, non voi. Ed è strage del popolo, dei sempre oppressi da sempre. Poi la Vendetta come rivolta irrazionale a loro, i nobili e i militari, ai padroni del vapore che decidono per tutti e vincono sempre. Come una sequenza finale di bestiale boxe, incontrollata, ma che termina con il Ko del picchiatore. E Gert muore nella piú profonda depressione esistenziale, nell'orgia di sangue innocente che ha osservato e agito. Nel disprezzo/disinteresse del mondo e di se stesso. Ed è la Seconda fase. Ma ecco... «come angel caduto dal cielo», Eloi, altro amico dell'epoca della presa di coscienza di dover incidere nel reale, amico intellettuale prima di noi, il selfmademan, che inducendo una catarsi psicoanalitica nel nuovo Lot, spiega al protagonista che il futuro esiste per ognuno di noi. Che lo mette in condizione di vivere gli anni Ottanta in un sano riflusso, che gli permette di vivere il personale stile Geppetto, falegname amante dei bimbi, che aveva nascosto da sempre dentro di sé. E didatticamente gli spiega che il futuro della Lotta c'è, ma non è nella liberazione dei contadini oppressi dal I e Il Stato, e neppure in quella degli operai (sfruttati) dagli impresari borghesi. È il denaro/capitale il nemico da battere. Ma non alla san Francesco della regola non bollata, ma «Colpire la Bestia. E fare un sacco di soldi». (Digressione sulla pagina 398 dove il falso ma simpatico toscano libraio anarchico spiega come vi è venuto in mente di scrivere libri: tirarlo in culo ai lettori, agli editori, alle messaggerie varie e ai librai; fare soldi e continuare a dire quello che pensate senza cambiare una virgola. Bravi, ci siete riusciti proprio bene!) E Lot lascia la posizione vetero-radicale, fa i soldi (perché sempre fa bene tutto nella sua vita: il chierichetto, lo studente di Filosofia, il capitano del popolo...) e invecchia, mentre il Piano va avanti con una chirurgica repressione di innocui iguali. Il ciclo riprende ma in toni minori: delusione, fuga, voglia di gettare la tonaca alle ortiche. I soldi e l'età attutiscono tutto (l'ho provato anch'io). E via di salotto in salotto (siamo nell'Italia degli anni Novanta). Ed è la Terza Fase. Ma è la «curiosità di sapere come andrà a finire e non i guadagni, la guerra o le donne» che spingono l'imborghesito protagonista a rischiare di nuovo per conoscere il finale (che poi non c'è, voi e io lo sappiano, lui ancora no). Parole del grassottello Perna che gli fanno balenare davanti il poter incidere nel reale nuovamente, e che reale! La dimensione è da Consiglio di amministrazione della Microsoft-Inquisizione, cambiare il cammino della Storia (lo avete anche voi sperato/creduto come me, a volte). E per questo di nuovo il fine giustifica i mezzi. Cosí Tiziano regala, consapevole, futuri roghi a ignari ignoranti diseredati (ma lui sa cosa pagheranno...) Entra in clandestinità, mette su una copertura che sembrerebbe da pappone ma in realtà è una società di mutuo soccorso di libere prostitute. Ed è un altro successo. Su un piatto d'argento gli arriva l'amore di una donna affascinante, elegante, colta e ricca e misteriosa. Partecipa ai grandi giochi e perde proprio all'ultima mano. Ma non lo hanno vinto, è libero, sano e con tutte le ossa (vecchie) al loro posto, libero di solcare il mare su una comoda nave ammiraglia insieme ai compagni e alla sua compagna. E che culo! Maremma bona! Poi tutto quel casino da Wittemberg per che cosa? Per finire in un caldo bagno turco con diseredati come servi suoi a esportare caffè, come un impresario qualunque; ma che si può permettere di far aspettare Solimano/i potenti. Elaborando le frustrazioni di una vita in una delega in bianco ai futuri che diserteranno, che proseguiranno la lotta, perché non si prosegua l'azione secondo il piano. Il povero non sa che dal suo Cpu si passerà all'organizzazione per la liberazione dei delfini: ma che i colombiani e ruandesi si ammazzino questo è secondario. Ed è la Quarta e Ultima fase. Q merita una nota separata. Q il celerino, che cresce, prende coscienza come in Giú la testa Rod Steiger. Inizia da Calabresi e finisce da Annarumma. Che si riscatta al finale con la nuova fedeltà regalata ai rivoltosi (anche se solo per stanchezza e dubbi generali, non per una scelta lucida di cambio di fronte), che gli regala un fuoco espiatore che lo purifica da tutti i peccati (un po' troppo cattolico-patetico, come l'inventore della bomba al neutrone poi leader del pacifismo). Forse Q meritava di piú. Donne pagate, un ideale in crisi, una vita considerata sprecata da lui. Ma aveva una colpa. Poteva scegliere se fare il carabiniere o lanciare molotov e ha sbagliato. Io lo promuovo con piú voti di Gert ben prima del suo rogo del purgatorio. Da obiettore di coscienza per fede, gli imitatori di San Paolo sulla via di Damasco non mi hanno mai affascinato, il bello e il piú difficile è farlo prima di aiutare il nemico. Al toscano del gruppo dico che è meglio che a Gaiole (sono d'accordo, il Chianti senese è il migliore) non sappiano chi è chi gli ha dato del villaggio, nemmeno se nel 1500 lo accetterebbero. Occhio! Il credente senza Dio, meglio senza metafisica, capisco che san Francesco lo attiri, è ovvio, anche lui sogna una radicalità piú radicale di quella a volte vissuta. Salva la ecclesia a volte, memore degli incontri fatti quando era lupetto. Distrugge storicamente e teologicamente i pensatori del coro, in linea con il Piano come Lutero e Calvino, e resta oramai membro della Chiesa terrena come la definiva La Pira. Come avrete capito il vostro libro mi è piaciuto molto, vi faccio i miei umili complimenti e lo raccomanderò a molti. Da Wittemberg ci siamo divisi a volte camminando in parallelo, allontanandoci per poi toccarci ancora. Quello che ci unisce mi sembra sia la fine. Per me il punto Omega, per voi la società degli uguali. Ma non invidio il protagonista nel finale da bagno turco. Come neppure il nappista che ho conosciuto in Nicaragua ad allevare galline e fare tavoli di legno dicendo: abbiamo perso, altri proseguiranno, ma ne valeva la pena. No! Io ero in piazza per l'assassinio di Moro e della sua scorta di Qs, e continuo a credere che la lotta armata aiuta il Piano a sopravvivere. (E lasciatemi dire che il Piano non esiste, magari ci farebbe piacere, ma no. Neppure il Piano di salvezza secondo me sta scritto, ma lo scriviamo noi di millennio in millennio). Non ne è la causa ma ne è la scusa. Da sempre lavoro dentro le istituzioni per cambiarle - sono un estremista istituzionalizzato -, da sempre ho scoperto che bisogna essere radicali per avere un Nord che ci guidi nella negoziazione e ne definisca chiaramente i limiti. In questo mondo con tante sfumature di colori, mai bianco né nero, la cultura della Mediazione mi aiuta di piú ad agire nel mondo. Un caldo saluto da un vostro lettore toscano, contento dei suoi anni di Gab-Studenti democratici di sinistra Dc. M. M. Risponde Wu Ming 1: Interessante, grazie di questo commento. È imbarazzante smentire chi parla strappandosi il cuore dal petto (almeno quanto dare torto a chi ti dà ragione per il motivo sbagliato). Ma il piú vecchio di noi, quando hanno ammazzato Moro, era in terza media. Il piú giovane non aveva nemmeno iniziato le elementari. Nessun «vivere da attori gli anni di piombo». È questo il bello del romanzo di genere (anzi, di generi), si lavora con figure archetipiche, ognuno ci vedrà i propri fantasmi, poi cercherà di proiettarli sull'autore (gli autori): Calabresi (ucciso quando metà di noi non erano ancora nati), Annarumma, Moro e chi piú ne ha piú ne metta. Gli effetti di questa proiezione daranno all'autore (gli autori) una nuova prospettiva su ciò che ha scritto. Può capitare di essere troppo puntigliosi nell'andare in cerca di allegorie. Ma va senz'altro bene, vuol dire che nel libro c'è anche quello, ce ne fossero centomila, di lettori come te. E una delle morali di Q, se ve ne sono, è proprio che il grande Piano non c'è, e se qualche folle lo concepisce non si realizzerà come desiderava chi l'ha concepito. Se non altro, per «la defezione del migliore agente sull'ultimo miglio». Se vuoi, è una presa di posizione contro la psicosi da complotto e contro le descrizioni del capitale come una foresta di automatismi e funzioni totalmente disincarnate. Il Fmi è composto da persone che prendono decisioni e stanno sul libro paga di multinazionali a loro volta composte da persone. E cosí per tutti i quasi fantasmatici organismi sovranazionali che decidono la prosperità o il collasso di interi Paesi. Il potere è attaccabile, non è un monolito giunto dallo spazio, è contraddittorio. La chiave (una chiave) è proprio nel Qoèlet: non bisogna credere al nil noni sub sole. Chi non ci crede vive una vita piú piena dei rassegnati che si adagiano all'ombra di ogni potere che sembri avere un Piano salvifico. Che vita ha mai vissuto Q? Una vita di merda, dalla quale si riscatta (parzialmente) sottraendosi prima dell'ultima vigliaccata. E, sempre disquisendo, noi siamo contro lo Stato e contro le Br. C'è differenza. P. S. Nel gruppo non c'è nessun toscano:-) Giap», n. 17, Q: né con lo Stato né con le Br?, 15 settembre 2000. Fili de le pute traite! Wu Ming 1 Ogni tanto riceviamo commenti critici sul particolare registro linguistico non «filologicamente corretto» usato in Q (lapidarietà ellroyana, turpiloquio contemporaneo, eccetera). Lo scorso anno alcuni «poeti laureati» storsero il naso, quasi tutti in privato. Solo Giulio Mozzi ebbe almeno la correttezza di criticarci pubblicamente. Qualche giorno fa un lettore ci ha spedito un nuovo messaggio: ...trovo il linguaggio dei personaggi dell'epoca un po' fuoritempo, cioè sentirmi i principi dire: «Cazzo» eccetera mi richiamava molto il linguaggio terra terra del Cyberpunk e lo trovavo un po' anacronistico, non mi ha convinto. Un altro ci ha inoltrato un interessante punto di vista espresso su una mailing list di scrittura creativa: ... lo stile è assolutamente illeggibile. Pare scritto da uno che in vita sua abbia visto soltanto film di John Wayne e, dopo essere andato a vedere Il nome della rosa attratto esclusivamente dal nome di Sean Connery, abbia deciso di scrivere qualcosa del genere. Ovviamente senza leggere il libro. Demenziale. Lascio giudicare a voi, scegliendo un passo a caso a beneficio di chiunque non l'abbia letto. Il passo scelto si svolge in Turingia, nel maggio 1525, e non, come si potrebbe pensare, nella jungla [sic] vietnamita nel 1970... [riporta integrale il cap. 3 della prima parte, poi riprende]. Un tedesco del sedicesimo secolo, ancorché lanzichenecco, non può dire cose come «fottuti bastardi» o «merda santa». Quale ricerca filologica c'è dietro un'espressione come «eccheccazzo!»? A me una cosa cosí impedisce di andare avanti nella lettura. Sono fatto cosí. Non vedo perché dovrei accettare da autori professionisti, per leggere i libri dei quali devo pagare, delle puttanate che non accetterei mai di mettere in un mio lavoro, che non verrà mai pubblicato e che nessuno pagherà mai. Sarà invidia, non dico di no... Qualche commento. Q è stato scritto come se stessimo traducendo da un originale inesistente, quindi abbiamo sempre cercato di «rendere». Non potevamo certo scrivere in un'alternanza di tardo latino e tedesco del xvi secolo, né cercare un banale effetto mimetico innestando sul corpo dell'italiano moderno arcaismi tipo «imperocché», «in tal guisa» eccetera. Nel romanzo abbiamo usato registri e stili diversissimi tra loro, ad esempio per dare un'idea dell'abisso che separava la rozzezza plebea della lingua parlata (qualunque lingua parlata) dall'ampollosità di quella scritta (quasi sempre latino). Spesso siamo ricorsi a prestiti da diversi dialetti e gerghi locali, soprattutto settentrionali («mica brustulli», «te» al posto di «tu», passato prossimo al posto di quello remoto, uso pleonastico delle particelle pronominali come in «a me mi piace»...) ma non solo. Nessuno di noi può sapere con precisione come parlassero i principi, ma è verosimile che non parlassero come scrivevano. Per quanto riguarda i lanzichenecchi, è immaginabile che non parlassero forbitamente. Una cosa è certa: fino a non molto tempo fa si viveva in mezzo alla merda e ad altre deiezioni organiche. Si cagava nei fossi o in un catino che poi veniva vuotato in cortile. Si pisciava nel vaso da notte che poi rimaneva (pieno) sotto il letto fino al mattino. Non ci si lavava praticamente mai. Si puzzava già da vivi, figurarsi da morti. Ancora nel xviii secolo i nobili europei facevano il bagno solo una volta all'anno. Occorreva rendere con un linguaggio materico e un registro basso tale universo di sporcizia e scatologia. Nessuno, dico nessuno, parlava come si parla in certi romanzi storici. Tanto meno nei monasteri medioevali si parlava come Guglielmo di Baskerville. Ricordiamo a tutti che una delle primissime testimonianze scritte dell'italiano volgare risale al XII secolo ed è affrescata in una sorta di fumetto ante litteram nella navata centrale della basilica di San Clemente, in via di San Giovanni in Laterano (Roma): i servi del tiranno Sisinno credono di aver catturato San Clemente per portarlo in prigione, ma si sono sbagliati e hanno legato una colonna, che tirano senza riuscire a smuoverla. Sisinno li incita chiamandoli per nome (Cosmaro, Carvoncello, Albertello) e sbraita: «Fili de le pute traite». Se descrivessimo questa scena in un romanzo e Sisinno dicesse: «Tirate, figli di puttana!» qualcuno avrebbe da ridire? Si è imprecato e bestemmiato in tutte le epoche, piú o meno sempre con gli stessi riferimenti ai genitali o alle deiezioni umane (noi in gran parte usiamo ancora le parolacce latine). «Testa di merda», «Merda santa» eccetera - espressioni usate nel capitolo citato - sono rese in italiano di insulti e imprecazioni presenti in diverse lingue germaniche. Siamo anche ricorsi a qualche licenza, ma è una licenza anche tradurre asshole (letteralmente: buco di culo) con «stronzo», o usare toscanismi come faceva il sommo Bianciardi nel tradurre Henry Miller «). Non stiamo parlando della «pirateria» gestita dal crimine organizzato, sezione di capitalismo extralegale non meno spiazzata e annaspante di quella legale dall'estendersi della «pirateria» autogestita e di massa. Parliamo di una generale democratizzazione dell'accesso alle arti e ai prodotti dell'ingegno, processo che scavalca le barriere geografiche e sociali. Diciamolo pure: barriere di classe (devo proprio snocciolare qualche dato sui prezzi dei Cd?) Questo processo sta cambiando i connotati dell'industria culturale mondiale, ma non si limita a questo. I «pirati» indeboliscono il nemico e allargano gli spazi di manovra delle correnti piú politiche del movimento: ci riferiamo a quanti producono e diffondono il «software libero» (programmi «a sorgente aperta» liberamente modificabili dagli utenti), a coloro che vogliono estendere a sempre piú settori della cultura le licenze copyleft (che permettono la riproduzione e distribuzione delle opere purché esse rimangano «aperte»), a coloro che vogliono rendere di «pubblico dominio» farmaci indispensabili alla salute, a chi contesta l'appropriazione, la registrazione e la frankensteinizzazione di specie vegetali e sequenze genetiche. Il conflitto tra anticopyright e copyright esprime nella sua forma piú immediata la contraddizione di base del sistema capitalistico: quella tra forze produttive e rapporti di produzione/proprietà. Giunto a un certo livello, lo sviluppo delle prime mette inevitabilmente in crisi i secondi. Le stesse corporation che vendono campionatori, fotocopiatrici, scanner e masterizzatori, controllano anche l'industria globale dell'entertainment che si scopre danneggiata dall'uso di tali strumenti. Il serpente si morde la coda, poi aizza i parlamenti perché legiferino contro l'autofagia. La conseguente reazione a catena di paradossi ed episodi grotteschi ci fa comprendere che è finita per sempre una fase della cultura, e che non serviranno leggi piú dure a fermare una dinamica sociale già avviata e travolgente. Quello che va modificandosi è l'intero rapporto tra produzione e consumo nella cultura, il che allude a questioni di ancor piú vasta portata: il regime proprietario sui prodotti dell'intelletto generale, lo statuto giuridico e la rappresentanza politica del «lavoro cognitivo». A ogni modo, il movimento reale punta a superare l'intera legislazione sulla proprietà intellettuale, a riscriverla da capo. Sono già sul terreno le pietre angolari su cui riedificare un vero «diritto degli autori», che tenga davvero conto di come funziona la creazione, vale a dire per osmosi, commistione, contagio, «plagio». Sovente, legislatori e forze dell'ordine inciampano in quelle pietre, sbucciandosi le ginocchia. L'open source e il copyleft si estendono ormai ben oltre la programmazione del software: le «licenze aperte» sono dappertutto, e in tendenza possono divenire il paradigma di un nuovo modo di produzione, che liberi finalmente la cooperazione sociale (già esistente e visibilmente dispiegata) dal controllo parassitario, dall'esproprio e dalla «rendita» a favore di grandi potentati industriali e corporativi. La potenza del copyleft deriva dal suo essere un'innovazione giuridica dal basso che supera la mera «pirateria», ponendo l'accento sulla pan construens del movimento reale. In pratica, le vigenti leggi sul copyright vengono pervertite rispetto alla loro funzione originaria, e anziché ostacolarla diventano garanzia della libera circolazione. Wu Ming contribuisce a questo movimento inserendo nei suoi libri la seguente dicitura (di certo migliorabile). Vale a dire che tale diffusione deve rimanere gratuita... pena il pagamento degli spettanti diritti. Per chi volesse saperne di piú, un ottimo quadro della situazione è quello recentemente fornito dalla rivista «New Scientist» (trad. it. su ), in un lungo articolo a sua volta pubblicato sotto una «licenza aperta». Cancellare un'idea falsa, sostituirla con quella giusta. L'avanguardia è un salutare «ritorno all'antico»: stiamo abbandonando la «cultura di massa» dell'era industriale (centralizzata, standardizzata, univoca, ossessionata dall'attribuzione autoriale, regolata da mille cavilli) per addentrarci in una dimensione produttiva che, a un livello di sviluppo piú alto, presenta non poche affinità con quella della cultura popolare (eccentrica, difforme, orizzontale, basata sul «plagio», regolata dal minor numero di leggi possibile). Le vigenti leggi sul copyright (tra cui la pasticciatissima legge italiana del dicembre 2000) non tengono in alcun conto il copyleft: al momento di legiferare, il Parlamento ne ignorava del tutto l'esistenza, i produttori di software libero (a rigore, accomunati sic et simpliciter a «pirati») ne hanno avuto la conferma durante incontri con diversi onorevoli. Com'è ovvio, [...] non vi è da attendersi altro che il diabolico perseverare nell'errore, nella stoltezza e nella repressione. Lorsignori non si avvedono che, sotto quel mare in cui essi vedono solo pirati e navi da guerra, i fondali già si spalancano. [...] Quanti non vogliono aguzzare la vista e le orecchie, e propongono soluzioni fuori tempo, da «riformismo» pavido (diminuire l'Iva sui prezzi dei Cd eccetera), potrebbero accorgersi troppo tardi del maremoto, ed essere travolti dall'onda. «Giap», n. 5, III serie, Per non essere travolti dall'onda, 10 ottobre 2002. Niente tasse senza rappresentanza La rivoluzione contro il copyright Wu Ming 1 Le reazioni delle multinazionali dell'entertainment minacciate da quella che chiamano «pirateria» si fanno sempre più isteriche e scomposte, tanto da somigliare a veri e propri spasmi, irrefrenabili contrazioni dei muscoli. Muscoli pieni di acido lattico, muscoli di scagnozzi reduci da troppi pestaggi, muscoli cui si è voluto chiedere troppo, e chi troppo vuole... stringe pugni pieni di mosche, e presto avrà le orbite brulicanti di vermi. Stiamo assistendo alla fine della «cultura di massa» come l'abbiamo conosciuta, la «pirateria» è la punta di lancia del cambiamento. La «pirateria» è il contrattacco dei consumatori esasperati da prezzi irrealistici, da gabelle e balzelli ingiustificabili, da vere e proprie estorsioni legalizzate, dalla miope cupidigia di chi controlla il mercato. Se ai tempi di Napster le major discografiche si fossero sforzate di comprendere le esigenze reali da cui era nato il file sharing e fossero venute incontro ai consumatori (abbassando i prezzi, adottando politiche piú elastiche e ragionevoli in materia di riproduzione domestica), forse ora sarebbero in grado di assorbire i colpi. Hanno scelto tutt'altra strada: repressione, denunce, pressioni lobbistiche sui legislatori per inasprire le leggi sul diritto d'autore. Risultato: profitti in caduta libera. Se la sono voluta. Oggi è forse troppo tardi per rinsavire e dare retta a Craig Barrett, presidente della Intel: Chi compra un Cd deve avere la possibilità di copiarlo quando vuole, e di ascoltarlo su qualunque supporto, in ogni momento in ogni luogo. Mentre le major vorrebbero che tu pagassi ogni volta che ascolti una canzone. Pensino invece a risolvere i veri problemi. [...] Controllare lo scambio di file su Internet è come aprire una lettera privata di una persona. L'industria dell'entertainmeet è affetta da tecnofobia. Hanno proposto persino di mettere nuove tasse sui prodotti high-tech. Ma si ricordino: «No taxation without representation». E loro non rappresentano i consumatori. Anzi. («L'Espresso», 1 ottobre 2002), La «pirateria» è un processo di riappropriazione delle tecnologie digitali, degli odierni mezzi di (ri)produzione, per costruire reti orizzontali, di condivisione, di autogestione. I «pirati», i bandidos, i cangaceiros della cultura stanno mettendo in ginocchio i potentati discografici e multimediali. Prima di loro erano scesi i battipista, movimenti che hanno contestato la proprietà intellettuale a colpi di Diy, cut-up, sampling, culture jamming, plundesphonics... La calata dei barbari è partita da lontano. Eppure gli odierni padroni del vapore sono stati colti alla sprovvista, pensavano di poter conservare i loro privilegi col minimo sforzo, ogni tanto sguinzagliando i cani da guardia a mordere il culo di chi saltava il muro di cinta. Ora siamo già nel cortile, loro cominciano a patire l'assedio, i cani ringhiano ma ciascuno di noi ha in saccoccia una polpetta avvelenata. La «pirateria» è un processo sociale, non è soltanto «trasgressione» e «violazione» dell'esistente, ma annuncia che stiamo varcando i vecchi confini, preconizza e lascia intravedere nuove relazioni sociali, nuove comunità, nuove forme libere della cultura. La proprietà intellettuale come la conosciamo oggi è un'imposizione recentissima (non ha piú di trecento anni) ma ha già fatto il suo tempo, è ormai vissuta come intollerabile. Si faranno strada altre formulazioni, meno rigide e vincolanti, il copyleft del «software libero» è probabilmente la base piú solida su cui costruire. Ma, come sempre è successo nella storia, il cambiamento faticherà a imporsi se mancherà l'alleanza (anche informale) tra «democratici» e «ribelli», tra riformatori e bandidos, tra copyleft e «pirateria». Il file sharing, la masterizzazione di Cd, il cracking di software proprietario sono già atti politici, azioni contro la tirannide, anche oltre l'effettiva consapevolezza di chi li compie. Sono la guerriglia partigiana che combatte sulla Linea gotica del copyright, e prepara il terreno per la risalita degli Alleati. Come le forze dell'Asse sull'Appennino, le multinazionali e gli enti amministrativi al loro soldo hanno perso la testa, e collezionano figure di merda: 1. Da due anni provano a mettere in commercio Cd presuntamente «anticopia», creando disagi agli acquirenti, con l'unico esito di stimolare l'intelligenza collettiva a trovare il modo di crackarli. 2. La famigerata Riaa (Record Industries Association of America) vorrebbe rastrellamenti di massa, esige che gli Internet Provider stilino e rendano pubbliche le liste di chi scarica Mp3. 3. Alcune major, convinte che siano i giornalisti musicali a «rippare» i promo Cd e diffondere le canzoni prima della loro uscita nei negozi, stanno fornendo ai recensori lettori portatili «sigillati con la colla», per impedire l'estrazione del Cd. Ma in questo modo i lettori non saranno riutilizzabili, andranno buttati nella rumenta. Una mossa ridicola e antieconomica, di puro sperpero, dettata dalla disperazione. Non ci credete? La notizia è qui: . Se credono di poter frenare un epocale processo di cambiamento con questi mezzucci... Non dovrebbe impressionarci la campagna di allarmismo che precede il lancio in pompa magna da parte di Intel & Microsoft di Tcpa/Palladium (implementazione dell'hardware che dovrebbe bloccare l'esecuzione e la riproduzione di ogni materiale «protetto»): per come si presenta il panorama, quest'innovazione potrebbe creare problemi inimmaginabili a chi l'ha inventata, acuendo ogni contraddizione già esistente in materia di privacy, copyright e diritti dei consumatori; ad esempio, c'è una contraddizione tra le sopracitate dichiarazioni di Barrett e uno degli effetti che in teoria produrrà Palladium: inibire la masterizzazione per uso privato. C'è da attendersi una rivolta da parte degli utenti. Insomma, in un modo o nell'altro Palladium finirà per produrre dialetticamente il proprio contrario, l'innovazione dal basso che costringerà le corporations a escogitare qualcos'altro, e cosí via, ogni volta salendo di livello come in un videogioco spara-spara. È successo in ogni fase del progresso mediologico, succederà ancora, a dispetto dei tentativi capitalistici di produrre in vitro la «fine della Storia». Come collettivo di scrittori veterani delle battaglie contro le attuali leggi sulla proprietà intellettuale, e tra i pochissimi ad adottare una «licenza di pubblicazione aperta» in letteratura (una dicitura copyleft che permette la riproduzione dell'opera), Wu Ming è attento a ogni sviluppo di questo processo. L'aurora è appena cominciata, e gli uccelli riprendono a cantare. Dalle maior, prima che il sole sia alto, ci attendiamo altre azioni involontariamente dadaiste. Dalla società civile, organizzata nelle forme che riterrà piú adeguate, possiamo attenderci la cacciata dei capi, capetti e crumiri dell'industria culturale. Vorwaerts, kamaraden! «Giap», n. 7, in serie, Oltre il muro di cinta con una polpetta avvelenata, 3 dicembre 2002. Tutti a bordo della libromobile Wu Ming 2 A bordo di una «bookmobile» attrezzata con computer, stampanti e una rilegatrice, il signor Kahle collabora con il Progetto Gutenberg e gira l'America per diffondere libri. Il signor Brewster Kahle non ha la faccia elettrica del geniale inventore. La sua Internet Bookmobile non compare tra le cento idee che il «New York Times» ha scelto come icone di quest'ultimo anno. Se ne sta parcheggiata al civico 116 di Sheridan Avenue, nel Presidio di San Francisco, quartiere residenziale immerso nel verde, dove la Highway i e ioi si uniscono, a formare il Golden Gate Bridge. A prima vista, è soltanto un semplice furgoncino, un Ford Aerostar vecchio di dieci anni. E in effetti le bookmobile, le libromobili d'altri tempi, non erano altro che quello: furgoncini carichi di volumi e di storie che giravano gli Stati Uniti per portare i classici della letteratura dove non c'erano biblioteche né librerie. A guardarlo meglio, però, saltano agli occhi particolari high-tech. Dal tetto, spunta una piccola antenna satellitare. Nel vano posteriore ci sono due computer portatili, due stampanti laser, una taglierina per pacchi di fotocopie e un quarto apparecchio, misterioso. L'antenna satellitare è una MotoSat, e permette di collegarsi a Internet ovunque ci si trovi. L'oggetto misterioso è una rilegatrice. Una scritta sul portellone verde avverte che la bookmobile conterrà (presto) un milione di libri. Ventimila testi di pubblico dominio, non piú soggetti a diritti d'autore, sono già on line nella biblioteca di Internet Archive , l'associazione no-profit presieduta da Brewster Kahle. Risultato notevole, ottenuto in tempi abbastanza brevi, grazie alla collaborazione con i molti soggetti che perseguono gli stessi scopi, da Michael Hart, con il famoso progetto Gutenberg , giunto a quota seimila in quasi trent'anni, a Liberliber.it , l'archivio Internet piú fornito per testi in italiano liberi da copyright. In ogni caso, chiunque abbia uno scanner e un programma per il riconoscimento caratteri (Ocr), può dare una mano a Brewster & Co., «adottando» un libro, trasformandolo in file e riversandolo nel grande archivio. Grazie a questo, Internet Bookmobile non ha bisogno di portarsi dietro quintali di libri e di limitare la diffusione della cultura alla capienza ridotta del suo cassone. Vuoi una copia del Mago di Oz? Facile: ti colleghi al sito dell'archivio, scarichi il file di testo, stampi il tutto nel formato che preferisci, tagli i fogli, scegli una copertina, la riproduci su cartoncino, infine passi il tutto nella rilegatrice et voilà, con un dollaro di materiali e un quarto d'ora di tempo hai tra le mani un libro vero e proprio: leggibile, tascabile e personalizzato. Pare che i bambini ne vadano matti. I piú grandi, invece, una volta ricevuto il loro paperback preferito, sono chiamati a comprendere che la libromobile di Internet Archive non contiene solo libri. Contiene, soprattutto, un'idea. L'allusione a qualcosa di piú grande. L'equipaggiamento di cui dispone non è affatto costoso. Piú o meno diecimila euro. Decisamente affrontabile, per un'istituzione pubblica, se un qualche governo decidesse di sostenere il progetto. Per una quantità potenzialmente enorme di testi, non si tratterebbe piú di trovarli o non trovarli in un certo catalogo, di farseli spedire da un'altra città, di doverli restituire. Si potrebbe andare in biblioteca per farsi stampare la propria copia. Con un notevole risparmio in termini di spazio, lavoro di archiviazione e costi. Perché un'istituzione pubblica dovrebbe ridursi ad acquistare dalle case editrici e dai rigattieri un bene che è già di pubblico dominio? A scuola, poi, si potrebbe mettere nelle mani dei bambini un libro nuovo ogni settimana, senza costi aggiuntivi per le famiglie, stampato, rilegato, illustrato dagli scolari. Per i lettori anziani si potrebbero realizzare copie ad hoc, con caratteri molto grandi, facili da leggere anche per i piú miopi. E solo pensando a queste possibilità, che ci si rende conto di quanto sia importante il cosiddetto pubblico dominio. Ed è solo rendendosi conto della sua importanza che ci si prepara a difenderlo con le unghie e con i denti. All'inizio di autunno, la libromobile di Internet Archive ha portato in giro questa idea per gli Stati Uniti, da San Francisco a Washington, passando per Salt Lake City, Baltimora e Pittsburgh. L'occasione di questo primo tour è stata la causa Eldred contro Ashcroft, meglio nota come «Processo Mickey Mouse». Il 9 ottobre, a Washington, mentre Brewster Kahle stampava libri per la folla proprio di fronte al palazzo di Giustizia, la Corte suprema degli Stati Uniti ascoltava gli argomenti di Lawrence Lessig, difensore di Eric Eldred, reo di aver violato le leggi sul diritto d'autore, cosí come emendate dal Congresso nel 1998. In sostanza, per l'undicesima volta negli ultimi quarant'anni, è stato allungato il periodo di tempo durante il quale un autore può far valere i suoi diritti su una certa opera. I padri fondatori, nel 1790, fissarono tale periodo in quattordici anni, rinnovabili una sola volta di altri quattordici. Ora si è arrivati all'intera vita dell'autore piú settanta anni. Il Congresso ha prolungato il tutto di altri vent'anni, con effetto retroattivo. Secondo molti commentatori, scopo della manovra è difendere gli interessi della Disney, che nel 2003 vedrebbe scadere i diritti per il primo cartone animato di Mickey Mouse, Steamboat Willie, con Topolino e Gambadilegno che ingaggiano la loro prima, storica battaglia. Secondo la difesa, questa nuova legge sarebbe contraria al Primo emendamento, che garantisce la libertà di pensiero, nonché lesiva dello spirito costituzionale con cui venne istituito il copyright. Come sostiene Lawrence Lessig, professore di Diritto all'università di Stanford, giusto qualche chilometro a sud del Presidio di San Francisco, la tutela del diritto d'autore è un carico che lo Stato e la comunità si assumono per permettere allo scienziato, o all'artista, di guadagnarsi da vivere coi loro prodotti e potere in questo modo disporre di mezzi e tempo per produrre ancora. In termini economici si tratta di un investimento: la comunità spende energie e perde un vantaggio immediato, cioè la disponibilità gratuita dell'opera, che in quanto pubblicata sarebbe subito di pubblico dominio, in ragione di una prospettiva piú lunga, ovvero le opere future. L'estensione eccessiva della durata del diritto è già contraria a quest'ottica. Se un cantante può campare di rendita tutta la vita, grazie ai diritti d'autore di una canzone scritta quando aveva vent'anni, che stimolo può avere a incidere ancora buone canzoni? A che pro, poi, estendere il diritto oltre la morte, cosí che ne beneficino figli e nipoti, gente che con la creatività del progenitore non ha nulla a che spartire? Infine, come giustificare una disposizione retroattiva, che tornerebbe a colpire opere già entrate nel pubblico dominio, impedendo a quest'ultimo di allargarsi per i prossimi vent'anni? Il professor Lessig è stato accusato di essere un marxista. In realtà, la cosa interessante del Processo Topolino, è che gli argomenti a favore della difesa hanno messo d'accordo opinionisti di sinistra e di centro con ultraliberisti di destra. L'avvocato D'Amato, tutt'altro che marxista, ha integrato il ragionamento di Lessig in maniera puntigliosa. Se si ragiona in termini di investimento e di equilibrio tra il diritto della comunità e quello del singolo, allora l'estensione temporale del diritto d'autore avrebbe dovuto ridursi, negli ultimi anni, piuttosto che allargarsi. Quando la costituzione americana fissò i famosi quattordici anni rinnovabili, la rinuncia che la comunità faceva per quel periodo era infatti molto inferiore ad adesso. Non esistendo masterizzatori e fotocopiatrici, nessuno poteva prodursi in proprio una copia straordinariamente simile, e a basso costo, di una certa opera d'arte. In sostanza, nel 1790, chi rinunciava davvero erano i pochi possessori di un torchio a stampa, ovvero le case editrici concorrenti di quella che pubblicava il libro. E di conseguenza, la perdita per il pubblico consisteva solo nel fatto che la libera concorrenza non poteva contribuire - per chi ancora ci crede - ad abbassare il prezzo dell'oggetto. Oggi non è piú cosí, e per questo quella rinuncia, che va a pesare sulla bilancia dell'investimento fatto dalla comunità, è ben piú pesante. In teoria, per controbilanciare quel peso, si sarebbe dovuto accorciare, e non prolungare, il periodo di validità del copyright. O pensare a forme di parziale sospensione dello stesso, in caso di uso personale e senza fini di lucro. Il principale argomento del governo contro queste tesi è che la diffusione della cultura risulta tanto piú favorita quanto piú alto è l'interesse commerciale del privato nel riprodurre un testo. Il professor Lessig fa notare che oltre il novanta per cento dei libri ancora protetti da copyright non viene piú stampato. La bookmobile, dal canto suo, dimostra che la diffusione dei libri di pubblico dominio potrebbe diventare davvero capillare. Tutto questo, si potrà pensare, riguarda gli americani e la loro costituzione, sebbene Topolino sia un personaggio di fama mondiale. Tuttavia, nel mondo globalizzato, le situazioni non sono mai cosí scollegate. In contemporanea con il processo di Washington, infatti, si consumava la battaglia di Taiwan contro l'estensione del copyright. Durante i colloqui preparatori per l'accordo sul commercio e gli investimenti tra Taiwan e gli Usa, i rappresentanti americani hanno chiesto ai colleghi taiwanesi di sostenerli nella battaglia contro la pirateria, aumentando da cinquanta a settanta anni post mortem il periodo di validità del diritto d'autore e sanzionando la copia per uso personale, non a fini di lucro, che nell'isola cinese è considerata legale. Esponenti dei partiti progressisti taiwanesi hanno accusato gli americani di voler soltanto difendere gli interessi di una loro compagnia, la solita. Migliaia di studenti sono scesi in piazza, preoccupati di dover pagare i costosi libri di testo che oggi possono tranquillamente fotocopiare. La richiesta non è passata. Non va dimenticato, poi, che Stati Uniti e Ue, negli ultimi dieci anni, si sono tirati la volata a vicenda su questa questione, facendo quasi a gara per chi piú allargava l'ambito temporale del copyright. Nel suo viaggio attraverso gli States, la book-mobile ha fatto tappa anche a Urbania, Illinois, in casa di Michael Hart. Brewster Kahle ha chiesto al professore di accompagnarlo, il prossimo anno, in una crociata piú lunga, almeno un mese. - Non posso prendere impegni fino al 2004, - ha risposto Hart, - devo raggiunge quota diecimila testi con il progetto Gutenberg. Sono trent'anni che ci sto dietro -. Il direttore di Internet Archive ha colto la palla al balzo, promettendo a Hart di aiutarlo, per raggiungere l'obiettivo entro il 2003. - In questo caso, - ha concluso l'altro, - non solo sono disposto ad accompagnarti per i cinquanta stati dell'Unione, ma potrei seguirti in cinquanta nazioni diverse. Non resta che sperare di vederli comparire, in fondo alla strada di casa, sul vecchio Ford Aerostar, col suo carico (potenziale) di un milione di libri. «l'Unità», lunedí 30 dicembre 2002, sezione Orizzonti. Postilla 2003 Siamo ancora vivi, bastardi! Wu Ming Sono passati tre anni da quando abbiamo reso pubblica la nostra Dichiarazione d'intenti, ed è almeno dal gennaio scorso che ci interroghiamo sulla necessità di scriverne una seconda, per fare il punto, ridefinire le coordinate, confermare o smentire alcune affermazioni, valutare i pro e i contro di certi percorsi. Risultato: ci siamo convinti che è molto meglio non dichiarare alcun intento, che ancora una volta sono le opere e la prassi a dover occupare tutta la scena, non le facce né le idiosincrasie né le intenzioni dell'autore. Tuttavia, nel momento fondativo di questo nuovo progetto, era difficile tenersi alla larga dalla tentazione del «manifesto programmatico» (per quanto piuttosto anomalo). Ed è quindi impossibile, oggi, sfuggire ad alcune considerazioni. 1. Tra gli intenti iniziali - en passant - si cita anche lo scouting, l'editing, il lancio di prodotti «esterni» al collettivo. Pura illusione. A meno di essere «organici» (leggi: stipendiati e attrezzati all'uopo) a qualche collana o casa editrice è molto difficile dedicarsi a un'attività simile. Le caselle di posta si riempiono di scritti, racconti, romanzi e il tempo per leggerli diminuisce in proporzione. Se escludiamo i libri autobiografici di Vitaliano Ravagli, confluiti dentro Asce di guerra, in nessun altro caso finora ci è capitato di «far pubblicare» qualcuno. Consci di quest'insuccesso, abbiamo cercato di risolvere il problema «dal basso», sollevando la questione direttamente su «Giap». E da alcuni giapster, puntuale, è arrivata una soluzione possibile: I Quindici, un comitato aperto e autogestito di «lettori», una ventina di persone disponibile a ricevere testi, commentarli, dare feedback dettagliati. Un piccolo «campione» di un pubblico piú vasto. Le cose giudicate migliori, a loro volta, ci vengono segnalate per un'ulteriore lettura. E da qui, si stanno pensando nuovi sbocchi. Forse Internet e la tecnologia p2p per la condivisione di file, possono essere la risposta adeguata per chi meriterebbe di farsi leggere ma non trova il modo di farlo. La comunità degli utenti può lavorare per lui/lei, e diventare un vero e proprio canale di distribuzione alternativo, capace di imporre uno scrittore all'attenzione di un pubblico interessato a leggerlo. Ma per tutto questo, siamo ancora agli albori... I testi per i Quindici vanno spediti a: manoscritti_ai_15@wumingfoundation.com 2. «Impresa politica autonoma» era un concetto ancora piuttosto trendy, nel movimento «centro socialísta» degli anni Novanta. Oggi nemmeno sotto tortura useremmo lo stesso slogan. Vanno benissimo i due aggettivi, «politica» e «autonoma», rispetto ai quali non c'è molto da aggiungere. Ma l'impresa cognitiva, con l'attuale depressione economica, ha finito per mostrare i suoi limiti. I tempi della new economy sono un ricordo sbiadito, quando i lavoratori del cervello potevano trasformare la grande disponibilità di capitali inflattivi (comunque risultato di speculazioni e supersfruttamento) in un'opportunità di redistribuzione del reddito, facendosi largo a colpi di neuroni per evitare che i soliti oligopoli si spartissero la torta. Lo spazio c'era, i soldi sembravano veri. Da qui l'opportunità di tanti assalti stile Q, dalle secche dell'underground a una piena visibilità, dal «dilettantismo» al professionismo. Al momento, l'aria è cambiata e la crisi affida i capitali nelle mani di pochi signori della guerra. I lavoratori del cervello vedono erodersi possibilità di reddito, garanzie illusorie, effimere conquiste. Altro che farsi «impresa» - col rischio, peraltro sempre in agguato, di un terribile autosfruttamento, in cui si diventa «padroni di se stessi», senza essere meno stronzi di qualsiasi altro padrone. La sfida è semmai la «lotta di classe», che al momento si presenta in una forma piú «classica» e vintage: lavoro vivo versus capitale, lavoro mentale versus capitale parassitario. La sfida non è «imprenditoriale». La sfida è vitale, dimensione che contiene tutto: fa parte della vita cercare di dare il meglio in qualunque situazione. Bisogna rimanere in piedi. Raymond Carver lavorava in segheria e scriveva di notte. Stephen King batteva sui tasti di una Remington poggiata sulle ginocchia, mentre il traghetto su cui faceva il cameriere solcava le onde. Dalla notte dei tempi i cantastorie consumano le suole (quando le hanno) spostandosi da un villaggio all'altro, tamburi e chitarre portati a dorso di mulo. Henri Charrière detto «Papillon» contava il ciclo delle onde in attesa di quella che lo avrebbe portato al largo, aggrappato a un sacco, sibilante: «Sono ancora vivo, bastardi!» Non siamo certo qui per farci spaventare. 3. Per finire, l'elenco degli obiettivi «toppati» sarebbe incompleto se, a proposito di quanto appena detto, non si parlasse anche del famigerato «rapporto da impresa a impresa» che Wu Ming si prefiggeva di instaurare con i propri «committenti». Nulla di piú illusorio. Da un lato, perché il nostro voler essere impresa si è scontrato con le difficoltà di cui sopra, trasformando spesso quel rapporto in battaglie sindacali senza sindacato, comuni a tanti lavoratori atipici, con l'unico vantaggio di un certo «potere contrattuale» e di un ottimo agente, il celeberrimo Heriberto Cienfuegos. Dall'altro, se definire Wu Ming un'impresa è stato senz'altro azzardato, non è che il termine si adatti meglio alla maggior parte dei soggetti che dovrebbero produrre cultura in questo paese. I veri «imprenditori» si contano sulla punta delle dita. E non tanto per via di vacche magre, chiari di luna e altre miserie. Piuttosto, perché la logica del profitto, con la quale pensavamo di doverci scontrare, è davvero merce rara, della quale si finisce addirittura per avere nostalgia. Idem per l'efficienza, il tempismo, la produttività, il marketing. Magari dall'altra parte ci fossero «spietati capitalisti», una controparte definita - almeno i giochi sarebbero chiari. Molti di questi «produttori», invece, non hanno nemmeno lontanamente il compito di produrre (e guadagnare). Piuttosto, dislocano, ricollocano, bruciano capitali. Sono pochi i soggetti con cui è possibile lavorare, per vendere buoni libri e girare film che escano nelle sale. Per molti altri è l'ultimo dei problemi. Questi, dunque, gli errori di prospettiva, le cantonate e gli ostacoli del percorso. Ovvero le valutazioni che ci sentivamo in dovere di condividere con i lettori. Quanto ai punti di forza, alle azzeccate tendenze, ai rifugi sicuri costruiti su impervie montagne, non spetta a noi decantarne le virtú. Giudicheremo dagli sviluppi, presentandoci alle dogane del futuro con un sorriso malizioso, i documenti falsi e un «niente da dichiarare». Wu Ming, 20 gennaio 2003.